Anche se cospicuo, l’utilizzo delle riserve strategiche di petrolio deciso dai ministri dell’Energia del G7 non arresta l’escalation dei prezzi del greggio e delle bollette energetiche. Si tratta soltanto di una delle conseguenze dell’effetto domino economico e finanziario che la guerra in Medio Oriente rischia di provocare. L’analisi di Gianfranco D’Anna
Marte o Cronos? Paradossalmente, al culmine della fantascientifica cyber war, l’interrogativo su chi sia destinato a prevalere fra il Dio della guerra e il Dio del tempo non riguarda la mitologia, ma il contesto dell’analisi strategica complessiva del conflitto scatenato da Trump e Netanyahu contro il regime degli ayatollah.
La verifica dell’efficacia distruttiva degli attacchi concentrici contro l’Iran appare infatti controbilanciata dalla corsa contro il tempo per scongiurare i crescenti rischi dell’effetto domino di uno shock economico globale.
Washington e Gerusalemme non avrebbero cioè tenuto debitamente conto che l’assetto teocratico della Repubblica Islamica, cementato da quasi 50 anni di fondamentalismo islamico, capillari indottrinamenti e incubazioni internazionali di cellule terroristiche, conferisce agli ayatollah due micidiali potenzialità belliche: il tempo, necessario per far deflagrare il caos mondiale, e il dominio assoluto sul popolo iraniano, utilizzato come carne da macello.
Due armi invisibili, ma terribilmente concrete e impossibili da contrastare efficacemente senza un’invasione terrestre dell’Iran e la conquista di Teheran.
Colpo di Stato o meno da parte dei pasdaran, che avrebbero imposto con i mitra spianati l’elezione di Mojtaba, l’acclamazione del figlio prediletto del defunto Ali Khamenei mostra come, sulla pelle degli iraniani massacrati prima dalla repressione del regime e ora dai bombardamenti contro il regime, si manifesti l’immanente continuità della Repubblica islamica degli ayatollah.
Un regime sanguinario che, come Hamas a Gaza, è in grado di resistere alla riduzione dell’Iran a un cumulo di macerie e di uscire allo scoperto per ricominciare daccapo – dall’uranio arricchito al terrorismo – appena i bombardamenti finiranno. Una minaccia mortale estirpabile solo direttamente. Il che comporta l’eventualità che Trump e Netanyahu vincano tutte le battaglie, ma non definitivamente la guerra contro gli ayatollah e il fondamentalismo islamico che, alimentati dal nuovo tsunami d’odio antioccidentale, torneranno a organizzare vendette e piani di distruzione.
Probabilmente ferito nel corso del quotidiano diluvio di missili, droni e raid aerei che si abbattono su Teheran ed ironicamente definito “MojTalpa” dagli analisti di strategie militari, perché costretto a rifugiarsi permanentemente nei bunker più profondi, la neo Guida Suprema non si è ancora neanche presentata agli iraniani, non si è insediata ufficialmente e non ha diramato alcun discorso scritto.
Eppure, nonostante l’invisibilità di un leader virtuale, i pasdaran continuano a lanciare missili e droni non solo contro Israele, ma anche contro i Paesi del Golfo e le petroliere nello stretto di Hormuz, con l’intento dichiarato di paralizzare l’estrazione e la commercializzazione del greggio su scala mondiale e innescare una crisi economica e finanziaria globale.
Secondo il Financial Times, per analizzare tutte le possibili conseguenze economiche della guerra all’Iran bisogna rispondere a due domande: quando finirà il conflitto e se sia applicabile anche a questo caso il termine Taco, Trump Always Chickens Out – “Trump si tira sempre indietro” – coniato dall’editorialista del Ft Robert Armstrong.
In secondo luogo, la fine della guerra da parte di Donald Trump significherebbe la fine anche per Iran e Israele? Se questi due contendenti, per i quali la lotta è esistenziale, continuano a combattere, continuerebbe infatti anche la carneficina in corso nel Golfo.
La difficoltà che si riverbera sui mercati riguarda la constatazione che è impossibile, scrive il Financial Times, “sapere cosa vuole Trump. Forse lui stesso non ne ha la minima idea”. Così, lunedì, il presidente ha dichiarato in una conferenza stampa che la guerra finirà “molto presto”, ma non questa settimana. Due giorni prima, però, aveva scritto su Truth Social: “Non ci sarà alcun accordo con l’Iran se non la resa incondizionata!”.
Per il Wall Street Journal gli economisti lanciano l’allarme perché ritengono che “un aumento sostenuto dei prezzi del petrolio rischia di creare inflazione e un marasma del mercato azionario, oltre a creare problemi alla pompa di benzina per gli automobilisti”.
Più diretto Neil Atkinson, ex capo della divisione petrolifera dell’Agenzia Internazionale per l’Energia e ora esperto del National Center for Energy Analytics di Washington, che ha dichiarato al Wsj: “Se questa situazione non finirà presto, il danno all’economia globale e al suo funzionamento potrebbe essere significativo”.
È esattamente l’obiettivo dei pasdaran che, pur esponendo cinicamente il popolo iraniano alla distruzione per colpire Stati Uniti e Israele, secondo l’espressione biblica “muoia Sansone con tutti i filistei”, puntano a provocare il caos e scardinare le economie dei Paesi occidentali.
Il tempo della resilienza dell’ancestrale teocrazia islamica, contrapposto alla furia fantascientifica e devastante – ma non risolutiva – dei bombardamenti di Stati Uniti e Israele.















