Il Critical Minerals Summit di Washington segna un passaggio chiave nella strategia occidentale sulle filiere dei minerali critici, tra sicurezza economica, politica industriale e cooperazione tra alleati. Sullo sfondo, la dipendenza dalla Cina e il tentativo statunitense di costruire strumenti comuni su prezzi, investimenti e approvvigionamenti
Con il Critical Minerals Ministerial ospitato dal Dipartimento di Stato, gli Stati Uniti hanno portato formalmente al centro dell’agenda internazionale una questione che da anni attraversa l’economia politica globale: la sicurezza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici. Il vertice, ospitato dal segretario di Stato Marco Rubio, ha riunito delegazioni di oltre cinquanta Paesi, inclusi i membri del G7, l’Unione europea e partner chiave dell’Indo-Pacifico come Giappone, Corea del Sud, Australia, alcuni Paesi dell’America Latina e dell’Africa. Obiettivo dichiarato: lavorare insieme.
Il concetto è espresso chiaramente dal vicepresidente americano, J.D. Vance, che nel suo intervento ha sottolineato come l’iniziativa sia pensata per creare “posti di lavoro ben retribuiti, qualificati, per la forza lavoro americana”, ma rivendicando al tempo stesso la necessità di includere alleati e partner nel progetto. “Vogliamo assicurarci che i nostri amici e alleati ne facciano parte e siano tutelati”, ha spiegato Vance, che ha spesso espresso scetticismo sul coinvolgimento degli Stati Uniti all’estero. Il blocco in via di definizione – che ambisce a coprire fino a due terzi dell’economia globale – avrebbe anche l’obiettivo di regolare prezzi minimi per i minerali critici, nel timore che grandi esportazioni da parte della Cina possano destabilizzare rapidamente i mercati.
Rafforzare e diversificare l’accesso a minerali e terre rare indispensabili per la difesa, l’industria avanzata e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, è una necessità strategica: occorre ridurre vulnerabilità che a Washington – e sempre più anche tra gli alleati – vengono considerate strutturali. Come osserva Pier Paolo Raimondi (Iai), “senza cooperazione internazionale nessun Paese, nemmeno gli Stati Uniti, può ambire a una reale autonomia sulle materie prime critiche”. Per il Dipartimento di Stato, il summit serve a coordinare la domanda, creare un sistema di de-risking sui progetti industriali e offrire maggiore prevedibilità agli investimenti lungo l’intera filiera.
Chi c’è e cosa c’è sul tavolo
Il vertice segna la prima edizione di un nuovo formato multilaterale promosso dagli Stati Uniti con un fine esplicito: costruire alleanze capaci di controbilanciare la posizione dominante della Cina nell’estrazione, ma soprattutto nella raffinazione dei minerali critici. Quanto accade dimostra che il costrutto elettorale “America First” regge soprattutto per smuovere parte della massa alle urne e ad alimentarne la narrazione: quando si deve ragionare in termini di lunga gittata, su tematiche strategiche, Washington torna a cercare quegli “amici”, partner e alleati evocati da Vance e a pensare in termini multilaterali – sebbene a guida Usa.
Il perimetro della discussione copre l’intera catena del valore: dall’attività mineraria ai permessi, dal processing al riciclo, fino al finanziamento dei progetti. Il nodo più delicato riguarda i prezzi. Diversi Paesi spingono per l’introduzione di meccanismi di stabilizzazione, inclusi possibili price floor, per ridurre una volatilità che negli ultimi anni ha scoraggiato il capitale privato. Gli Stati Uniti mantengono una posizione prudente, ma il semplice fatto che il tema sia entrato nel dibattito politico segnala quanto il confine tra mercato e sicurezza nazionale si sia ormai assottigliato.
In parallelo, il presidente Donald Trump ha annunciato in questi giorni il lancio di Project Vault, una riserva strategica di minerali critici destinata a garantire forniture ai produttori americani in caso di shock o interruzioni. L’iniziativa è sostenuta da circa 2 miliardi di dollari di capitale privato e da un prestito da 10 miliardi della Export-Import Bank, il più grande mai approvato dall’istituto.
Capitale pubblico, ritorni privati
Al di là del vertice multilaterale, l’amministrazione sta adottando un approccio più interventista nel ricostruire capacità domestiche. Nelle ultime settimane Washington ha effettuato il quarto investimento diretto in un produttore americano di minerali critici, destinando 1,6 miliardi di dollari a USA Rare Earth in cambio di una partecipazione azionaria e di un accordo di rimborso. È un segnale chiaro di una nuova postura: lo Stato non solo come regolatore, ma come investitore chiamato a stabilizzare i mercati e, almeno nelle intenzioni, a generare un ritorno per il contribuente.
Secondo dirigenti del settore, l’accesso ai fondi pubblici oggi assomiglia sempre più a una trattativa con il private equity: valutazioni stringenti sui modelli industriali, sulla capacità esecutiva e sugli orizzonti temporali. La logica è evitare che il sostegno pubblico si trasformi in sussidio permanente.
La Export-Import Bank presenta Project Vault come un modello di partenariato pubblico-privato pensato per settori strategici. La riserva dovrebbe garantire accesso a minerali critici e prodotti derivati a un’ampia platea di aziende manifatturiere – dai produttori di batterie all’aerospazio, fino alla tecnologia – tra cui Boeing, GE Vernova, Western Digital e Clarios. L’idea è ridurre i cosiddetti free riders: le imprese beneficiarie si impegnano finanziariamente nel lungo periodo, mentre il prestito pubblico serve da leva per attrarre investimenti privati.
Il messaggio politico di Washington
Il summit è stato anche l’occasione per chiarire la linea politica dell’amministrazione. Il vicepresidente Vance ha avvertito che le supply chain su cui poggiano le industrie critiche possono “svanire in un attimo”, rivendicando un ruolo attivo del governo nel fronteggiare questi rischi insieme agli alleati. Vance ha invitato partner e Paesi amici a formare un blocco commerciale sui minerali critici, offrendo in cambio accesso sicuro alle forniture e una base stabile per il finanziamento privato in caso di emergenze.
Rubio ha insistito sul carattere non unilaterale dell’iniziativa. “Non è solo americana”, ha detto, richiamando il principio secondo cui la sicurezza economica coincide con la sicurezza nazionale e sottolineando che catene di approvvigionamento più resilienti rappresentano un beneficio condiviso per alleati e partner. Dunque si apre sui minerali critici una dimensione di “sicurezza condivisa” per l’amministrazione Trump?
Europa, Asia e il fattore Cina
È qui che per l’Unione europea il summit è insieme un’opportunità e un promemoria dei propri limiti e delle opportunità. Il vicepresidente della Commissione Stéphane Séjourné, tra i presenti, punta a rafforzare la cooperazione con Washington su accesso e raffinazione delle materie prime, promuovendo azioni plurilaterali su prezzi, coordinamento delle fonti, tecnologie e circularity. Ma a Bruxelles è chiaro che l’aumento dell’accesso non basterà, nel breve periodo, a ridurre una dipendenza che resta profonda: circa il 70% della raffinazione globale dei minerali critici è concentrata in Cina.
Il Giappone si è mostrato tra i sostenitori più espliciti dell’iniziativa americana. Tokyo ha indicato di voler lavorare con il maggior numero possibile di Paesi per garantire forniture stabili, definendo i minerali critici indispensabili per lo sviluppo sostenibile dell’economia globale.
Pechino segue il dossier con attenzione. Il ministero degli Esteri cinese ha invitato tutte le parti a svolgere un «ruolo costruttivo» nel mantenere stabili le catene globali, ribadendo l’importanza dei principi di mercato e delle regole del commercio internazionale. Una posizione che contrasta, almeno sul piano dell’impostazione, con la crescente disponibilità di Washington a utilizzare stockpile, accordi selettivi e strumenti di prezzo come leve di sicurezza economica.
Una traiettoria che va oltre l’evento
Il summit di Washington è l’apice, fin qui, di un percorso. Il 14 gennaio Trump ha firmato una Proclamation ai sensi della Section 232, dando mandato a Commerce e USTR di negoziare accordi sugli import di minerali critici processati e promuovendo l’adozione di price floor con gli alleati. Parallelamente, una proposta bipartisan al Congresso punta a creare un’agenzia da 2,5 miliardi di dollari per rafforzare la produzione domestica di terre rare e minerali strategici.
Nel loro insieme, le iniziative discusse al Critical Minerals Summit indicano che i minerali critici non sono più una questione tecnica o settoriale, ma un pilastro della politica industriale e di sicurezza degli Stati Uniti. Resta da capire se da Washington emergerà un coordinamento reale, stabile tra alleati o un mosaico di strumenti e accordi paralleli. In ogni caso, la competizione sulle filiere che sostengono le tecnologie avanzate è ormai entrata in una fase più esplicita – e più politica.
In questo quadro si colloca anche la presenza a Washington del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha inserito il dossier dei minerali critici nel perimetro della competitività industriale transatlantica, richiamando la necessità di superare uno status quo segnato dal monopolio cinese delle materie prime.
(Foto: X, @StateDept)
















