La telefonata Trump-Modi sulla crisi iraniana conferma una convergenza pragmatica tra Stati Uniti e India su energia e stabilità regionale, mentre la presenza inattesa di Elon Musk segnala l’evoluzione ibrida della geopolitica contemporanea. Tra realismo strategico e autonomia indiana, il quadro delineato da Colby trova un contrappunto nell’analisi di Pulipaka, che evidenzia limiti e potenzialità di una partnership sempre più centrale ma non priva di tensioni
La telefonata tra Donald Trump e Narendra Modi sulla crisi in Iran segna un momento rivelatore per comprendere l’attuale traiettoria del rapporto tra Stati Uniti e India. Il fatto che alla conversazione abbia preso parte anche Elon Musk – in un contesto di guerra e tra due capi di governo – attira l’attenzione dei giornali in queste ore, perché la notizia (scoop del New York Times) evidenzia quanto la dimensione strategica contemporanea sia sempre più ibrida, intrecciando politica, tecnologia e attori privati. Eppure, al centro del confronto resta un tema classico: la stabilità regionale nel West Asia. Il focus condiviso sul conservare aperto lo Stretto di Hormuz indica una convergenza immediata e concreta su interessi vitali, legati alla sicurezza energetica e al funzionamento delle supply chain globali.
Questo episodio si inserisce in una fase in cui la relazione Usa-India appare sempre più strutturata attorno a un pragmatismo operativo. Le dichiarazioni dell’ambasciatore americano Sergio Gor, che riconosce il ruolo dell’India nella stabilizzazione dei mercati energetici globali, così come il tono positivo della Casa Bianca, confermano una linea di cooperazione basata su interessi convergenti più che su allineamenti formali.
In parallelo, la recente riflessione del capo delle policy del Pentagono, Elbridge Colby, all’Ananta Centre ha fornito una chiave interpretativa esplicita: una partnership fondata su “flexible realism”, in cui Stati autonomi collaborano non per affinità ideologica, ma per contribuire a un equilibrio di potere favorevole nell’Indo-Pacifico. Allo stesso tempo, la crisi del West Asia mette in evidenza le tensioni intrinseche di questa relazione: l’India è al contempo partner strategico di Washington e attore autonomo, impegnato a preservare margini di manovra propri.
È in questo spazio, tra convergenza e autonomia, che si inserisce l’analisi di Sanjay Pulipaka, chairperson della Politeia Research Foundation, la quale introduce un elemento di profondità e di cautela. Per Pulipaka, “sarebbe certamente ideale se il rapporto bilaterale tra India e Stati Uniti fosse costruito su valori condivisi e su un approccio realistico fondato sulla convergenza degli interessi”. Tuttavia, avverte, “per molti in India, gli Stati Uniti non hanno sempre seguito un approccio pragmatico e realistico nelle loro interazioni con New Delhi”.
Nel suo ragionamento con Formiche.net, Pulipaka ricorda anzitutto il nodo nucleare, sottolineando che “l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’India le ha consentito di opporsi alle violazioni territoriali cinesi nella cosiddetta grey zone” e chiedendosi se oggi sarebbe possibile immaginare un equilibrio favorevole nell’Indo-Pacifico senza quella scelta. In questo senso, osserva, “un approccio realmente realistico avrebbe riconosciuto che, con la Cina dotata di armi nucleari e avanzando rivendicazioni territoriali sull’India, New Delhi non aveva altra opzione che dotarsi a sua volta dell’arma nucleare”, mentre gli Stati Uniti, anche dopo la Guerra fredda, avevano scoraggiato il programma nucleare indiano e imposto sanzioni, rimosse solo dopo anni di negoziati. Pulipaka allarga poi il ragionamento al nesso tra dimensione continentale e marittima dell’Indo-Pacifico, osservando che “l’attuale equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico richiede di riconoscere che le minacce alla sicurezza nei domini continentale e marittimo sono interconnesse”.
A suo giudizio, è discutibile che Washington abbia sempre riconosciuto tali interconnessioni, soprattutto alla luce delle dinamiche tra Cina e Pakistan, il cui obiettivo è “vincolare l’India lungo le frontiere himalayane, impedendole di svolgere un ruolo più proattivo nel più ampio Indo-Pacifico”. In questa prospettiva, una linea davvero pragmatica dovrebbe mirare a indebolire questa dinamica, mentre in passato gli Stati Uniti hanno anche fornito armi al Pakistan. Allo stesso modo, Pulipaka critica le politiche commerciali americane più recenti, osservando che “l’imposizione generalizzata di dazi sull’India da parte dell’amministrazione Trump non era in linea con l’obiettivo di mantenere un favorevole equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico”, anche perché tali misure avrebbero finito per favorire l’industria cinese rispetto a quella indiana. Eppure il punto finale della sua analisi non è negativo.
Pulipaka riconosce che, nonostante queste frizioni, i rapporti tra India e Stati Uniti si sono rafforzati costantemente. Tra grandi Paesi, sottolinea, convergenze e divergenze convivranno sempre. Proprio per questo, aggiunge, “il fatto che entrambi i Paesi condividano valori aiuta a superare le divergenze”, e sottolinea che “sistemi politici affini e valori condivisi svolgono un ruolo importante nel generare fiducia, elemento essenziale per una partnership strategica autentica”. In questa lettura, il realismo da solo non basta: per trasformare una convergenza tattica in una partnership strategica autentica servono anche fiducia, familiarità politica e una base valoriale condivisa.
















