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Violenza e doppie morali, la sinistra davanti al suo irrisolto storico. Scrive Merlo

Se dovessero continuare a campeggiare le solite comprensioni, giustificazioni e distinzioni dovremmo prendere amaramente atto che la stagione dei “compagni che sbagliano” è ancora ben presente e radicata in alcuni settori della sinistra italiana. A volte la realtà è molto più semplice di quel che appare

L’acceso dibattito che è giustamente decollato dopo le drammatiche immagini della manifestazione organizzata dal centro sociale di Askatasuna e dalla rete antagonista nazionale a Torino ha riproposto un tema che periodicamente riemerge nella dialettica politica italiana. Un tema che, purtroppo, ha storicamente accompagnato il cammino della democrazia italiana dagli anni ‘60 in poi. Mi riferisco, nello specifico, a quella zona grigia, autorevolmente e giustamente richiamata anche nei giorni scorsi durante l’apertura dell’Anno giudiziario nel capoluogo subalpino.

Ora, il nodo da sciogliere è sempre lo stesso. E cioè, ma la politica – ovvero la politica e la cultura politica riconducibile alla galassia della sinistra seppur nelle sue multiformi espressioni – è davvero così unita nel condannare la violenza oppure, e come da copione, in alcuni settori di questo mondo, la “comprensione” se non addirittura la giustificazione delle ragioni che portano a questi gesti vengono, tutto sommato, tollerati se non addirittura condivisi? È appena sufficiente leggere e rileggere le interviste, le opinioni e le dichiarazioni di molti esponenti di questa galassia per rendersi conto che il vecchio slogan dei “compagni che sbagliano” è vivo più che mai.

Certo, in un contesto storico, politico, culturale e sociale profondamente diverso rispetto alla stagione in cui fu coniato quell’atroce slogan accompagnato dalla naturale conseguenza del “né con lo Stato e né con le Br”. In questi giorni alcuni commentatori, e a mio parere giustamente, hanno sottolineato un dato, pur senza alcuna polemica politica e men che meno personale. Una riflessione riconducibile alla qualità, al peso e alla statura della classe dirigente politica e sindacale della sinistra. Di ieri e di oggi. E la riflessione è molto semplice.

Un tempo avevamo Lama e Berlinguer e oggi abbiamo Landini e Schlein. Senza scomodare, come ovvio, gli esponenti della sinistra estremista ed ideologica come Fratoianni e Bonelli o della sinistra populista e demagogica come il capo dei 5 Stelle Conte. Una riflessione, questa, che ha un chiaro punto di partenza. E cioè, in quegli anni – seppur molto lontani – i capi della sinistra dopo qualche tempo ebbero il coraggio, la forza, la determinazione e la coerenza di usare un linguaggio chiaro, netto ed inequivocabile di fronte all’irrompere della violenza politica e terroristica.

Nessuna giustificazione, nessuna comprensione, nessun ammiccamento e, soprattutto, nessuna zona grigia di fiancheggiamento o di supporto inconsapevole. Ecco perché, pur non essendo mai stato comunista o un esponente della sinistra italiana, non possiamo in questa precisa stagione politica, culturale e sociale non guardare al comportamento e all’atteggiamento dei grandi leader della sinistra italiana di un tempo. E cioè, di fronte al riemergere di una nuova e inedita violenza politica e terroristica – diversa da quella del passato ma pur sempre di brutale violenza si tratta – occorre dimostrare serietà, credibilità e, soprattutto, onestà intellettuale.

Se dovessero continuare a campeggiare le solite comprensioni, giustificazioni e distinzioni dovremmo prendere amaramente atto che la stagione dei “compagni che sbagliano” è ancora ben presente e radicata in alcuni settori della sinistra italiana. A volte la realtà è molto più semplice di quel che appare.


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