Con “Rental Family-Nelle vite degli altri” (2025), di Hikari, presentato al Festival di Roma, veniamo precipitati in una intrigante storia, tratta dalla vita quotidiana, tra Isaac Asimov e Louis Buñuel. Come affittare persone ai fini di una chirurgia plastica dei sentimenti. Un buon prodotto hollywoodiano
Soggetto originale
C’è poco da dire, il soggetto è davvero innovativo e catturante, pur essendo tratto dalla realtà. Siamo nella Tokio di oggi, tecnologica, colma di giganti pannelli al neon, traboccate di persone e auto in frenetico movimento, con pulsanti infinite luci notturne, attraversata da saettanti metropolitane nel buio della notte. Una agenzia fornisce ai suoi clienti le persone “necessarie” per completare la propria vita – che in quel momento si sta vivendo e di cui si ha un terribile urgenza, poiché c’è un buco, un vuoto da riempire –, spesso è un famigliare: Rental Family – Nelle vite degli altri (2025) di Hikari, sceneggiato con Stephen Blahut. Le famiglie a noleggio in Giappone, sviluppatesi sin dagli anni Ottanta, sono legali.
Come avviene tecnicamente questa operazione di chirurgia plastica dei sentimenti? Il soggetto fornito al cliente, dalla agenzia “Rental Family”, dopo aver studiato il “ruolo”, deve semplicemente impersonare la parte in un determinato contesto, di circostanza (un evento, una festa, un funerale), amicale, o famigliare. Come talvolta da ragazzi abbiamo detto ad un amico o ad una amica di fingersi la nostra fidanzata o fidanzato per una sera, o a una festa, per non sentirsi soli e sfigati davanti agli altri.
Il plot
Un maturo attore sul viale del tramonto, Philip Vandarploeug (Brendam Fraser), dimenticato dalle produzioni, rimedia, tramite la sua agente, una momentanea scrittura presso, appunto, la Rental Family. Primo incarico: recarsi a un funerale per impersonare un “bianco americano faccia triste”. Pur arrivando in ritardo, la sua faccia e la sua stazza colpiscono il direttore della agenzia, Shinji che gli offre di lavorare con il ruolo fisso di “gaijin” che significa “straniero” di rappresentanza.
Inizialmente rifiuta: non gli piace l’idea di illudere le persone. Ma, nel lasciare gli uffici della Retnal Family, i due impiegati di Shinji, la bella Aiko e l’attivo collega Kota, lo riconoscono come l’attore di un vecchio e famoso spot di un dentifricio: si sente gratificato e… considerato il suo stato di disoccupato, accetta.
Primo ruolo più articolato è quello del marito di Yoshie, una bellissima giovane ragazza. Nonostante i suoi dubbi sulla differenza di età, cui lei replica: “un uomo maturo sarà apprezzato dai miei genitori”, vi è l’accordo. La cerimonia del matrimonio, super elegante e raffinata, in un hotel di lusso, presenti genitori e parenti di Yoshie, sotto la regia di Shinji e degli assistenti Aiko e Kota, appare perfetta in ogni minimo dettaglio. Ma lo sposo, Philip (con nome e professione, cittadinanza, ora è candese, falsa, ovviamente), è sparito. Chiuso in bagno, vestivo con il kimono tradizionale da cerimonia nuziale. “Non me la sento… è una bugia”, dice alla arrabbiata Aiko che, dopo una folle corsa-ricerca per tutti i piani dell’hotel, lo ha scovato lì. “Lei rovinerebbe la vita di questa ragazza!”, “Si muova!”, gli grida Aiko.
Tutto rientra. La cerimonia si conclude. Il padre di Yoshie, abbraccia il genero “Ora sei della famiglia!”, “Certo, papà!” replica Philip con tono troppo alto, nascondendo così l’imbarazzo. Dopo il matrimonio i novelli sposi andranno a vivere in Canada. Genitori di lei felicissimi. A sera, in una lussuosa stanza dell’Hotel, i due sono seduti sul letto, uno accanto all’altro. Egli, “bella cerimonia”; “Sì davvero bella”, replica la “sposa”. Suona il campanello Philip si alza educatamente, “apro io”. Entra una affascinante ragazza. Va diritta come una lancia verso la splendida Yoshie, ora in piedi, felice: si baciano appassionatamente sulla bocca. Philip gentilmente saluta, le due cortesemente ringraziano, con il noto ojigi (l’inchino nipponico)..
Philip, il giorno dopo, è rimproverato duramente in ufficio da Shinji (ha rischiato di far saltare tutto il lavoro), il quale gli pone un ultimatum: se decide di rimanere deve eseguire i ruoli senza esitazione e obbedendo letteralmente alla consegna. Philip rimane, dando la sua parola.
Ecco un secondo ruolo. Il padre di una bambina: solo per pochi giorni, il tempo affinché la piccola, Mia, sia accettata in una scuola prestigiosa: senza un padre non verrà mai accolta e la madre, Hitomi, molto tiene alla prestigiosa scuola. Shinji si raccomanda “Non faccia affezionare troppo la bambina”.
Primo incontro. Tra il gigante papà, ricomparso dopo anni, e la piccola, veramente sveglia, attenta e critica, inizialmente non funziona: Philip viene rifiutato “ti presenti ora, dopo tutto questo tempo!”, lo rimprovera Mia. E, fugge via per il centro commerciale, madre e Philip a rincorrerla.
Ma, pian piano, incontro dopo incontro, con la sua pazienza il “papà” si fa accettare e inizia un autentico rapporto d’affetto tra i due. Situazione che a Hitami (Shino Shinozaki: giustamente gelida con Philip) non piace e ovviamente contrasta (forse si porta dentro una avversione verso gli uomini, derivato dal suo essere madre single). Ella, scoperta che la piccola si telefona con Philip le dice di non affezionarsi al “padre” visto che potrebbe tornare in America, insomma di non parlarci troppo: ma Mia risponde arrabbiata: “Lui mi ascolta!”, e la madre, “Anche io ti ascolto”, “No, tu mi dai ordini!”.
Le svolte della sceneggiatura
Siccome il racconto necessita di linfa, ossia di suspense, ecco che Philip è chiamato, contemporaneamente, a vestire i panni di un giornalista-scrittore nella casa dell’ottuagenario famoso attore Kikuo Hasegawa, per una lunga intervista-libro (sempre tramite la Rental Family, cui si è rivolta la figlia: “mio padre, si sente dimenticato dai suoi colleghi e dal pubblico”). Kikuo, a momenti perde la memoria, ma è psicologicamente presente a sé stesso e fisicamente in ottime condizioni.
Nel pieno del suo nuovo lavoro, l’agenzia per gli attori chiama Philip comunicandogli una bella notizia: il provino dal lui sostenuto settimane prima (lo abbiamo visto di scorcio all’inizio film) è andato bene: dovrà partire per girare una serie-Tv in Corea. La notizia gli arriva mentre è al carnevale dei gatti, con Mia, in cui tutti si travestono da gatti. È il giorno in cui l’affetto tra il “padre” e la “figlia”, ha raggiunto lo zenit. Il giorno dopo Philip rinuncerà al contratto. Non solo per Mia, anche per Kikuo.
Lo script non può rinunciare a dei momenti sul confine tra dramma e commedia sia nella gita-fuga di Philip e Kikuo, verso il suo paese natale (senza l’autorizzazione della figlia), che questi vuole rivedere prima di morire, soprattutto la capanna nel bosco, cui andava a giocarci con una sua amichetta d’infanzia. e alla necessaria (momentanea), sia in due inattesi turning-point: le improvvise rotture delle due amicizie con i suoi “clienti”. Una incidente con Kikuo, il gentile ma aspro troncamento del bel cordone sentimentale tra Philip e Mia ad opera della rigida Hitami, appena dopo l’esame di ammissione della piccola.
Epperò i finali, delle due vicende centrali, troveranno una loro soluzione happy all’interno di una massima conosciuta da ogni spettatore, che potremmo così riformulare: “l’amore per l’altro, e per la verità, vince su tutto”.
I temi narrativi
Rental Family ci sbatte in faccia diversi “problemi” della nostra società super industrializzata: la solitudine del soggetto, la difficoltà di essere accettati se “diversi” dalla maggioranza (l’amore lesbico); la famiglia senza un padre; un padre senza una famiglia. Le famiglie a noleggio in Giappone, sviluppatesi sin dagli anni Ottanta, sono legali.
Hikari e Blahut nel raccontare una storia “realistica”, non fanno altro che sottolineare come la realtà postmoderna superi ogni fantasia: la chirurgia plastica dei sentimenti, all’interno della finzione che sostituisce la vita vera, è un avvinghiante soggetto che avrebbe attirato l’attenzione di scrittori quali Isaac Asimov o Róman Gómez de la Serna; e registi visionari come Luis Buñuel o Dušan Makavejev. Rental family ci conduce a riflettere seriamente sulla fata morgana della nostra natura-matrigna tecnologica, nella quale, come uomini-monadi, abbiamo scelto “dolcemente” di naufragare.
Regia 1
Per questo Hikari, visivamente, ci sferza con le finestre di migliaia di alveari-condomini da cui vediamo la solitaria vita degli altri; le centinaia di treni-metropolitani, senza guidatore, programmati a sballottolare per la metropoli il loro inerme carico di esseri umani stanchi e stressati; una mamma illusa che la migliore scuola riempia i buchi neri di una piccola mentre nel suo cuore forse reclama un papà; una figlia adulta stanca dell’anziano padre.
Nell’inquadrare l’alto e imponente Philip e la piccola e graziosa Mia (camera alto-basao / basso-alto) ci aspetteremmo da Ikari, se non sempre, almeno alcune “tatami-inquadrature”, ossia riprese ad altezza di bambino, come abbiamo visto in diversi film in cui compaiono dei piccoli: Philip mai si inchina all’altezza di Mia. Insomma, Hikari non cancella con la camera il dislivello tra l’imponente uomo e la piccola, evitando, pensiamo, una regia a suo giudizio sdolcinata, e traducendolo nella metafora di una relazione difficile da intrecciare e mantenere, nonostante poi scoppi un grande affetto tra il gigante e la bambina.
Regia 2: direzione degli attori
Va sottolineato come Hikari diriga tutti gli attori chiedendo loro una recitazione – volti, gesti e posture -, da cartina al tornasole, cangiante in relazione allo sviluppo psicologico del racconto. Particolarmente, sorprende la piccola Shannon Mahina Goman (Mia): la maturità di decenne si apre a momenti in cui ragiona e osserva il padre come fosse una sicura adolescente; superba la performance di Akira Emoto (Kikuo): va da riflessive pose da attore alla Yasujiro Ozu ad inattese accensioni emotive alla Akira Kurosawa.
Un elogio particolare va a Brendam Fraser per il meticoloso scavo interiore operato sul personaggio di Philip, un “bianco” inserito dagli sceneggiatori in un contesto iamatologo, lontano dall’occidente, in cui sa, magistralmente, far vibrare le angosce contemporanee: solitudine, abbandono, difformità dalla norma, desiderio di famiglia. Tutti motivi nei quali qui, gratificati, finiamo convolti, come già accadde con il poetico-drammatico The Whale (2022, Darren Aronofsky), che gli valse l’Oscar.
Il limite: un astuto confezionamento
Una bambina bisognosa di un padre; un uomo maturo (“non ho mai conosciuto mio padre”), cui si presenta l’occasione di “essere” genitore per la prima volta nella sua vita; un altro uomo, immerso nella solitudine, ridottosi ad affittare una moglie e un figlio (lo stesso Shinji!); un felice amore lesbico; un anziano privato degli affetti di una figlia super impegnata nel lavoro, cui il destino riserva un autentico amico prima della uscita di scena; una giovane e bella donna, l’impiegata Aiko, anche ella “attrice” nelle situazioni di coppie con mariti fedifraghi (troverà l’amore con Philip?); una fede politically correct, panteistica-new-age, in un “dio che è nella natura, negli alberi, nei fiumi…” (Kikuo).
Tutti temi che l’impeccabile sceneggiatura di Hikari e Blahut declina, in accordo con la filosofia del Novecento, come piena disponibilità e ascolto verso l’altro. Un narrare tecnicamente funzionante, attento a ben occultare lo scaltro limite commerciale: accontentare tutti i target. Dall’infanzia, passando per la maturità, alla terza età (manca un cane o un gatto); dai single, alle coppie etero e omo, alle famiglie mono-genitoriali.
















