Un possibile riavvicinamento commerciale tra Stati Uniti e India va letto come parte di un processo più ampio di stabilizzazione di un rapporto strategico segnato negli ultimi anni da frizioni e ricalibrazioni. Al di là degli annunci, la partita si gioca sull’autonomia decisionale indiana, sui nodi ancora irrisolti e sulla capacità di tradurre l’intesa in impegni concreti
Nelle ultime ore il dibattito su un possibile accordo commerciale tra Stati Uniti e India è tornato al centro dell’attenzione internazionale. Sia il primo ministro indiano Narendra Modi sia il presidente statunitense Donald Trump hanno lasciato filtrare ipotesi concrete su un’intesa che includerebbe una riduzione dei dazi e un intreccio più stretto tra commercio, energia e approvvigionamenti petroliferi. Al momento, tali indicazioni non sono accompagnate da una formalizzazione ufficiale dei contenuti, ma il segnale politico è chiaro. Più che soffermarsi sui dettagli ancora incerti, appare utile leggere quanto accaduto come un indicatore di una dinamica bilaterale più ampia e strutturale.
Il rapporto tra Washington e Nuova Delhi rappresenta oggi uno dei pilastri dell’architettura geopolitica dell’Indo-Pacifico, ma non è privo di frizioni. Dopo le aspettative iniziali che un secondo mandato Trump avrebbe consolidato ulteriormente i legami tra le due maggiori democrazie del mondo, negli ultimi due anni le relazioni commerciali hanno attraversato una fase di irrigidimento. Gli Stati Uniti hanno introdotto misure tariffarie penalizzanti e avanzato richieste pressanti per una maggiore apertura del mercato indiano. Di fronte a queste pressioni, l’India ha adottato una linea calibrata: fermezza nella tutela degli interessi nazionali, senza mai mettere in discussione l’allineamento strategico di fondo con Washington.
Questo equilibrio tra autonomia decisionale e convergenza strategica è una costante della politica estera ed economica indiana. La recente telefonata tra Trump e Modi, al di là dei dettagli ancora da chiarire, si inserisce proprio in questa logica. Era prevedibile che due attori centrali del sistema internazionale individuassero uno spazio di interlocuzione per riportare il rapporto su un binario più stabile dopo una fase di attrito. In questa prospettiva, l’annuncio non va interpretato come una svolta improvvisa, ma come il punto più avanzato, almeno per ora, di un processo di ricomposizione pragmatica avviato da tempo.
In questo contesto, alcuni sviluppi recenti hanno contribuito ad accelerare il riavvicinamento. L’arrivo a Nuova Delhi di Sergio Gor, figura vicina a Trump, in qualità di ambasciatore e inviato per il Sud Asia, ha dato nuovo impulso al dialogo politico. Parallelamente, l’annuncio dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e India, spesso definito il “mother of all trade deals”, ha probabilmente incentivato Washington a muoversi con maggiore decisione. Anche altri segnali, come la visita di Donald Trump Jr. presso Mukesh Ambani e il gruppo Reliance – in passato criticati dallo stesso Trump per aver beneficiato del greggio russo – e il coinvolgimento di Reliance nell’acquisto di petrolio venezuelano dopo l’arresto di Nicolás Maduro, hanno contribuito a costruire un clima di maggiore fiducia tra i due Paesi e tra i rispettivi leader.
Il contesto in cui questo dialogo si colloca è profondamente mutato rispetto al passato. L’India non è più soltanto un grande mercato emergente, ma un attore che ha progressivamente costruito una rete articolata di accordi commerciali e partenariati economici. Negli ultimi anni Nuova Delhi ha concluso intese significative con Paesi come Emirati Arabi Uniti e Giappone e, più recentemente, ha finalizzato un accordo di libero scambio con l’Unione Europea. Questa strategia multilivello rafforza la posizione negoziale indiana e amplia il suo spazio di manovra in un sistema sempre più multipolare.
È alla luce di questo quadro che va interpretato anche il possibile riavvicinamento commerciale con gli Stati Uniti. L’India non negozia da una posizione di dipendenza, ma da quella di un attore dotato di alternative, opzioni e una visione di lungo periodo. Proprio per questo, gli aspetti più sensibili dell’eventuale intesa – come l’ipotesi di collegare concessioni tariffarie a scelte di politica energetica, in particolare in relazione alle importazioni di petrolio russo – sollevano interrogativi tuttora aperti.
Negli ultimi anni l’India è diventata uno dei principali acquirenti di greggio russo a prezzi scontati, una scelta dettata da esigenze economiche e di sicurezza energetica. Un eventuale ridimensionamento di questa strategia non potrebbe che essere graduale, selettivo e subordinato all’interesse nazionale indiano. Anche in questo caso, la questione centrale non riguarda tanto gli annunci, quanto le condizioni concrete di attuazione e i meccanismi di verifica, pur nella consapevolezza che uno sganciamento da una dipendenza eccessiva – sia sul piano energetico sia su quello della difesa – rappresenti un obiettivo di lungo periodo.
Restano dunque irrisolti diversi nodi chiave: la natura effettiva delle riduzioni tariffarie, la loro eventuale limitazione a specifici settori, il carattere vincolante o indicativo degli impegni di acquisto e l’orizzonte temporale su cui tali impegni dovrebbero distribuirsi. A questi si aggiunge il tema del monitoraggio delle scelte energetiche, un ambito che l’India ha sempre considerato parte integrante della propria sovranità decisionale.
In definitiva, il possibile accordo tra Stati Uniti e India va interpretato meno come un atto conclusivo e più come una fase di assestamento in un rapporto strutturalmente destinato a proseguire. Va inoltre sottolineato che la cooperazione tra le due democrazie nei settori della difesa e della sicurezza non si è mai interrotta. Gli accordi siglati dall’India con altri partner, come gli Emirati Arabi Uniti – che hanno contribuito alla nascita di un asse Israele-Emirati-India in Medio Oriente – o con l’Europa, si sono inseriti in modo coerente in iniziative più ampie sostenute anche dagli Stati Uniti, come I2U2, il Quad e l’IMEC.
Se tradotto in norme chiare e reciprocamente sostenibili, il riavvicinamento commerciale potrebbe rafforzare ulteriormente una partnership già centrale negli equilibri globali. In caso contrario, rischia di rimanere un annuncio politicamente rilevante ma operativamente limitato. Come spesso accade nelle relazioni economiche internazionali, la vera misura dell’intesa emergerà non dalle dichiarazioni, ma dalla loro applicazione concreta.















