Un po’ come gli Stati Uniti, decisi a creare una gigantesca scorta di minerali critici, anche Roma è pronta a ospitare uno dei depositi per lo stoccaggio di materie prime. Obiettivo, sganciare per quanto possibile l’Europa dalla Cina
L’Italia è ufficialmente in manovra sulle terre rare. Obiettivo, non è certo un mistero, ridurre presto e bene la dipendenza dalla Cina, che almeno per quanto riguarda i minerali critici, dà ancora le carte. Nelle ore in cui Antonio Tajani, ministro degli Esteri, è a Washington per il Critical minerals summit, annoverando la Penisola tra gli attori del grande riassetto globale delle materie strategiche, ecco che da Roma arriva un altro segnale verso una non più irraggiungibile indipendenza.
Un segnale arrivato direttamente dal governo di Giorgia Meloni, per bocca del ministro per le Imprese, Adolfo Urso. “L’Italia è nella short list per avere uno dei primi due centri strategici di stoccaggio per materie prime critiche in Europa. Si farà probabilmente nel Nord Italia, così è vicino alle infrastrutture di trasporto”, ha annunciato il responsabile del Mimit. “L’Europa è circondata da guerre, ne vogliamo prendere atto? O pensiamo ancora di vivere in pace. In questo mondo devo garantire l’autonomia strategica, per questo serve un centro strategico di stoccaggio di materie prime critiche”, ha aggiunto Urso, che ha messo in relazione il sito di stoccaggio con la necessità di una indipendenza strategica europea.
“Ho parlato recentemente con i commissari europei nel consiglio competitività di come sia assolutamente necessario garantire l’approvvigionamento delle materie prime critiche, delle terre rare per le nostre imprese, per la nostra società”, ha specificato Urso. Per il quale “Questo è il bene più prezioso anche a fronte di rischi geopolitici che ci sono e di quelli geoeconomici derivanti da conflitti armati, da guerre commerciali, dalla competizione globale che è in atto o dallo scontro globale che è in atto, ed è per questo che noi abbiamo chiesto alla Commissione europea, con responsabilità, di limitare le esportazioni di rottami ferrosi dal nostro continente a garanzia di quelle imprese siderurgiche, come le imprese italiane, che hanno avviato un processo di decarbonizzazione con l’installazione di forni elettrici”.
Un esempio, quello europeo, che a sua volta ricalca quello americano. Tutto questo accade infatti mentre, dallo Studio Ovale il presidente americano Donald Trump ha lanciato il Project Vault, una iniziativa da 12 miliardi di dollari complessivi per creare una scorta di minerali strategici e mettere al sicuro le catene di approvvigionamento. Verrà finanziata per 1,67 miliardi da fondi privati, mentre per i restanti 10 miliardi il consiglio di amministrazione della Us Export-Import Bank ha già approvato il prestito. Per Trump, il contribuente americano trarrà profitto da questo progetto, a cui partecipano aziende del calibro di General Motors, Stellantis, Boeing e Google. Chi non deve trarne alcuno è ovviamente la Cina.















