Un drone da poche decine di migliaia di euro può produrre danni economici, reputazionali e logistici per milioni o miliardi. Questo non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Il costo della protezione preventiva è inferiore al costo della ricostruzione e dell’instabilità. Chi comprende ora questa dinamica investe in resilienza prima che diventi obbligatorio farlo. L’analisi di Antonio Zennaro, già membro del Copasir e della Commissione Finanze
Il punto non è soltanto Dubai o Abu Dhabi. Il punto è che la guerra dei droni ha cambiato la struttura economica del conflitto. Ha abbattuto il costo dell’attacco contro infrastrutture che valgono miliardi: energia, logistica, porti, aeroporti, reti elettriche, terminal Lng. Se l’Europa attende il primo shock serio sulle proprie infrastrutture critiche prima di reagire, la reazione arriverà fuori tempo massimo.
La vera domanda non è se droni iraniani o di filiera iraniana possano colpire l’Europa. La vera domanda è quanto costi oggi, per un attore ostile, mettere sotto stress asset strategici che sostengono intere economie. La risposta è scomoda: costa troppo poco. Un sistema come lo Shahed 136 ha un costo stimato nell’ordine delle decine di migliaia di dollari. L’intercettazione, se basata su sistemi tradizionali, può valere centinaia di migliaia o milioni. Il rapporto costo-efficacia si è invertito. Questo cambia il calcolo strategico. Il Golfo ha già mostrato cosa significa questa nuova vulnerabilità. Il messaggio era chiaro: infrastrutture moderne e ricche sono bersagli economicamente accessibili.
Colpire il Golfo significa colpire il cuore energetico globale. Nel 2024 attraverso lo Stretto di Hormuz sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa un quinto del consumo mondiale di liquidi petroliferi. Sempre attraverso quell’area passa circa il 20% del commercio mondiale di LNG. Non è una questione regionale. È una leva sistemica. Se aumenti il rischio in quell’area, aumenti premi assicurativi, volatilità energetica, inflazione importata, costi logistici e premi al rischio finanziario.
L’Europa ha già sperimentato in forma indiretta cosa significa una destabilizzazione delle rotte. Secondo Unctad, nel 2024 il tonnellaggio delle navi in transito nel Golfo di Aden e nel Canale di Suez è crollato rispettivamente del 76% e del 70% rispetto alla fine del 2023. Una deviazione via Capo di Buona Speranza per una grande portacontainer Asia-Europa può generare circa 400 mila dollari di costo Ets aggiuntivo per viaggio. Non serve distruggere un porto o una raffineria. Basta rendere strutturalmente più caro il sistema.
Il laboratorio reale di questa trasformazione è Ucraina. Qui la guerra dei droni non è teoria, è pratica quotidiana. Nel 2024 Kyiv ha implementato protezioni in cemento e acciaio su oltre cento siti energetici in ventuno regioni e protezioni anti-drone di secondo livello su ventidue sottostazioni in quattordici regioni. Nell’ottobre 2024 il governo ha stanziato ulteriori 86 milioni di euro per sistemi fisici di protezione intorno agli impianti energetici. La lezione non è solo intercettare. È blindare. Non difendere solo il cielo, ma anche il bersaglio.
Non è un caso che nel febbraio 2026 la Commissione europea abbia presentato un Action Plan specifico contro le minacce dei droni, citando sorvoli ostili, violazioni dello spazio aereo, interruzioni negli aeroporti e rischi per infrastrutture critiche e confini esterni. Questo passaggio istituzionale è più significativo di molte dichiarazioni politiche: significa che la minaccia è già entrata nell’agenda di sicurezza europea.
Il rischio per l’Europa non consiste necessariamente in un attacco diretto su una grande città europea. Il rischio è più sottile e strutturale. Droni economici, saturazione, guerra ibrida e negabilità politica creano uno scenario in cui la pressione sulle infrastrutture può essere esercitata a costi ridotti e con ambiguità strategica. Le segnalazioni di violazioni dello spazio aereo e incursioni di droni in Paesi europei e nordici negli ultimi anni indicano che la vulnerabilità non è teorica.
La risposta non può essere soltanto militare in senso classico. Serve un adattamento del modello ucraino al contesto europeo. Questo significa costruire una difesa stratificata, integrare radar a corto raggio, sensori passivi, guerra elettronica, sistemi ottici e difese ravvicinate in un’unica architettura di comando. Significa proteggere fisicamente sottostazioni, terminal Lng, raffinerie, aeroporti, data center e hub logistici con barriere e coperture progettate per ridurre il danno. Significa accelerare i tempi di procurement, perché nella guerra dei droni il tempo è una variabile decisiva quanto la tecnologia. E significa mappare con precisione le dipendenze sistemiche, identificando quali asset, se colpiti, genererebbero effetti a catena sull’intera economia.
Un drone da poche decine di migliaia di euro può produrre danni economici, reputazionali e logistici per milioni o miliardi. Questo non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Il costo della protezione preventiva è inferiore al costo della ricostruzione e dell’instabilità. Chi comprende ora questa dinamica investe in resilienza prima che diventi obbligatorio farlo. Chi attende il primo shock serio rischia di scoprire che la vulnerabilità infrastrutturale non è un tema mediorientale. È già europeo.
















