La diplomazia dello sport non è retorica, è un’ancora, un solido ponte del sistema internazionale. Milano-Cortina sarà, per qualche settimana, un luogo dove il mondo possa ritrovarsi nonostante tutto. Perché la pace non è un risultato, è un percorso. E lo sport, talvolta, è il primo passo per intraprenderlo insieme. L’analisi di Maria Tripodi, sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale
La storia delle Olimpiadi moderne è, fin dalla visione di Pierre de Coubertin, una storia di diplomazia. Non la diplomazia dei trattati o delle cancellerie, ma quella sottile e potentissima che nasce dai simboli: la bandiera dai cinque cerchi, con i suoi colori che rappresentano insieme tutti i continenti del mondo; il giuramento olimpico; l’idea che lo sport, più di qualsiasi negoziato, possa creare legami anche dove i canali politici si bloccano. Oggi, mentre il pianeta attraversa nuove fratture, questa “diplomazia dei cinque cerchi” torna al centro della scena. E Milano-Cortina 2026 si prepara a essere non solo un grande evento sportivo, ma anche un laboratorio geopolitico.
Il contesto globale è segnato da tensioni che il Santo padre Leone XIV ha richiamato con forza nel discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio 2026: i conflitti in Medio Oriente, la guerra nell’Europa orientale, le instabilità nel Sahel, le tensioni nell’Indo-Pacifico, fino alle crisi che attraversano l’America Latina. In questo scenario, il Papa ha invitato a difendere la pace, il dialogo e il diritto internazionale come beni indivisibili, denunciando la logica dei blocchi contrapposti e l’erosione del multilateralismo. Un messaggio che riecheggia quanto già espresso nel messaggio per il Giubileo degli sportivi 2025, in cui indicava lo sport come scuola di fraternità e luogo di riconciliazione. È in questa cornice che il tema olimpico assume nuova rilevanza.
La bandiera dai cinque cerchi – simbolo di universalità e di incontro tra popoli – diventa un’immagine concreta di ciò che spesso manca sulla scena diplomatica: uno spazio comune, riconosciuto e rispettato da tutti. Lo sport non cancella i conflitti, ma può creare ponti dove la politica fatica. La diplomazia sportiva, dunque, non è un accessorio della politica estera, ne è ormai una estensione strategica. L’Italia, anche grazie alla vetrina globale dei Giochi del 2026, sta investendo in questa dimensione con crescente consapevolezza. È anche per questo che il ministro Antonio Tajani ha più volte definito lo sport un asset di dialogo, una piattaforma capace di avvicinare persino attori che sul piano politico restano lontani. La Farnesina ha, inoltre, aggiunto la diplomazia sportiva al ventaglio di strumenti di promozione strategica dell’Italia posti al servizio della diplomazia per la crescita. L’obiettivo è favorire la proiezione all’estero delle eccellenze sportive italiane, l’internazionalizzazione dello sport italiano e delle sue filiere, direttamente o indirettamente collegate, attraverso la collaborazione degli enti sportivi da un lato e in sinergia con l’Agenzia Ice e le associazioni di categoria.
Le grandi manifestazioni sportive internazionali, quali le Olimpiadi invernali, sono occasioni di visibilità mondiale che favoriscono il turismo e gli investimenti, vetrine del saper fare italiano, specchio dei territori e della loro cultura. La stessa candidatura di Milano-Cortina ha per questo mobilitato una rete che supera ampiamente l’universo sportivo: regioni, istituzioni nazionali, partner europei e organismi multilaterali. Ogni edizione dei Giochi, non bisogna dimenticarlo, è anche una narrazione geopolitica: Pechino 2008 e 2022, Sochi 2014, Parigi 2024 hanno espresso ciascuna un modello, un’identità e un messaggio. Milano-Cortina dovrà fare lo stesso, mostrando capacità organizzativa e una visione sul ruolo che lo sport può avere nel mondo contemporaneo.
Una visione che non rinuncia ai principi fondativi dell’olimpismo: inclusione, rispetto, cooperazione. In un’epoca segnata da polarizzazioni crescenti, riaffermare questi valori significa ribadire che l’universalismo non è un’utopia, ma un compito. E che la bandiera dai cinque cerchi – i colori intrecciati nello sfondo bianco, i cinque continenti che si riconoscono in un simbolo comune – rappresenta ancora un ideale possibile di convivenza globale. La diplomazia dei cinque cerchi non risolve i conflitti, ma crea le condizioni perché si possa almeno iniziare a parlarne. Costruisce fiducia, apre canali, genera immagini condivise. Si tratta di una vera e propria “pedagogia della pace”: gesti semplici – un abbraccio tra atleti di Paesi rivali, delegazioni che sfilano insieme, giovani che gareggiano senza barriere politiche – parlano più di molti comunicati ufficiali.
Milano-Cortina sarà dunque chiamata a offrire, per qualche settimana, un luogo dove il mondo possa ritrovarsi nonostante tutto: un’arena in cui la competizione non annulli il rispetto, e dove la sostenibilità e l’innovazione convivano con tradizioni radicate. Un’opportunità per riaffermare che lo sport non è evasione, ma un linguaggio universale. In definitiva, la diplomazia dello sport non è retorica, è un’ancora, un solido ponte del sistema internazionale. Se i Giochi del 2026 sapranno incarnare questo spirito, potranno contribuire a rilanciare un messaggio che appartiene tanto alle radici dell’olimpismo quanto alla tradizione della diplomazia italiana: la pace non è un risultato, è un percorso. E lo sport, talvolta, è il primo passo per intraprenderlo insieme.
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