La competizione tra Stati Uniti e Cina per i minerali critici africani sta ridisegnando le catene di approvvigionamento globali, tra offtake finanziari occidentali e presenza industriale cinese. In questo contesto, l’Italia punta a strutturare il proprio ruolo attraverso il Piano Mattei, inserendo l’Africa al centro della propria strategia geoeconomica e di sicurezza
L’Africa è diventata uno dei principali teatri della competizione geoeconomica globale, mentre Stati Uniti e Cina cercano di assicurarsi l’accesso alle materie prime essenziali per l’industria avanzata, la difesa e la transizione energetica. Negli ultimi mesi, il contrasto tra l’approccio americano e quello cinese nella corsa a rame, cobalto e altri minerali critici si è fatto più netto, mettendo in evidenza due modelli strategici profondamente diversi. Comprenderli è una necessità per l’Italia, che cerca di proiettarsi in Africa come Paese leader della cooperazione tra Africa e Occidente, individuando nel Piano Mattei un modello di riferimento.
Questo approccio diventa ancora più visibile analizzando le dinamiche attorno all’Indaba Mining di Città del Capo, il principale appuntamento globale dedicato al settore estrattivo africano, dove Washington e Pechino cercano nuove intese e allineamenti. L’evento, in programma in questi giorni, coincide con il Nairobi AI Forum, confermando la centralità africana nella catena del valore delle nuove tecnologie. La coincidenza ulteriore con l’Italy-Africa Forum di Addis Abeba e le recenti ambizioni sul settore dei minerali critici del’Italia — passanti da Washington — e il ruolo di catalizzatore che Roma ha preso su progetti tematici come il Lobito Corridor, rafforzano l’incrocio di interessi strategici.
L’approccio statunitense: leva finanziaria più che presenza industriale
Gli Stati Uniti stanno puntando sempre più su accordi di offtake, finanziamenti pubblici e strutture di trading per competere nel breve periodo con Pechino sulle catene di approvvigionamento africane. Piuttosto che collocare operatori statunitensi direttamente in contesti ad alto rischio politico e operativo, Washington preferisce strumenti capaci di orientare i flussi produttivi verso filiere allineate agli interessi occidentali, limitando l’esposizione diretta.
Il focus è su Paesi chiave come Zambia, Guinea e soprattutto la Repubblica Democratica del Congo, che da sola rappresenta oltre il 70% della produzione globale di cobalto e ha prodotto circa 3,3 milioni di tonnellate di rame nel 2024. In questo quadro si inseriscono gli accordi con grandi trader internazionali come Mercuria e le intese con la compagnia mineraria statale congolese Gécamines.
L’obiettivo non è il controllo diretto delle miniere, ma la capacità di influenzare i flussi. Attraverso diritti su quote di produzione futura in cambio di finanziamenti e garanzie, gli Stati Uniti possono indirizzare rame e cobalto africani verso acquirenti occidentali, anche in un contesto in cui la capacità di raffinazione resta largamente dominata dalla Cina. Una strategia che privilegia rapidità e de-risking, pur senza poter ancora competere con la scala e la velocità dell’apparato industriale cinese.
Il modello cinese: velocità, infrastrutture e controllo della filiera
La posizione cinese in Africa resta strutturalmente diversa. Negli ultimi dieci anni, Pechino ha costruito un ecosistema integrato che combina estrazione, infrastrutture e, soprattutto, raffinazione. Le imprese cinesi controllano molte delle principali miniere di rame e cobalto nella RDC e continuano a convogliare la maggior parte della produzione verso la Cina per la lavorazione, consolidando il dominio nelle fasi a maggior valore aggiunto della catena.
Il vantaggio cinese non risiede solo nel capitale, ma nella capacità di andare rapidamente a mercato e nella maggiore tolleranza al rischio politico. In più occasioni, operatori cinesi hanno portato avanti progetti nonostante dispute legali o incertezze sulla proprietà, rafforzando il proprio vantaggio di primo ingresso. Dai giacimenti di litio di Manono al complesso minerario di Simandou in Guinea, i consorzi sostenuti da Pechino hanno spinto su ferrovie, porti e infrastrutture, spesso costringendo i competitor occidentali ad adeguarsi.
Parallelamente, alcuni governi africani stanno cercando di riequilibrare questo modello, introducendo restrizioni all’export di minerali grezzi e tentando di trattenere più valore sul territorio nazionale. Segnali politicamente rilevanti, ma ancora fragili, che non scalfiscono nel breve periodo il vantaggio strutturale cinese nella raffinazione.
Perché questa dinamica riguarda direttamente l’Italia
Questa competizione tra Stati Uniti e Cina si intreccia in modo diretto con la strategia italiana in Africa, imperniata sul Piano Mattei e rafforzata dalle iniziative parallele dell’Unione Europea e del G7 – come appunto il Lobito Corridor. Il progetto di un corridoio infrastrutturale strategico – che collega il copper belt di Zambia e Repubblica Democratica del Congo al porto angolano di Lobito sull’Atlantico, offrendo un’alternativa alle rotte di esportazione tradizionalmente orientate verso la Cina — ha ricevuto sostanziale implementazione durante il vertice Ue-Italia-Africa dello scorso giugno. Ed è un esempio di come Roma abbbia progressivamente collocato il continente africano al centro di una visione che combina posizionamento internazionale, sicurezza economica e geoeconomia, protezione degli intessi e occidentali.
L’approccio italiano è dichiaratamente integrato. Il Piano Mattei lega investimenti infrastrutturali, cooperazione sulla sicurezza e sviluppo delle catene del valore, proponendo l’Italia come partner politico e co-investitore piuttosto che come attore puramente estrattivo. Una linea che converge con gli sforzi occidentali più ampi – dal Global Gateway europeo alla PGII del G7 – e che trova negli Stati Uniti il principale punto di riferimento strategico.
I minerali critici rappresentano uno snodo centrale di questa impostazione. L’Italia ha segnalato la disponibilità a svolgere un ruolo operativo nei nuovi meccanismi europei di diversificazione e stoccaggio, inserendo al tempo stesso le partnership africane in una cornice transatlantica di sicurezza delle filiere. Progetti come il corridoio di Lobito mostrano come infrastrutture, accesso alle risorse e allineamento strategico possano essere integrati in un unico disegno.
In vista del vertice Italia–Africa del 13 febbraio ad Addis Abeba, il messaggio di fondo è chiaro: l’Africa non è più un dossier periferico, ma un fulcro strategico. Comprendere come gli Stati Uniti stiano riorientando i flussi di materie prime – e come la Cina continui a esercitare il proprio vantaggio industriale – è essenziale per strutturare una strategia italiana credibile e sostenibile. Non si tratta di scegliere un campo, ma di inserire l’Italia in un equilibrio in evoluzione, trasformando la competizione sulle risorse in partnership durature, influenza politica e sicurezza economica di lungo periodo.
















