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Giustizia, cosa resta oltre il voto? Scrive Panizzi

Di Massimo Panizzi

Dopo il referendum, il dibattito sulla Giustizia si riaccende tra polarizzazione e riscoperta del suo significato più profondo. Oltre norme e scontri politici, emerge la necessità di un rinnovamento etico e culturale che rimetta al centro la persona e la responsabilità. La riflessione del generale Massimo Panizzi

All’indomani del referendum, il dibattito sulla Giustizia è tornato con forza al centro della scena pubblica, dopo una campagna referendaria che è parsa più una battaglia mediatica tra compagini politiche, che un autentico confronto sui principi e sul senso profondo del giusto.

Se qualcosa di positivo può essere colto in questo passaggio, è forse proprio l’aver riportato la Giustizia al centro della coscienza collettiva, spingendo molti cittadini a interrogarsi non solo sugli esiti, ma anche sull’architettura stessa del sistema della magistratura, sui suoi equilibri e sulle sue responsabilità. Una conoscenza più diffusa, anche se imperfetta, rappresenta già un passo importante verso una cittadinanza più consapevole.

Tuttavia, proprio quando il confronto s’intensifica, cresce il rischio di ridurre la Giustizia a meccanismo, a parola contesa, a strumento di parte. La sua natura più autentica, invece, precede ogni voto e ogni norma: è un anelito umano, una tensione verso il giusto che abita la coscienza prima ancora delle istituzioni.

La vicenda di Enzo Tortora, rivissuta con dolore e sgomento nella serie televisiva di Marco Bellocchio, continua a parlarci proprio di questo. Ci ricorda che l’ingiustizia non nasce solo dall’errore, ma dalla perdita di equilibrio tra potere e responsabilità, tra procedura e verità. Quando il sistema dimentica il volto umano, anche la legalità rischia di smarrire il suo fine.

In questo quadro, chi è chiamato a servire la Giustizia esercita una delle più alte e nobili funzioni dello Stato. Non si tratta soltanto di applicare norme, ma di custodire un principio che riguarda la dignità stessa della persona. Per questo, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono categorie tecniche o corporative, tantomeno parole di cui abusare o da utilizzare come slogan, a mo’ di scudo: sono condizioni essenziali perché il giudizio resti libero, e dunque giusto.

Ma autonomia non significa autoreferenzialità, né indipendenza equivale a sottrazione al giudizio. Al contrario, esse richiedono una responsabilità ancora più esigente. Chi esercita funzioni così delicate deve possedere i requisiti più alti: etica, leadership, dedizione, integrità assoluta, capacità d’immedesimazione, senso della misura, discrezione, riservatezza assoluta. Non qualità accessorie, ma strutturali. La “terzietà” propria e intrinseca al ruolo non si dichiara soltanto nelle forme, ma si riconosce nei comportamenti: nella misura, nell’ascolto e nella libertà da ogni pregiudizio.

In questa prospettiva, l’etica delle Beatitudini offre una chiave di lettura particolarmente profonda. Quando il Vangelo afferma “Beati i perseguitati a causa della giustizia”, non propone un’esaltazione della sofferenza, né una giustificazione dell’ingiustizia subita. Indica, piuttosto, un criterio radicale: la Giustizia autentica non coincide con il potere, né con il consenso, né con la forza delle maggioranze. Può, al contrario, esporre chi la persegue a solitudine, incomprensione, persino a errore e persecuzione.

Quella beatitudine riconosce come “giusti” non coloro che vincono, ma coloro che restano fedeli al vero anche quando è scomodo. È un rovesciamento profondo della logica ordinaria: la dignità non deriva dall’esito, ma dalla rettitudine; non dal successo, ma dalla coerenza.

È uno straordinario richiamo universale, che supera ogni appartenenza: chi esercita responsabilità, tanto più in ambiti delicati come la Giustizia, è chiamato a non piegarsi alla pressione del contesto, a non confondere il consenso con la verità e a non smarrire il senso umano delle proprie decisioni. Deve evitare, in altre parole, qualunque tipo di contaminazione esterna.

Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo pensare che la Giustizia riguardi soltanto i magistrati. Essa attraversa l’intero tessuto sociale. Riguarda tutti coloro che esercitano responsabilità, a ogni livello: chi dirige, chi decide, chi valuta, chi gestisce risorse umane. In ogni ambito – pubblico o privato – esiste una “dimensione di giustizia” che deve tradursi in equità, rispetto, imparzialità.

Per questo, la Giustizia deve essere prima di tutto un fatto culturale. Non s’impone soltanto per via normativa: si costruisce attraverso l’educazione, l’esempio e la formazione continua. È qui che si gioca la sua tenuta nel tempo.

In questa prospettiva, anche le criticità che oggi segnano il sistema – tempi eccessivamente lunghi, carenza di risorse adeguate, cronica burocratizzazione, necessità di modernizzazione (delle procedure e delle infrastrutture), sovraffollamento carcerario – non possono essere affrontate soltanto sul piano tecnico o normativo. Richiedono, prima ancora, un rinnovamento etico e culturale: una visione condivisa, cioè, della Giustizia come servizio alla persona e alla collettività, capace di orientare scelte organizzative, priorità e comportamenti.

La formazione occupa, dunque, un posto fondamentale. Non solo iniziale, ma permanente. Così come la selezione e la valutazione continua di chi esercita funzioni di responsabilità devono essere rigorose, trasparenti, esigenti (come avviene in altri ambiti ad alta responsabilità, ad esempio quello militare). Dove il potere è grande, maggiore deve essere la qualità umana e professionale di chi lo esercita.

Il referendum ha mostrato quanto questi temi siano vivi, ma anche quanto sia facile smarrire il loro senso profondo quando diventano oggetto di contrapposizione. È qui che occorre fermarsi. Non per sottrarsi al confronto, ma per restituirgli profondità.

La Giustizia, infatti, non si esaurisce nel diritto positivo. È anche educazione, coscienza, responsabilità. Si coltiva nei giovani non solo attraverso lo studio delle norme, ma attraverso l’esempio: il rispetto dell’altro, il valore della verità, il coraggio del dubbio.

In questa luce, la figura di Tortora (e dei molti che hanno vissuto situazioni analoghe) resta uno specchio morale. Non perché offra risposte definitive, ma perché obbliga a porre domande scomode. La sua storia è un monito permanente contro ogni automatismo, contro ogni semplificazione e ogni forma di giustizia che smette di ascoltare.

Forse, allora, la domanda più importante non riguarda l’esito di un voto, ma ciò che resta dopo: se la Giustizia sia ancora un bene comune, o se stia diventando terreno di contrapposizione. Se, in definitiva, sia un ideale condiviso, o soltanto un insieme di regole.

È da qui che bisogna ripartire: coltivando, trasmettendo e difendendo il “senso della Giustizia”, perché è da lì che prende forma ogni autentica convivenza civile.

 


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