Milano‑Cortina 2026 segna record storici: quasi metà degli atleti in gara sono donne, il medagliere italiano tocca quota 30 e nascono nuove protagoniste accanto alle leggende che salutano la scena. Un’Olimpiade che ridefinisce equilibrio, visibilità e futuro degli sport invernali. Il racconto di Sveva Biocca, autrice dei podcast “Glory – Storie olimpiche” e “Supergiganti”
Le Olimpiadi non sono mai solo una gara contro il tempo o contro gli avversari. Si trasformano spesso in una competizione contro le aspettative. Quelle che gli altri costruiscono su di noi e quelle, spesso più pesanti, che costruiamo da soli. Sono i Giochi delle storie divergenti, delle promesse mantenute, di quelle sfuggite all’ultimo metro. Sono eventi che fanno fare un inchino a una carriera o che guardano con interesse a chi è agli inizi.
Quelle di Milano-Cortina 2026 sono state le Olimpiadi mancate di Ilia Malinin, il fenomeno statunitense del pattinaggio artistico arrivato da favorito e rimasto fuori dal podio per quelle aspettative che tutti avevano su di lui. E poi ci sono state le Olimpiadi perfette del norvegese Johannes Høsflot Klæbo, dominatore assoluto dello sci di fondo: sei gare, sei ori, senza mai lasciare spazio agli avversari. Le sue vittorie non sono solo imprese individuali, ma il riflesso di un sistema sportivo quasi unico, capace di trasformare uno sport nazionale in una macchina collettiva di risultati. Così la Norvegia, poco più di cinque milioni di abitanti, ha guidato con largo margine il medagliere olimpico, confermando come cultura sportiva diffusa, investimenti mirati e continuità tecnica possano valere più dei numeri demografici.
Per l’Italia sono state soprattutto le Olimpiadi inattese con 30 medaglie. La più clamorosa delle vittorie è quella di Federica Brignone, che conquista due ori nello sci alpino dieci mesi dopo un grave incidente che ha lasciato cicatrici che ancora fanno male. Ha contato poco l’allenamento e molto l’esperienza, l’istinto, la lucidità e soprattutto la mancanza di aspettative.
Due ori li ha presi anche Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità dopo un’Olimpiade che rischiava di non disputare. Madre da due anni e mezzo, si allena per due terzi dell’anno all’estero insieme ad altri azzurri come Davide Ghiotto, Andrea Giovannini, genitori anche loro, in cerca di piste adeguate che in Italia ancora mancano.
C’è poi Sofia Goggia, che conquista il bronzo in discesa libera, la gara simbolo del coraggio. Non arrivava da favorita: la stagione, almeno nella sua specialità, non aveva regalato le certezze degli anni migliori. Ma sulla pista delle Tofane, nella “sua” Cortina, ritrova la sciata che l’ha resa unica: aggressiva, verticale, sempre al limite. Le aspettative, per qualcuno, erano persino più alte, eppure alle Olimpiadi l’attesa è una brutta bestia, perché quando tutti si aspettano tanto, il rischio più grande è restare senza niente.
Milano-Cortina sono state anche un passaggio di testimone. Dorothea Wierer chiude la propria carriera olimpica lasciando il biathlon italiano dopo essere stata un faro, tecnico e mediatico, che ha acceso una luce su questo sport così divertente. Ultima Olimpiade anche per il biatleta Lukas Hofer, mentre il futuro di questo sport passa da Tommaso Giacomel, costretto però al ritiro proprio nel momento decisivo per un dolore improvviso al fianco. Lisa Vittozzi, dopo un anno di stop, torna invece con un oro inatteso: ha ancora parecchie gare da vincere davanti a lei. Federico Pellegrino saluta il fondo con l’ultima medaglia olimpica, chiudendo una carriera che ha attraversato due generazioni. Dominik Paris conquista finalmente la sua unica medaglia olimpica nello sci alpino dopo una carriera sontuosa, accanto al giovane Giovanni Franzoni, argento che rompe le gerarchie e apre una nuova prospettiva per lo sci azzurro. Le ultime Olimpiadi anche per Arianna Fontana, che diventa l’atleta italiana più medagliata di sempre ai Giochi, trasformando la continuità in leggenda con 16 medaglie.
Accanto agli addii nascono nuove storie. Flora Tabanelli, cresciuta tra neve e freestyle, conquista il bronzo nello sci acrobatico e diventa la più giovane medagliata azzurra dei Giochi. Michela Moioli dopo essere caduta in allenamento si rialza con il volto segnato dalle abrasioni e quarantotto ore dopo vince un bronzo individuale e un argento a squadre: la sintesi perfetta dello spirito olimpico.
Arrivano medaglie corali negli stadi, quello di Milano e quello di Assago: il bronzo del pattinaggio artistico a squadre, con Guarise, Conti, Grassl e Ghilardi-Ambrosini: una competizione lunga, costruita prova dopo prova contro nazioni più profonde tecnicamente, dove l’Italia resta agganciata al podio più per solidità che per exploit individuali. Nel pattinaggio di velocità, l’oro nell’inseguimento a squadre di Ghiotto, Malfatti e Giovannini arriva da una prova perfetta tatticamente, costruita giro dopo giro fino al sorpasso decisivo finale. L’argento dello short track femminile, conquistato da Fontana, Valcepina, Maffei e Sighel, nasce invece da una gara caotica e velocissima, decisa negli ultimi giri con sorpassi millimetrici: una medaglia costruita sulla gestione della pressione. C’è Dominik Fischnaller che conferma la propria continuità nello slittino, disciplina protagonista anche fuori dalla gara: la nuova pista da bob, spettacolare e discussa, diventa simbolo della sfida post-olimpica italiana e cioè evitare che l’eredità infrastrutturale resti vuota.
E poi il curling, sport di cui ci innamoriamo ogni quattro anni: Stefania Constantini e Amos Mosaner tornano sul podio con un bronzo che lascia un retrogusto di ambizione incompiuta.
Fuori dall’Italia, Milano-Cortina 2026 racconta altre storie (inaspettate). Il Brasile conquista la sua prima medaglia olimpica invernale con Lucas Pinheiro Braathen, l’Austria prende tre ori nello sci alpino con un meraviglioso Franjo von Allmen, 24 anni e un futuro davanti a sé. Sono anche le Olimpiadi di Atle Lie McGrath, che nello Slalom speciale era in testa, si aspettava di vincere ma inforca nella seconda manche e perde tutto. Tira le racchette in aria, si toglie gli sci, esce dalla pista, cammina con gli scarponi nella neve dove poi si butta per cercare di affrontare il momento più brutto della sua carriera: perdere da favorito, quando tutte le aspettative sono su di te.
E poi c’è la storia delle regine americane dello sci alpino che incarnano due opposti. Lindsey Vonn torna a quarantun anni per l’ultima discesa e cade inseguendo un sogno che però ha già raggiunto: dimostrare che a quarant’anni si può ancora tornare al cancelletto quando nessuno se lo aspetta. Michaela Shiffrin, la sciatrice più forte di sempre, completa invece la propria leggenda conquistando l’unico titolo che le mancava: l’oro olimpico.
Sono le Olimpiadi femminili. Il 47% degli atleti in gara sono donne: record assoluto per i Giochi invernali. Durante Milano-Cortina, quattro dei cinque atleti più menzionati sui social sono donne: Alysa Liu, Eileen Gu, Lindsey Vonn e Amber Glenn, segno che le atlete guidano immaginario e dibattito pubblico. La parità attraversa anche l’organizzazione: metà del Comitato organizzatore è femminile, così come il 51% dei volontari. Non è più una conquista simbolica ma un equilibrio strutturale.
Tra le novità, debutta lo sci alpinismo olimpico, criticato da molti puristi: una versione compressa e televisiva della disciplina originale, più spettacolo che avventura, segno di un movimento olimpico sempre più progettato per lo schermo globale.
Le Olimpiadi hanno sempre traiettorie impreviste che mostrano quanto poco controlliamo davvero, nello sport come nella vita.
















