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La sorprendente realtà della tassazione in Italia. L’analisi del prof. Zecchini

Complessivamente il sistema fiscale resta intricato, oscuro in alcune parti, difficile da applicare, con distorsioni inattese e costellato da trattamenti agevolativi che squilibrano la ripartizione del carico fiscale, oppure sottraggono redditi all’occhio del fisco. Un sistema che scaturisce in parte da un atteggiamento culturale nella società che ha mostrato storicamente tolleranza verso l’inosservanza degli obblighi fiscali. L’analisi di Salvatore Zecchini, economista Ocse

Il sistema fiscale italiano non manca di rivelare inattesi effetti quando si passa dalle enunciazioni ufficiali di equità, efficienza e contrasto all’evasione alla realtà economica effettiva. Quanto più in dettaglio si analizzano gli introiti del fisco in rapporto alle norme, tanto più si nota come la distribuzione del peso della tassazione diverga da quanto ci si attenderebbe. In termini complessivi la pressione fiscale sui redditi nel 2025 è stimata in ascesa a circa il 42,7% del Pil, malgrado l’incremento dell’occupazione e delle retribuzioni, e gli alleggerimenti fiscali per i lavoratori a basso-medio reddito. Per l’anno corrente il Documento programmatico di finanza pubblica parla di un esiguo ribasso al 42,6%, ma rimane attorno a due punti e mezzo di Pil sopra la media Ue. La sua distribuzione per grandi aggregati di gettito sembra riflettere la tendenza a pesare sui redditi da capitale più che su quelli da lavoro, ben sapendo che i secondi già forniscono la maggior parte delle risorse al bilancio pubblico.

Una indicazione si potrebbe riscontrare nel raffronto con la media dell’Ue. La componente del gettito derivata da imposte sul capitale ha superato la media Ue (25,1% contro 21,9% del totale), mentre è inferiore per le quote di prelievo sui redditi da lavoro (48,8% contro 51,2% nel 2023) e da imposte sui consumi (26% contro 26,9%). In particolare, l’Iva ha contribuito per il 15,9% al totale a confronto con il 18,3% della media europea. Sulla distribuzione del carico fiscale, tuttavia, influiscono diversi fattori, inclusa la struttura di formazione del Pil, la crescita economica, l’importanza di fenomeni di evasione o elusione, e le metodologie di confronto con i dati dei paesi europei. Attualmente, soltanto per il gettito dell’Iva si può contare su un confronto tra grandezze omogenee dei paesi membri perché si è raggiunta una convergenza sul metodo di calcolo del gettito teoricamente dovuto e quindi della parte evasa. Per le altre forme di prelievo le differenze tra paesi riguardo a basi imponibili, tassazione, spese fiscali e altri fattori rendono poco significativi i confronti internazionali.

Malgrado queste differenze, in occasione del varo del Pnrr il governo ha assunto l’impegno di riformare il sistema impositivo per semplificare e chiarire gli adempimenti dei contribuenti e perseguire con maggiore efficacia il contrasto alla persistente evasione fiscale. Di fatto, nell’ultimo rapporto della Commissione Europea sul tema, il sistema è considerato ancora tra i più complessi tra quelli dell’Ue, nonostante gli interventi di riforma e i progressi nella lotta all’evasione. Nella graduatoria dei 27 paesi il sistema italiano è considerato il settimo per complessità. Uno dei capisaldi della riforma verte sulla riduzione del numero di aliquote impositive sui redditi da lavoro e la diminuzione del prelievo sui redditi da lavoro dipendente medio-bassi. Nel 2024 le aliquote Irpef sono state, quindi, ridotte a tre e nell’anno in corso quella intermedia è stata abbassata di due punti al 33% per redditi tra 28 mila euro e 50 mila euro. La quota esente per lavoratori dipendenti e pensionati ha il limite di 8500 euro, con estensione a seconda del nucleo familiare.

Il riferimento alle aliquote e alla fascia esente non è, peraltro, sufficiente per valutare l’onere fiscale, in quanto occorre considerare anche altri fattori che influiscono sull’effettivo carico finale e sulla sua distribuzione. In particolare, le addizionali regionali e comunali, che differiscono a seconda del territorio anche per il limite delle soglie applicate per la tassazione, le detrazioni, le esenzioni, i bonus, i crediti di imposta, le agevolazioni e quant’altro rientra tra le cosiddette spese fiscali. Queste hanno varie giustificazioni e come comune effetto la differenziazione del carico fiscale tra contribuenti appartenenti in origine alla medesima fascia reddituale.

Ad esempio, la flat-tax o regime forfettario, che è un’agevolazione per professionisti, artigiani, piccole imprese individuali, applica il prelievo del 5% o 15% entro il limite di fatturato di 85 mila euro. Per il 2023 l’insieme di queste agevolazioni ammonta a circa 740 con un minor gettito (erariale e locale) per il bilancio pubblico di 125,6 miliardi. Si tratta in effetti di una spesa del gettito potenziale per scopi specifici. Non si può nemmeno trascurare che la progressione delle aliquote marginali al passaggio da uno scaglione di imposta al successivo costituisce un incentivo per i contribuenti a contenere le loro dichiarazioni di reddito entro le fasce a minor tassazione. Per esempio il superamento della soglia fiscalmente esente di 8500 euro fa scattare un aggravio di imposta del 23% sulla parte eccedente, e ancor più, valicare il limite dell’85% per la flat-tax comporta il rientro nel regime normale, ossia un aggravio d’imposta di notevole misura (almeno l’11% e crescente con l’importo dell’eccedenza). Al contempo, emerge una convenienza per un’impresa individuale in regime di flat-tax ricorrere a lavoratori con partita IVA piuttosto che alle assunzioni come dipendenti a causa del consistente aumento del costo che ne deriverebbe.

Da questo insieme di fattori si può dedurre che le aliquote d’imposta effettive (al netto dei vari benefici fiscali) siano differenti da quelle nominali sia per numero che per entità. Secondo recenti analisi, si configurano otto diversi scaglioni di tassazione al posto dei tre del regime nominale. Inoltre, si stima che il gettito dell’IMU non raggiunga nemmeno la metà di quello rilevabile e tassabile. D’altronde, la Tari (tassa per i rifiuti) si avvicina più a un’imposta patrimoniale sulla ricchezza immobiliare che a una tassa per servizi a causa della modalità con cui viene applicata. L’insieme delle complessità, dell’incidenza sui redditi e delle distorsioni del sistema fiscale non invoglia i contribuenti alla fedeltà verso il Fisco. Un’indagine di opinione della Banca d’Italia del 2021 descrive bene l’atteggiamento degli italiani. La stragrande maggioranza (attorno al 90%) riconosce che pagare le imposte è un dovere fondamentale, che l’evasione costituisce un problema serio, e che si pagherebbe più volentieri se ci fosse la consapevolezza che tutti pagassero e se il Paese funzionasse bene. Una maggioranza attorno al 60%, invece, propende a evitare di pagarle perché ritiene che il Governo spende male le risorse, perché le aliquote sono troppo elevate e per la necessità di far sopravvivere la propria azienda.

Quanto sia cambiato l’atteggiamento dall’inizio del decennio non è dato sapere, ma vi sono evidenze secondo cui gli interventi dei governi nell’ultimo decennio hanno accresciuto la progressività dell’imposizione, nonostante la frantumazione delle aliquote effettive, e hanno permesso significativi progressi nel contenimento dell’evasione fiscale e dei mancati pagamenti all’erario. Ne sono testimonianza l’allargamento della differenza del cuneo fiscale per i lavoratori ad alto reddito rispetto a quelli a basso reddito. Nello stesso senso vanno intese le ultime dichiarazioni del responsabile dell’Agenzia delle Entrate sulla scoperta di 200 mila evasori (persone fisiche e imprese) soltanto nell’anno scorso, di cui il 47% precedentemente sconosciuti al fisco.

Un quadro più dettagliato è tracciato nell’ultima relazione del Mef in cui si misura il fenomeno della propensione all’evasione, ma si ferma all’anno 2022. Dal 2012 l’evasione d’imposta è scesa dal 34,3% al 26,4%, con un andamento differenziato tra le quattro principali categorie d’imposta. Nessuna contrazione dell’evasione per l’Irpef sui redditi di lavoro autonomo e d’impresa, evasione che varia negli anni tra il 59% e il 62%. In riduzione, invece, per le imposte sulle imprese (Ires), sui consumi (Iva) e sulle attività produttive (Irap), benché rimanga su percentuali consistenti (rispettivamente 19,5%, 18,4% e 12%). Questi risultati sono il prodotto, tra l’altro, degli interventi dei vari governi consistenti in un monitoraggio più intenso e l’impiego di nuovi strumenti, quali lo split payment, il reverse payment, limiti all’uso del contante, la fatturazione elettronica e l’estesa digitalizzazione della gestione dei dati. Un crescente uso degli strumenti digitali e delle tecnologie dell’IA insieme al maggior scambio di informazioni tra paesi lascia prevedere una graduale restrizione dell’area di evasione nei prossimi anni.

Al contrario resta aperto il problema della riscossione dei tributi accertati, che non sembra aver ricevuto soluzioni efficaci. Nel 2024 a fronte di 72,3 miliardi di imposte evase si sono registrati soltanto 12,8 miliardi di introiti, ovvero il 17,7% del dovuto. Ancor peggiore è la liquidazione delle cartelle esattoriali, che ammonta ad appena il 3,1% dell’importo richiesto di 40,7 miliardi. Non si può escludere che i contribuenti morosi seguano un comportamento dilatorio nell’aspettativa che provvedimenti futuri portino a una cancellazione parziale del debito.

Le autorità, nondimeno, nell’ultimo quinquennio, su pressione dell’Ue e con il supporto dei finanziamenti del Pnrr hanno investito sul miglioramento delle procedure e dei mezzi per contrastare l’evasione e per ottenere effettivamente le risorse dovute. Alcuni squilibri nella distribuzione dell’onere tra i contribuenti e nell’incidenza delle imposte sono da ricondurre al disegno voluto del sistema e alla grandezza della spesa pubblica da finanziare. Non si può in ogni caso trascurare che dalle dichiarazioni dei redditi per il 2023 risulti che il 27,4% dei contribuenti, che hanno dichiarato più di 29 mila euro, abbia fornito i tre quarti (75,29%) del gettito dell’Irpef di 211,52 miliardi.

Complessivamente il sistema fiscale resta intricato, oscuro in alcune parti, difficile da applicare, con distorsioni inattese e costellato da trattamenti agevolativi che squilibrano la ripartizione del carico fiscale, oppure sottraggono redditi all’occhio del fisco. Un sistema che scaturisce in parte da un atteggiamento culturale nella società che ha mostrato storicamente tolleranza verso l’inosservanza degli obblighi fiscali. Riparare il sistema con misure parziali su singoli punti non conduce a miglioramenti, ma a nuove complessità e distorsioni. Sarebbe meglio ripensare il sistema e rifondarlo su basi di trasparenza, efficienza, equità e neutralità, sempre che fosse politicamente possibile.


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