La deriva confederale non rappresenta il trionfo del sovranismo. Essa costituisce una risposta difensiva delle élite europee a una crisi di legittimità democratica che non si è voluto affrontare sul piano politico. Il risultato è una trasformazione silenziosa dell’Unione: meno federale nella forma, ma non più sovrana nella sostanza; meno integrata politicamente, ma più esposta a rapporti di forza asimmetrici al proprio interno. L’analisi di Pasquale Preziosa e Dario Velo
L’alternativa tra ordine federale e ordine confederale accompagna l’intero processo di unificazione europea sin dalle sue origini. Essa non rappresenta una divergenza teorica astratta, ma una frattura strutturale che riguarda la natura del potere, della sovranità e della responsabilità politica in Europa.
Fin dalla fase fondativa, il progetto europeo è stato attraversato da due visioni opposte: da un lato quella confederale, incarnata da Winston Churchill, promotore di un’Europa degli Stati coordinata attraverso il Consiglio d’Europa; dall’altro quella federale, rappresentata da Jean Monnet, artefice della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, che concepiva l’integrazione come trasferimento progressivo di sovranità funzionale verso istituzioni comuni, dotate di autonomia decisionale e capacità di orientamento strategico.
Per diversi decenni, fino alla creazione della moneta unica compresa, il processo di integrazione europea è stato orientato prevalentemente in senso federale. Non federale in senso costituzionale pieno, ma chiaramente tale nella logica: costruzione di interessi comuni, primato delle politiche condivise sulle logiche puramente intergovernative, rafforzamento delle istituzioni sovranazionali come luogo di sintesi politica. La sconfitta dei confederali non si è tuttavia tradotta nella loro scomparsa. Al contrario, essa ha prodotto una reazione culturale e narrativa, volta a ridimensionare l’esperienza monnettiana riducendola a semplice “funzionalismo”, nella speranza di svuotarne il significato politico e renderne meno evidente il successo storico.
È su questo sfondo che va letto il ritorno, oggi sempre più evidente, di una dinamica confederale. Tale ritorno non può però essere interpretato come il risultato di una rinnovata elaborazione teorica coerente, bensì come l’esito di una crisi politica irrisolta. Il rafforzamento delle forze sovraniste in numerosi Stati membri ha inciso profondamente sul processo di integrazione, ma non come esito di una loro vittoria progettuale. Il sovranismo ha agito soprattutto come fattore di pressione negativa, rendendo politicamente impraticabile ogni avanzamento esplicitamente federale e inducendo le istituzioni europee a evitare un confronto diretto con elettorati sempre più diffidenti verso ulteriori cessioni di sovranità.
In questo quadro, la deriva confederale non rappresenta il trionfo del sovranismo. Essa costituisce una risposta difensiva delle élite europee a una crisi di legittimità democratica che non si è voluto affrontare sul piano politico. Il risultato è una trasformazione silenziosa dell’Unione: meno federale nella forma, ma non più sovrana nella sostanza; meno integrata politicamente, ma più esposta a rapporti di forza asimmetrici al proprio interno.
La Commissione europea, in questo passaggio storico, ha progressivamente abbandonato il ruolo di motore dell’integrazione per assumere quello di garante di un equilibrio intergovernativo informale. In tale assetto, il mercato resta il perno ordinatore dell’Unione, mentre la dimensione politica viene compressa e depoliticizzata. La Commissione non si limita ad amministrare un equilibrio dato, ma contribuisce attivamente a produrlo, sostituendo alla costruzione di una sovranità condivisa la gestione tecnica di rapporti di forza diseguali. Il confederalismo diventa così funzionale soprattutto agli Stati dotati di maggiore potenza economica, industriale e fiscale.
In questo contesto, il ruolo della Germania emerge in modo strutturale. L’assetto confederale consente a Berlino di esercitare una leadership sostanziale senza assumersi il costo politico e redistributivo che un autentico ordine federale comporterebbe. La centralità del mercato unico, combinata con l’assenza di una piena unione fiscale e sociale, trasforma la forza economica in influenza politica indiretta, rendendo superflua una formalizzazione della leadership. Si tratta di una configurazione che richiama, in forme aggiornate, una concezione della sicurezza e della stabilità fondate più sull’equilibrio di potenza che sulla solidarietà istituzionalizzata.
È in questo senso che il mercato unico europeo, storicamente fondato sull’equilibrio tra libertà, solidarietà e sussidiarietà, rischia di essere profondamente trasformato. In un ordine confederale, la libertà tende a sopravvivere come principio regolatore dei flussi economici, la sussidiarietà viene reinterpretata come devoluzione di responsabilità verso il basso, la solidarietà, invece, perde il suo carattere strutturale e si riduce a strumento discrezionale, condizionato e reversibile. Il mercato resta unico, ma il suo baricentro si sposta: da spazio politico condiviso a campo competitivo regolato dalla forza relativa degli Stati.
In questa prospettiva, l’alternativa storica tra ordine federale e ordine confederale riemerge oggi in forma aggiornata ma non meno decisiva. La progressiva riduzione dello Stato sociale, l’indebolimento dei Trattati come architrave politica dell’Unione e la centralità crescente di una governance economica degli Stati più forti non sono anomalie contingenti, ma la conseguenza logica di una scelta di fondo: rinunciare all’ordine federale per evitare il conflitto democratico, accettando in cambio un ordine confederale che redistribuisce il potere senza redistribuire la responsabilità politica.
















