Il Fondo monetario torna a sollecitare il Dragone per un taglio con il passato, affinché Pechino la smetta di destabilizzare i mercati globali con il doping del denaro pubblico. Dalle auto ai pannelli solari, anatomia di una competitività falsata in partenza
Se accadesse, sarebbe una specie di miracolo. Rinunciare ai sussidi statali e permettere alla propria economia di confrontarsi con un mercato reale e, soprattutto leale. In Cina avranno, di nuovo, strabuzzato gli occhi, se non altro perché la richiesta arrivata direttamente dal Fondo monetario internazionale, mira a mettere in discussione decenni di politica industriale dopata dai soldi pubblici. Dalle auto alla tecnologia, fino alle energie rinnovabili, Pechino ha costruito una specie di macchina invincibile, che tutto ha travolto e inghiottito, sfruttando il binomio più elementare dell’economia: più volumi e a meno costo.
L’Occidente se ne è accorto da tempo, anche se, almeno nel caso dell’Europa e solo dopo aver sperimentato sulla propria pelle i danni della concorrenza smaliziata di Byd, Catl e altri colossi cinesi, il Vecchio continente sta finalmente reagendo: meno auto elettriche cinesi, meno componentistica dalla tecnologia sospetta, meno capitali asiatici nelle grandi aziende e meno pannelli solari. Al Dragone, però, si chiede di più. Tanto che il Fondo monetario ha nuovamente invitato la Cina a ridurre sensibilmente i sussidi statali all’industria, ritenuti una delle cause principali delle crescenti tensioni commerciali globali legate all’eccesso di capacità produttiva (tutto quello che non si vende in patria, si esporta all’estero, con un effetto distorsivo su larga scala).
Secondo le stime di Washington, Pechino destina oggi circa il 4% del Pil al sostegno delle imprese nei settori strategici, una quota che secondo l’istituzione di Washington dovrebbe essere ridotta di due punti percentuali nel medio termine. D’altronde, fa notare il Fondo monetario, le politiche industriali cinesi, pur avendo favorito l’innovazione tecnologica in alcuni comparti, avrebbero nel complesso avuto un impatto negativo sull’economia, alimentando una cattiva allocazione delle risorse e un eccesso di spesa, oltre a spingere il Paese a fare sempre più affidamento sulle esportazioni manifatturiere in un contesto di domanda interna debole.
D’altro canto lo stesso Fmi ha accolto con favore l’iniziativa di Pechino per ridurre la cosiddetta involution, ossia la concorrenza eccessiva sui prezzi, ma ha chiesto al contempo maggiore chiarezza sulla strategia complessiva. Raccomandazioni che arrivano mentre la Cina affronta deflazione, consumi stagnanti, alta disoccupazione giovanile e una crisi immobiliare ancora irrisolta. Washington ribadisce anche la necessità di un intervento fiscale pari al 5% del Pil in tre anni per affrontare l’eredità del boom immobiliare. Intanto, l’aumento delle esportazioni di beni manifatturieri, inclusi veicoli elettrici, ha alimentato le frizioni con l’Occidente, in un contesto in cui il surplus commerciale cinese di beni ha superato i mille miliardi di dollari. Ce ne è abbastanza per chiedere una marcia indietro. Ma succederà?
















