Dal Teatro Sannazaro al Museo della Sibaritide fino alla Torre dei Conti, l’ultimo anno ha messo a nudo la vulnerabilità del patrimonio culturale italiano di fronte a eventi straordinari. Potrebbe essere utile l’attivazione di un’Agenzia per la gestione delle emergenze derivanti da calamità naturali o antropiche da incardinare all’interno del ministero della Cultura. Un soggetto organizzativo che, in caso di calamità, possa attivare una procedura basata su accordi già sviluppati con soggetti pubblici e privati. La proposta di Stefano Monti
Teatro Sannazaro, Museo della Sibaritide, Torre dei Conti: negli ultimi 12 mesi il Patrimonio Culturale e la cultura in generale del nostro Paese hanno dovuto più volte fare i conti con eventi straordinari e, in alcuni casi, tragici.
Si tratta di condizioni straordinarie sulle quali è sicuramente necessario sviluppare numerose e differenti riflessioni: dal ruolo delle attività di manutenzione programmata fino alla definizione programmatica di tutte le azioni che è umanamente e organizzativamente possibile mettere in atto per evitare che siffatte tragedie possano ripetersi.
Tra i vari temi, però, una particolare riflessione va fatta anche sull’insieme dei dispositivi che possono essere attivati in caso di emergenze di questo tipo, soprattutto nei casi in cui la portata dell’evento è tale da sollevare non solo lo sgomento degli addetti ai lavori ma anche la partecipazione attiva da parte di tutta la cittadinanza.
Data la grande diffusione del patrimonio culturale e la grande presenza di luoghi di cultura, è infatti statisticamente improbabile che il nostro Patrimonio non si ritrovi coinvolto in nuovi eventi tragici, siano essi naturali o generati direttamente o indirettamente dall’uomo.
È chiaro che, come Paese, dobbiamo sentirci coinvolti nell’evitare ogni forma di disastro. Qualunque sia il nostro impegno, però, nuove tragedie accadranno. O quantomeno potranno verificarsi.
Quello che quindi possiamo realmente fare, come cittadini, come tecnici, è iniziare a valutare delle azioni che possano essere messe in campo di fronte ad eventi di questo tipo.
Azioni che siano fondate su procedure di emergenza già formalizzate, su accordi già siglati, su strumenti informatici già rodati.
Tutto affinché qualunque azione possa essere condotta nel minor tempo possibile, nel modo più efficace possibile.
Sicuramente oggi sono previste delle azioni di questo tipo, e se il Patrimonio coinvolto rientra all’interno di una proprietà pubblica, ci sono risorse straordinarie che lo Stato e gli Enti Territoriali possono attivare per rispondere all’emergenza e alla crisi.
Meno formalizzato, tuttavia, pare essere l’iter da seguire nel caso in cui il luogo della cultura coinvolto risulti essere di proprietà privata.
Condizione che oggi ha riguardato il Teatro Sannazaro, ma che un domani potrebbe riguardare anche uno dei tantissimi castelli o dimore storiche presenti nel nostro Paese, o uno spazio multifunzionale, o qualsiasi altro luogo dedicato alla produzione e alla “distribuzione” di cultura.
In questi casi concorrono due tipi di ostacoli: come stabilire se il sito vittima di calamità sia “meritevole” di tutela straordinaria in caso di eventi avversi? Come evitare usi distorsivi degli strumenti? E una volta definita questa linea, come agire per evitare che un flusso straordinario di entrate possa essere gestito in modo non ottimale?
Si tratta di interrogativi che accettano risposte multiple, perché è chiara la rilevanza di gestione delle risorse pubbliche che una tale riflessione comporta.
Tali criticità, tuttavia, non possono superare la necessità di disporre di procedure di emergenza da attivare.
Una prima riflessione può essere la previsione di un’Agenzia per la gestione delle emergenze derivanti da calamità naturali o antropiche da incardinare all’interno del ministero della Cultura.
Un soggetto organizzativo che, in caso di calamità, possa attivare una procedura basata su accordi già sviluppati con soggetti pubblici e privati.
Una tale struttura, pubblica e strumentale al Mic ma dotata di autonomia organizzativa e contabile, potrebbe operare secondo una prassi che, senza entrare in dettagli troppo tecnici potrebbe prevedere le seguenti macro-fasi: verifica della condizione di emergenza; costituzione di un’unità operativa temporanea d’intervento, cui delegare azioni di natura concreta.
Una sorta di controparte dell’Istituto Centrale per la gestione dei rischi del patrimonio culturale (Icri), cui attribuire, in caso di eventi a grande impatto negativo, dei poteri operativi e autonomia di intervento.
In particolare, in casi di necessità, l’Uot costituita dovrebbe essere governata attraverso un Consiglio Straordinario di Indirizzo Temporaneo, composto da rappresentanti del ministero, da esponenti della protezione civile (se necessari) da esponenti regionali (se necessari), dai proprietari dei beni (se privati o se diversi da altre forze già incluse nell’organo di governo) , un team di esperti indipendenti.
Tale consiglio straordinario andrebbe a coadiuvare il lavoro di un direttore straordinario che, nei fatti, assumerebbe un ruolo dirigenziale all’interno dell’Unità Operativa Temporanea.
A tale Uot spetterebbero le seguenti attività: analisi dei rischi, sviluppo tecnico di ricostruzione o di ripristino delle condizioni, raccolta fondi pubblici e privati (donazioni, ArtBonus dedicato, raccolta fondi mediante appelli con microdonazioni telefoniche o mediante altri sistemi di crowdfunding), gestione di tali flussi.
Per condurre tali azioni, all’Uot andrebbe quindi attribuita la gestione del bene, senza alcun tipo di trasferimento di proprietà.
Tale gestione del bene viene conferita fino alla cessata emergenza, e le attività di lavoro vengono svolte tenendo in considerazione le normali regole di attribuzioni di lavori, attribuendo tuttavia alla proprietà del bene un maggior potere decisionale, con obbligo di motivazione, all’interno della scelta dei fornitori.
La durata delle attività dovrà essere regolamentata sulla base di perizie di personale del ministero, in accordo con altri esperti esterni o di altri dicasteri, e le attività di raccolta fondi (siano essi provenienti da fondi pubblici o privati) andrebbero ad essere confluite su un conto corrente separato.
Giunti al termine della vita utile, o prima nel caso (raro) in cui i lavori di ripristino dovessero terminare in anticipo, l’Uot verrebbe ad essere disciolta, il conto corrente verrebbe ad essere chiuso.
Resterebbe invece attiva l’Agenzia, cui attribuire un ruolo di supervisione di alcune delle attività operative, e che nel tempo acquisirebbe un know-how in grado di sviluppare processi di lavoro molto rapidi, e fornire risposte a esigenze enormi, ma anche di piccole dimensioni.
Alcuni corollari a tale azione istituzionale potrebbero essere i seguenti: riconoscimento delle condizioni di beneficio fiscale introdotte per l’Artbonus a tutti coloro che doneranno all’Uot; riconoscimento di benefici fiscali alle imprese che parteciperanno ai lavori di ricostruzione; azioni di coordinamento interno ai vari dicasteri, con il distacco temporaneo di potenziali tecnici del MIC per le valutazioni, o con la creazione di una sala di controllo congiunta tra l’Uot, la Protezione Civile, il Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale, e le altre forze d’emergenza necessarie.
Chiaramente quella proposta è una valutazione editoriale, e senza dubbio ci sono criticità enormi che possono essere riscontrate in ognuna delle ipotesi che sono state formulate.
Quello che conta non è tanto quanto sia immediatamente applicabile una configurazione di questo tipo. Quello che conta è comprendere se un’agenzia che consenta di tutelare il patrimonio culturale in casi di straordinaria necessità abbia o meno senso di esistere, e comprendere, nel caso in cui si decida possa avere senso istituire una tale organizzazione, in che modo rendere il più rapido, trasparente ed efficiente possibile il suo intervento.
Una riflessione senza dubbio necessaria, soprattutto nei confronti di proprietà private che tuttavia partecipano attivamente alla costruzione di un beneficio pubblico collettivo, soprattutto nei casi in cui tale bene sia così identitario da coinvolgere emotivamente e finanziariamente molti cittadini.
Per quanto ogni evento calamitoso rappresenti una tragedia, è anche vero che spesso da situazioni di questo tipo le persone apprendono il proprio attaccamento a determinati luoghi della cultura. Consentire loro di associare un’azione concreta a tale stato d’animo permette di consolidare un processo che, altrimenti, rischia di sparire non appena sparisce la notizia dai giornali.
Cosa che accade sempre troppo presto.
















