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Stabilizzazione senza Stato di diritto. L’illusione venezuelana spiegata da Armando Armas

Di Armando Armas

Petrolio, potere e giustizia nella fase post-chavista. La stabilizzazione non coincide con la trasformazione. Nel caso venezuelano, confondere le due cose rappresenta il principale rischio strategico dell’attuale fase di transizione. Il commento di Armando Armas, membro del Global committee for the rule of law ed ex deputato venezuelano di Guaidó, che oggi vive in esilio tra Italia e Spagna

Il 3 gennaio il Venezuela ha inaugurato una nuova e fragile fase politica con la rimozione di Nicolás Maduro e l’insediamento di un governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez. A livello internazionale, l’evento è stato presentato come l’avvio di un processo di stabilizzazione, sostenuto e monitorato dagli Stati Uniti. Secondo il Segretario di Stato Marco Rubio, incaricato di guidare il dossier venezuelano, la strategia si articola in tre fasi: stabilizzazione, ripresa economica e transizione attraverso elezioni libere.

Ma la recente storia del Paese impone cautela. Senza democratizzazione istituzionale, la stabilizzazione rischia di restare un esercizio amministrativo privo di effetti strutturali. E senza il ripristino dello Stato di diritto, la democratizzazione stessa resta impraticabile. Il nodo centrale è il sistema della giustizia. Oggi oltre il 98 per cento dei giudici venezuelani è in condizione di provvisorietà, nominato e rimosso discrezionalmente. L’indipendenza della magistratura è, nei fatti, una finzione. I tribunali non funzionano come contropotere, ma come estensione dell’apparato politico.

La Procura generale è guidata da Tarek William Saab, figura chiave del sistema di potere, documentata a livello internazionale per il suo ruolo nella negazione e nella copertura di gravi violazioni dei diritti umani. Nel caso della morte, nel 2018, del consigliere comunale dell’opposizione Fernando Albán mentre era in custodia dello Stato, Saab sostenne pubblicamente che si fosse suicidato. Una dichiarazione divenuta emblematica della negazione ufficiale di fronte a evidenze credibili di abuso.

Questo quadro giudiziario si inserisce in un più ampio sistema predatorio. L’estorsione è sistemica. Le forze dell’ordine ricattano commercianti e viaggiatori. Le famiglie con parenti all’estero vengono prese di mira attraverso procedimenti fittizi, archiviabili solo previo pagamento. Nei tribunali civili, commerciali e penali è ampiamente riconosciuto che le sentenze possono essere comprate. La giustizia, in Venezuela, è messa all’asta.

Gli indicatori internazionali non fanno che confermare questa realtà. Il World Justice Project colloca il Venezuela all’ultimo posto mondiale nell’Indice dello Stato di diritto. La Banca Mondiale lo posiziona nei percentili più bassi per controllo della corruzione, qualità regolatoria, Stato di diritto e accountability democratica. Questa dimensione istituzionale non è un dettaglio tecnico: è una variabile geopolitica decisiva.

L’Assemblea Nazionale illegittima, presieduta da Jorge Rodríguez, fratello della presidente ad interim, sta promuovendo una nuova legge sugli idrocarburi che introduce maggiore partecipazione privata e ricorso all’arbitrato internazionale. Sulla carta, una rottura con il dogmatismo chavista. In realtà, una tacita ammissione: nemmeno gli architetti del sistema si fidano più dei tribunali nazionali. Ma le clausole arbitrali non sostituiscono uno Stato funzionante. La magistratura, le forze di sicurezza e l’apparato regolatorio continueranno a incidere sull’esecuzione dei contratti, sulla tutela della proprietà e sulla quotidianità delle operazioni economiche. Nessun investitore serio può prescindere da questa realtà.

Secondo alcune stime, gli investimenti esteri potrebbero raggiungere quest’anno i 33 miliardi di dollari, in gran parte concentrati nel settore petrolifero. Per un’economia con un Pil stimato attorno ai 100 miliardi, si tratta di un afflusso significativo. Ma senza riforme istituzionali, questo flusso rischia di replicare uno schema noto: la cattura delle nuove rendite da parte delle stesse reti politiche, militari e giudiziarie che hanno prodotto il collasso del Paese.

Crescita senza Stato di diritto non è ripresa. È redistribuzione verso l’alto attraverso uno Stato predatorio. Durante una recente audizione al Senato degli Stati Uniti, Marco Rubio ha chiarito che i fondi sotto controllo statunitense destinati al governo ad interim venezuelano saranno approvati su base mensile, previa valutazione dei bilanci. Con questa dichiarazione, Washington segnala formalmente la chiusura del progetto politico avviato da Hugo Chávez, proseguito da Nicolás Maduro e ora archiviato sotto Delcy Rodríguez.

Per molti venezuelani, questo momento rappresenta la fine di oltre venticinque anni di autoritarismo, distruzione istituzionale e devastazione economica. Un passaggio che autorizza un cauto ottimismo. Ma l’ottimismo, in Venezuela, deve sempre essere temperato dal realismo istituzionale. Il Paese non ha bisogno solo di licenze petrolifere e stabilizzazione macroeconomica. Ha bisogno di tribunali che non si possano comprare, di procuratori che non mentano, di poliziotti che non estorcano e di giudici che non mettano le sentenze all’asta. La vera transizione non passa dai giacimenti, ma dai tribunali. Senza una riforma profonda della giustizia e senza il ripristino della separazione dei poteri, la fase post-chavista rischia di trasformarsi in una semplice riorganizzazione delle élite al potere, non in una rinascita democratica.


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