Più che una svolta di contenuto, l’annunciata accelerazione sul nuovo decreto Sicurezza appare come un segnale di attivazione politica: la necessità di mostrare che qualcosa si muove, che il tema non è solo presidiato simbolicamente ma anche tradotto in iniziativa di governo. Una dinamica già vista in passato, con provvedimenti (come il decreto Rave) che hanno avuto un forte impatto comunicativo, ma risultati operativi limitati. L’analisi di Martina Carone
Prima una foto con Strade Sicure, poi la visita ai poliziotti feriti negli scontri a Torino. Al di là del proprio ruolo istituzionale, Giorgia Meloni sta affrontando diverse tensioni sul fronte dell’ordine pubblico, e la scelta comunicativa e strategica messa in atto sembra davvero assumere i contorni di una mossa difensiva. Difensiva nel senso politico del termine: la sicurezza è un terreno su cui la presidente del Consiglio non può permettersi ambiguità, vuoti di presidio o letture ostili. Né sul fronte dell’opinione pubblica e dell’opposizione, né su quello, altrettanto sensibile, degli equilibri interni alla maggioranza.
La sicurezza, oggi, è un campo simbolico ad altissima intensità, in cui si intrecciano percezioni sociali, competizione politica e legittimazione della leadership. Ed è proprio per questo che Meloni sceglie di giocare soprattutto sul piano della comunicazione, usando gesti, immagini e parole come strumenti di messa in sicurezza del tema, prima ancora che come veicolo di nuove scelte normative.
I dati aiutano a capire il contesto in cui questa strategia prende forma. Il sondaggio YouTrend per Sky TG24 sui primi mille giorni di governo colloca il ddl Sicurezza tra i provvedimenti meno apprezzati dagli italiani: il 25% lo indica tra le misure peggiori,, secondo solo al Ponte sullo Stretto. Non è un dato marginale, e soprattutto non è un dato di consenso: misura salienza negativa, cioè quanto quel tema resti impresso come problematico, al di là del giudizio sul governo. E ci restituisce una lettura chiara: la sicurezza è una priorità per l’opinione pubblica, ma le modalità con cui viene declinata fanno la differenza.
Dentro questo quadro si collocano le ultime scelte comunicative della presidente del Consiglio. Le immagini accanto ai militari di Strade Sicure, diffuse per rispondere alle polemiche su un presunto depotenziamento dell’operazione, non servono tanto a rilanciare una misura quanto a chiudere uno spazio di interpretazione, in cui il messaggio centrale è la presenza e la vicinanza alle istanze dei cittadini in città dove il tema sicurezza è fortemente identitario (spoiler: a Roma si vota tra poco, e anche a Torino). Ancora più esplicita è la gestione degli scontri di Torino: la visita in ospedale agli agenti feriti, il linguaggio netto sulla violenza subita, la distinzione marcata tra manifestazione e criminalità: la sicurezza come protezione di chi garantisce l’ordine democratico.
Ma la dimensione difensiva di questa strategia non riguarda solo l’opinione pubblica. Riguarda, forse soprattutto, la competizione interna al campo di governo. La sicurezza è uno dei pochi temi su cui la destra italiana non si divide tra pragmatismo e identità: si divide su chi ne detiene la proprietà politica.
L’irruzione di figure come Vannacci nel dibattito pubblico ha reso esplicita questa tensione, trasformando la sicurezza in un terreno di radicalizzazione e di sfida simbolica. In questo contesto, Meloni non può permettersi di apparire né “debole” né “scavalcabile” sul tema. Da qui la necessità di un presidio costante, che sottragga la sicurezza alla logica della gara identitaria e la riporti dentro un perimetro di responsabilità istituzionale.
È anche per questo che la premier insiste su una postura da capo di governo più che da leader di parte: la sicurezza come funzione dello Stato, non come bandiera ideologica. Un equilibrio complesso, ma obbligato.
Meloni non può avere problemi con la sicurezza: è questa la chiave per leggere una strategia che usa la comunicazione come strumento di difesa preventiva. Difesa del rapporto con un’opinione pubblica che chiede protezione e riconoscibilità. Difesa del ruolo di leadership in una maggioranza in cui la “durezza” è una moneta politica contesa. Difesa, infine, dell’immagine di un governo solido, affidabile, pienamente legittimato nell’esercizio dell’autorità.
In questo quadro va letta anche l’annunciata accelerazione sul nuovo decreto Sicurezza. Più che una svolta di contenuto, appare come un segnale di attivazione politica: la necessità di mostrare che qualcosa si muove, che il tema non è solo presidiato simbolicamente ma anche tradotto in iniziativa di governo. Una dinamica già vista in passato, con provvedimenti (come il decreto Rave) che hanno avuto un forte impatto comunicativo, ma risultati operativi limitati. Anche in questo caso, il decreto sembra funzionare soprattutto come certificazione di presenza, più che come strumento risolutivo.
















