Skip to main content

Quando il Medio Oriente entra nel calendario ucraino. Cos’è successo al processo negoziale

Niente secondo round dei colloqui trilaterali ad Abu Dhabi, ufficialmente a causa delle tensioni regionali in Medio Oriente. Ma il dialogo è proseguito sul canale bilaterale, con l’incontro in Florida tra l’inviato Usa Steve Witkoff e l’emissario russo Kirill Dmitriev

Contrariamente alle previsioni, nei giorni scorsi non c’è stato nessun secondo round dei colloqui trilaterali tra rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti. Dopo una prima sessione che ha avuto luogo lo scorso fine settimana ad Abu Dhabi, definita come “costruttiva” da tutte le parti coinvolte, era infatti stata pianificata una ripresa dei lavori negoziali per il week-end appena conclusosi, sempre in territorio emiratino. Ma questa ripresa non c’è stata, almeno per ora.

Le motivazioni non sono state chiarite pubblicamente, ma qualche sospetto c’è, e riguarda il Medio Oriente. Nel corso della settimana scorsa, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva accennato al fatto che le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran potessero influire sul calendario diplomatico, senza tuttavia indicare esplicitamente che i colloqui di Abu Dhabi sarebbero stati rinviati. Nelle scorse ore era però emersa la possibilità che avvenga un nuovo incontro trilaterale in questa settimana, ipotesi confermata questa mattina dal Cremlino, che ha annunciato per mercoledì il prossimo round negoziale con Ucraina e Usa.

Ma, nonostante l’assenza di un incontro trilaterale, questi giorni non sono stati privi di novità. Nel corso del fine settimana Steve Witkoff, inviato speciale del presidente americano Donald Trump, si è incontrato in Florida con Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino e capo del fondo sovrano russo. Nessuna delle due parti ha fornito dettagli sul contenuto dei colloqui, ma Witkoff ha definito l’incontro “produttivo e costruttivo”, aggiungendo che Washington vede segnali incoraggianti di una disponibilità russa a lavorare per una soluzione politica.

Per quel che riguarda il processo negoziale nel suo complesso, ci sono alcuni nodi sostanziali che restano irrisolti. Prima di poter arrivare a un accordo di pace, le parti devono ancora superare profonde divergenze su almeno due dossier centrali: il futuro dei territori occupati e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

Il principale punto di frizione riguarda il Donbass. Mosca continua a rivendicare il controllo completo dell’area, mentre Kyiv rifiuta di cedere i territori che restano sotto controllo ucraino. La Russia controlla oggi circa il venti per cento dell’Ucraina orientale e meridionale, compresa quasi tutta la regione di Luhansk e circa l’ottanta per cento della regione di Donetsk. Ma il Cremlino considera l’intera area come un obiettivo politico e strategico irrinunciabile.

Secondo le informazioni emerse, come parte di un possibile accordo, Mosca chiede che Kyiv rinunci formalmente all’intera regione di Donetsk. Una linea apparentemente condivisa da Washington, che starebbe condizionando a tale accettazione la concessione di garanzie di sicurezza a Kyiv (garanzie che sarebbero peraltro già state concordate tra gli esponenti ucraini e statunitensi). Una concessione che Zelensky ha finora escluso, anche per il forte impatto politico interno che avrebbe una simile presa di posizione.


×

Iscriviti alla newsletter