Skip to main content

L’Italia parteciperà come osservatore al Board di pace di Trump per il Medio Oriente

L’Italia parteciperà come osservatore al Board di pace per il Medio Oriente promosso da Trump, una soluzione che consente a Meloni di superare i dubbi di compatibilità costituzionale mantenendo una presenza diplomatica nel dossier. La decisione, annunciata durante la missione in Etiopia, si inserisce nel tentativo di rafforzare i rapporti con Washington, difendere l’unità transatlantica e rilanciare al contempo la strategia italiana in Africa, tra le critiche delle opposizioni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato che l’Italia prenderà parte come Paese osservatore al “Board of Peace for the Middle East” promosso da Donald Trump, una scelta che consente a Roma di superare le difficoltà costituzionali che avevano portato a un iniziale rifiuto. Parlando durante la visita in Etiopia di questi giorni, Meloni ha spiegato che la formula dell’osservatore rappresenta “una buona soluzione” rispetto ai dubbi di compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione, che limita la partecipazione a organismi internazionali percepiti come strumenti di conflitto o di trasferimento di sovranità in condizioni non paritarie.

“Siamo stati invitati come Paese osservatore e, a nostro avviso, questa è una buona soluzione al problema della compatibilità costituzionale,” ha dichiarato ai giornalisti, aggiungendo che l’Italia è orientata a rispondere positivamente all’invito. Resta da definire il livello della rappresentanza, ma è probabile la partecipazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani o di un altro esponente di governo. Anche l’Unione europea è presente al tavolo in qualità di osservatore, attraverso la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica.

La prima riunione formale del Board è prevista il 19 febbraio a Washington e dovrebbe coinvolgere almeno venti Paesi. In quell’occasione Trump dovrebbe annunciare un piano multimiliardario per la ricostruzione di Gaza, segnalando che l’organismo potrebbe configurarsi come piattaforma di coordinamento per la stabilizzazione post-bellica più che come foro diplomatico tradizionale.

L’ingresso calibrato dell’Italia segue la decisione, presa tre settimane fa, di non aderire pienamente all’iniziativa per motivi costituzionali. La partecipazione come osservatore consente dunque a Roma di mantenere una presenza nella diplomazia mediorientale senza avallare formalmente la struttura decisionale del Board.

L’annuncio si inserisce anche nel dibattito più ampio sui rapporti tra Europa e Stati Uniti. In un’intervista al Corriere della Sera, Meloni ha preso le distanze dalle critiche espresse dal cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza di Monaco contro Trump e il mondo Maga. Pur concordando sulla necessità che l’Europa rafforzi la propria sicurezza, la premier ha sostenuto che attacchi pubblici a Washington rischiano di accentuare le divisioni transatlantiche e ha invitato a lavorare “per una maggiore integrazione tra Europa e Stati Uniti”, valorizzando ciò che unisce piuttosto che ciò che divide.

Il “Board of Peace for the Middle East” promosso dall’amministrazione Trump si inserisce nella cosiddetta “Fase Due” del cessate il fuoco a Gaza e ha l’obiettivo dichiarato di coordinare la governance post-bellica dell’enclave e favorire una stabilizzazione regionale più ampia. Presieduto dal presidente statunitense e composto da capi di Stato invitati, il Board dovrebbe fornire l’indirizzo politico generale e il sostegno internazionale a un sistema a più livelli incaricato di amministrare la transizione di Gaza dopo il conflitto. In questa architettura, il Board opererebbe accanto a un Executive Board con funzioni operative e a un comitato tecnocratico palestinese incaricato della gestione quotidiana, con l’intento di combinare leadership internazionale, competenze economiche e una componente locale.

L’obiettivo strategico più ampio è duplice: da un lato garantire sicurezza e ricostruzione — ripristinando servizi essenziali come sanità, energia, acqua e istruzione — e dall’altro costruire una cornice politica capace di sostenere una stabilità duratura e, nelle intenzioni dichiarate, aprire la strada a una futura autodeterminazione palestinese. Tuttavia, il progetto nasce in un contesto estremamente fragile, segnato dalla persistente presenza militare israeliana, dal mancato disarmo di Hamas e dalla diffidenza palestinese verso organismi percepiti come dominati da attori esterni. Proprio per questo, il Board ambisce a fungere da piattaforma di coordinamento internazionale capace di mobilitare risorse, attori regionali e sostegno politico, pur restando incerto se riuscirà a tradurre tali obiettivi in un processo realmente condiviso e legittimato sul terreno.


×

Iscriviti alla newsletter