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Lo Stato dell’Unione tra tradizione e polarizzazione. Conversazione con Lesser (Gmf)

Nel discorso più lungo della sua presidenza, Donald Trump ha dedicato pochissimo spazio alla politica estera, privilegiando economia e questioni interne. Una scelta che riflette le priorità dell’elettorato e l’imminenza delle elezioni di medio termine. Intervista di Formiche.net a Ian Lesser, vicepresidente del German Marshall Fund

Nonostante sia stato il più lungo mai fatto sino ad ora, il discorso sullo stato dell’Unione pronunciato ieri da Donald Trump non ha visto il Presidente degli Stati Uniti soffermarsi a lungo su questioni di politica estera, privilegiando invece questioni economiche o di carattere prettamente interno. Non è la prima volta che succede, anzi: come suggerisce il nome stesso, questo intervento è per sua natura molto vicino alla dimensione interna. Tuttavia, nel corso degli anni vari presidenti statunitensi, da Franklin Delano Roosevelt a George W. Bush, hanno posto una forte enfasi sulle dinamiche di politica estera, soprattutto in periodi di profonda instabilità nell’arena internazionale. E ieri, Trump si è limitato a menzionare “soltanto” la questione iraniana, e a menzionare en passant il Venezuela . Quale caso è la norma, e quale no? Per cercare di trovare una risposta a questa e altre domande, Formiche.net ha chiesto a Ian Lesser, vicepresidente del German Marshall Fund.

Crede che il discorso di Trump sia un’eccezione rispetto alla norma, o casomai il contrario?

Direi la seconda. Salvo rare eccezioni, i discorsi sullo stato dell’Unione sono influenzati dalla politica estera. E quello di ieri era chiaramente un discorso incentrato su questioni di politica interna, in alcuni casi molto emotive e polarizzanti, che hanno a che fare con gli accesi dibattiti su cultura, politica ed economia. Pochi giorni fa, avevo visto un sondaggio che chiedeva all’opinione pubblica americana quali questioni avrebbe voluto vedere affrontate, e c’era una breve lista di una quindicina di elementi. La politica estera era assolutamente in fondo alla lista, con circa il 2% di persone interessate. Sarebbe stato difficile, dunque, aspettarsi qualcosa di diverso. Inoltre, in termini di stile, devo dire che il discorso di ieri era molto in linea con la tradizione, ma con un approccio molto amplificato dal punto di vista del coinvolgimento di persone interessanti con storie di vita drammatiche. Approccio che di per sé non lasciava molto margine per parlare di politica estera, che per sua natura è meno avvincente ed emozionante per il pubblico.

Non si può leggere come un segnale della volontà di sganciamento di Washington dal sistema internazionale secondo la “dottrina Maga”?

Non dimentichiamoci di quanto sia rilevante il contrasto tra la realtà dell’importanza della politica pubblica interna nella politica elettorale e i discorsi di questo tipo da un lato, e dall’altro lato ciò che è stato in realtà un attivismo straordinario da parte del presidente sulla scena internazionale. Personalmente, credo che per molti versi Donald Trump sia diventato un presidente di politica estera. Make America Great Again non si traduce con isolazionismo. Si tratta più di un iper-unilateralismo. Ma, dinamica interessante, ben poco di questo attivismo è stato riflesso nel discorso. È chiaro che nella sua base ci sono persone che non sono contente del tempo che il presidente dedica alle questioni di politica estera.

Quindi possiamo dire che questo discorso già guardasse alle prossime elezioni di midterm?

Decisamente. Con le elezioni di medio termine a soli nove mesi di distanza, credo che sia naturale che il presidente si concentri su queste questioni di politica interna fondamentali. L’amministrazione sa che questi temi sono in cima alle preoccupazioni dell’elettorato. E lo sa anche l’opposizione. Hanno approcci molto diversi. Ma il baricentro è chiaramente sulla politica pubblica interna, e questo è stato pienamente evidente nel discorso.

Alcuni osservatori sottolineano come nel discorso di Trump si possano individuare preziosi segnali sulle dinamiche interne ala sua cerchia di potere, e in particolare su chi sia favorito come eventuale erede del Tycoon. Pensa che sia possibile?

Ritengo inevitabile che ci siano questo tipo di speculazioni. E, chiaramente, un J.D. Vance o un Marco Rubio o altri ancora che hanno ascoltato il discorso lo hanno interpretato inevitabilmente attraverso la lente delle loro ambizioni politiche. Detto questo, il discorso ci dice soprattutto molto sulla centralità assoluta della personalità e dello stile fuori dal comune del presidente Trump. Nella politica americana in generale, e specialmente nel suo movimento. E la mia opinione è che probabilmente pochissimi, se non nessuno, dei protagonisti presenti in quella sala ad ascoltare il discorso potrebbe essere il suo “degno sostituto”. E man mano che ci avviciniamo non solo alle elezioni di medio termine, ma anche alle prossime elezioni presidenziali, la questione di chi e cosa potrebbe sostituire quella politica basata sulla personalità diventerà sempre più importante.

 


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