La nuova struttura promossa dagli Stati Uniti introduce un modello operativo selettivo e mette in luce la divisione europea. L’Italia dispone di competenze riconosciute nella stabilizzazione e mantiene una posizione coerente con il proprio ruolo mediterraneo. L’analisi di Elisabetta Trenta, direttrice dell’Osservatorio sulla Sicurezza Nazionale, già ministra della Difesa
Il Board of Peace inaugurato tra Davos e Washington si presenta come una struttura operativa articolata attorno a una precisa divisione di ruoli tra Stati con funzioni diverse: finanziatori, contributori militari, formatori istituzionali e sostenitori politici. La sua composizione consente di comprendere la natura e le implicazioni di questo nuovo assetto.
Gli Stati Uniti e diversi Paesi del Golfo — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait — hanno fornito le principali risorse finanziarie, con impegni per miliardi di dollari destinati alla stabilizzazione e alla ricostruzione. Questi contributi determinano anche un ruolo diretto nella definizione dell’architettura della transizione.
Accanto ai finanziatori vi sono i contributori operativi alla stabilizzazione. Indonesia, Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania hanno offerto personale per la forza internazionale incaricata di garantire la sicurezza durante la fase di transizione. Si tratta di Paesi con esperienza nelle missioni internazionali e con una collocazione politica che li rende attori accettabili in un contesto regionale complesso. La scelta riflette la necessità di assicurare una presenza operativa efficace e politicamente sostenibile.
Un terzo livello riguarda la ricostruzione istituzionale. In particolare, Egitto e Giordania hanno assunto un ruolo centrale nella formazione delle nuove forze di polizia palestinesi. Questo elemento rafforza la dimensione istituzionale del processo di stabilizzazione e riconosce che la sicurezza duratura dipende dalla capacità delle istituzioni locali di esercitare le proprie funzioni in modo autonomo e legittimo.
Vi è poi una dimensione politica, costituita dagli Stati che hanno aderito formalmente alla struttura, contribuendo alla sua legittimazione internazionale e alla costruzione di un quadro di cooperazione più ampio.
Il ruolo dell’Italia e la frammentazione europea
Ciò che emerge con chiarezza riguarda anche le assenze. L’Italia e le principali potenze europee non figurano tra i membri operativi del Board. Questa assenza non è certo dovuta a una mancanza di competenze. L’Italia ha sviluppato una capacità unica nella stabilizzazione post-conflitto attraverso le proprie forze di polizia a statuto militare. I Carabinieri hanno svolto un ruolo fondamentale nella ricostruzione delle istituzioni di sicurezza in Iraq, Afghanistan, Kosovo e Bosnia. Il modello italiano di stabilizzazione, fondato sull’integrazione tra sicurezza e ricostruzione istituzionale, rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci per accompagnare la transizione verso l’autonomia e la stabilità.
Questa esperienza costituisce un patrimonio strategico che consente all’Italia di contribuire in modo credibile ai processi di stabilizzazione internazionale, nel rispetto del diritto internazionale e del quadro multilaterale. In Europa, le posizioni non sono uniformi. Alcuni Stati hanno scelto di aderire formalmente alla struttura. Altri hanno deciso di non partecipare. Altri ancora, tra cui l’Italia, hanno adottato una posizione di osservazione, mantenendo una presenza che consente di seguire l’evoluzione del processo e di preservare la capacità di valutazione e di indirizzo. Questa articolazione riflette una fase di transizione del sistema internazionale e pone con evidenza il tema della coerenza strategica europea.
Stabilizzazione, pace e responsabilità europea nel Mediterraneo
Il Mediterraneo rappresenta uno spazio di responsabilità diretta per l’Italia e per l’Europa. Migrazioni, sicurezza, stabilità politica e dinamiche regionali incidono immediatamente sulla sicurezza europea. È necessario distinguere tra stabilizzazione e pace. La stabilizzazione può ridurre la violenza e creare le condizioni per la ricostruzione. La pace richiede sicurezza duratura, istituzioni legittime e rispetto del diritto internazionale.
Oggi, al di là delle dichiarazioni politiche e degli sforzi di stabilizzazione in corso, la pace non è ancora una realtà. In Palestina si continua a morire. In Cisgiordania gli insediamenti continuano ad espandersi, modificando progressivamente l’equilibrio territoriale e rendendo più complessa la prospettiva di una soluzione stabile e condivisa.
La credibilità di qualsiasi processo di pace dipende dalla sua coerenza con il diritto internazionale e dalla capacità di affrontare le cause profonde del conflitto. Le Nazioni Unite continuano a rappresentare il quadro di legittimità internazionale e il luogo in cui si esprime il principio di uguaglianza tra gli Stati. Allo stesso tempo, nuove strutture operative emergono con l’obiettivo di intervenire in modo più diretto nelle fasi di stabilizzazione.
In questo contesto, la capacità dell’Europa di esprimere una posizione unitaria diventa un fattore determinante. L’Europa dispone delle competenze, dell’esperienza e degli strumenti per contribuire alla stabilità della regione. L’Italia, per la sua posizione geografica, per il ruolo svolto dalle sue istituzioni e per l’esperienza maturata nelle missioni di stabilizzazione, può svolgere una funzione centrale in questo processo.
La stabilità del Mediterraneo riguarda direttamente la sicurezza europea. Ed è su questo terreno che l’Europa è chiamata a rafforzare la propria coerenza strategica e la propria capacità di contribuire alla costruzione di una pace fondata su istituzioni legittime, sicurezza condivisa e rispetto del diritto internazionale.
















