La politica farmaceutica non può essere considerata un capitolo tecnico all’interno della spesa sanitaria. Oggi lo scenario è profondamente cambiato. Crescita economica, attrattività industriale, capacità di innovazione, qualità della vita e sicurezza nazionale dipendono sempre più direttamente dalle scelte che compiamo sull’ecosistema delle life science. Per Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, in un mondo instabile, restare fermi equivale a perdere terreno
Il nuovo anno si è aperto in un quadro internazionale che rende ancora più evidente quanto la politica industriale e commerciale incida direttamente sulla salute, sull’economia e sulla sovranità dei Paesi. Negli Stati Uniti, la leva strategica scelta da Donald Trump mette al centro il principio della Most favoured nation (Mfn) applicato ai farmaci: l’idea che i prezzi dei medicinali in Usa debbano essere ancorati ai livelli più bassi praticati nei Paesi avanzati non è solo una misura di contenimento della spesa, ma uno strumento di pressione geopolitica e allo stesso tempo di attrazione degli investimenti destinata a ridisegnare gli equilibri globali dell’innovazione e dell’industria farmaceutica. In parallelo, in Europa il dibattito sull’accordo Mercosur riapre interrogativi cruciali sulla capacità dell’Unione di conciliare apertura dei mercati, tutela delle filiere strategiche e autonomia produttiva. In questo contesto, la politica farmaceutica non può essere considerata un capitolo tecnico all’interno della spesa sanitaria, regolata con strumenti pensati per un contesto che non esiste più.
Da costo a investimento: la farmaceutica come asse di crescita e sovranità
Oggi lo scenario è profondamente cambiato. Crescita economica, attrattività industriale, capacità di innovazione, qualità della vita e sicurezza nazionale dipendono sempre più direttamente dalle scelte che compiamo su farmaci, ricerca, produzione, ecosistema delle life science. Per l’Ue continuare a trattare questo settore come un costo da contenere, anziché come un investimento e una leva di sviluppo, significa rinunciare consapevolmente a una parte rilevante del suo futuro. In Italia l’industria farmaceutica è un settore leader, la spina dorsale del sistema produttivo nazionale. Come certificato dall’Istat il 13 gennaio 2026, sostiene una quota significativa del manifatturiero, genera valore aggiunto, alimenta l’export e contribuisce in modo determinante alla proiezione internazionale dell’economia italiana. Nel 2025 le esportazioni del settore hanno raggiunto circa 70 miliardi di euro, rispetto ai 54 miliardi del 2024, con una crescita di oltre il 30%.
L’industria che regge l’Italia
Ma i dati non raccontano solo una performance economica: descrivono anche una storia di resilienza. In un contesto globale segnato da incertezza e instabilità, l’industria farmaceutica continua a rafforzare il proprio contributo all’avanzo commerciale italiano. Nel 2024 farmaci e vaccini hanno generato un surplus superiore ai 21 miliardi di euro, pari a circa il 18% dell’intero avanzo manifatturiero nazionale. I dati del 2025 consolideranno e rafforzeranno questo risultato. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una leva concreta che sostiene crescita, occupazione e stabilità economica. Alla base di questi risultati ci sono soprattutto il lavoro e le competenze. Lavoro qualificato, stabile, ad alto contenuto scientifico. Ricerca, produzione avanzata, controllo qualità, sviluppo tecnologico. Un patrimonio di competenze che richiede anni per essere costruito e che, una volta disperso, non sarebbe recuperabile. Difendere la farmaceutica significa difendere questo capitale umano, che rende il Paese competitivo oggi e ne determina le prospettive di domani.
La vulnerabilità nascosta
Esiste tuttavia una fragilità strutturale che non può essere ignorata: una quota rilevante dei principi attivi utilizzati in Europa dipende (direttamente o tramite gli intermedi di base) da Paesi extra-europei, in particolare Cina e India. Ma di fronte a una crisi sanitaria o geopolitica, a una tensione commerciale o a un’interruzione delle catene di fornitura, questa dipendenza esporrebbe il sistema a rischi concreti. La sicurezza sanitaria non è un concetto astratto: è la capacità di garantire o meno la disponibilità dei farmaci quando servono.
L’asse si sposta a Ovest (e a Est)
A questo si aggiunge un ulteriore elemento di criticità. E torniamo agli Stati Uniti: l’innovazione farmaceutica globale corre sempre più veloce oltreoceano, dove si concentrano investimenti, ricerca e capitali. Le recenti iniziative e discussioni americane – dai richiami all’Executive order 232 al già richiamato principio della Mfn – indicano una strategia chiara: proteggere l’industria nazionale e rafforzare la leadership tecnologica. Se l’Europa di fronte a tutto questo resta ferma, le conseguenze sono prevedibili: ritardi nell’accesso alle nuove terapie, minore attrattività per gli investimenti e progressiva perdita di centralità. Questo mentre la Cina ha aumentato la sua quota di studi clinici dal 6 al 35% in 10 anni, completamente a discapito dell’Ue.
Il nodo payback: una tassa che frena competitività e investimenti
In questo scenario, il nodo più urgente da affrontare in Italia è quello del payback farmaceutico. Una tassa retroattiva che rappresenta l’esatto opposto di ciò che serve in una fase in cui la sicurezza delle forniture e la competitività industriale dovrebbero essere priorità. Si tratta di un meccanismo che indebolisce la filiera e invia un segnale negativo a chi guarda all’Italia come possibile destinazione per investimenti industriali e di ricerca. Superare il payback e sostituirlo con nuovi e più moderni strumenti basati sul valore e sull’uso dei dati non significa fare concessioni alle imprese né mettere a rischio la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, ma cambiare paradigma.
Dalla punizione alla strategia
Lo riconosce anche il rapporto Ocse Country health profile 2025: passare da una logica punitiva a una logica strategica vuol dire garantire un accesso più rapido ai farmaci innovativi, rafforzare la produzione delle imprese farmaceutiche sul territorio nazionale ed europeo e ridurre dipendenze che oggi rappresentano un fattore di vulnerabilità. In questo senso, l’intervento strutturale sul finanziamento della spesa farmaceutica ospedaliera (+0,3% del tetto di spesa farmaceutica diretta), previsto nella legge di bilancio, costituisce una prima importante scelta di lungimiranza. Il governo italiano nel panorama europeo ha da subito intrapreso una direzione diversa e attenta alla competitività.
Governare il futuro
La visione promossa dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che integra industria, tecnologia e autonomia strategica, consente all’Italia di assumere una posizione autorevole nel dibattito europeo. Il Testo unico sulla farmaceutica, che rappresenta la priorità per il 2026, si inserisce coerentemente in questo percorso, offrendo l’opportunità di introdurre strumenti concreti per riformare la governance del settore, modernizzarne la regolamentazione per adattarla alla domanda di salute e superare rigidità ormai insostenibili. Non esistono scelte prive di rischio, ma esiste un rischio più grande di tutti: quello dell’immobilismo. In un mondo instabile, restare fermi equivale a perdere terreno. Investire oggi nella farmaceutica significa tutelare la salute dei cittadini, rafforzare l’economia e garantire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario internazionale.
(Pubblicato su Healthcare Policy 18)
















