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L’occupazione culturale. Una scelta politica che non riguarda soltanto il lavoro

Sarebbe interessante scoprire quali potrebbero essere gli effetti di un piano di assunzione straordinario che consentisse di assorbire gli autonomi, i precari, gli stagionali, e comprendere quali possano essere gli effetti positivi, e i costi per la collettività. L’intervento di Stefano Monti

Il malcontento legato all’occupazione culturale è piuttosto diffuso. Tanto nella macchina pubblica quanto in ambito privato.

SI tratta di una condizione strutturale del nostro Paese, perché quello culturale è un settore economico molto delicato, che presenta non poche specificità.

In primo luogo la dimensione pubblica: molto del nostro Patrimonio Culturale afferisce allo Stato e agli enti territoriali. Il che significa che le scelte occupazionali devono sottostare ad un insieme di vincoli e di procedure molto stringenti, sia in fase di assunzione sia in fase di licenziamento.

Entrare nel dettaglio renderebbe la riflessione molto tecnica, ma sono in molti a lamentare una carenza generale di figure professionali all’interno della macchina amministrativa legata alla cultura, così come sono in molti a ritenere carente la dotazione di personale con competenze culturali, economiche, tecniche, digitali.

Si passa poi alla riflessione sul lavoro culturale nel segmento privato. Su questo punto va chiarito che le visioni di cosa sia o non sia un’industria culturale e ancor più un’industria culturale e creativa conducono di sovente a dati di difficile interpretazione lineare, con evidenti differenze tra quelle metodologie che considerano la cultura e la creatività dei segmenti estesi, e le metodologie che invece si attengono a criteri più stringenti.

Di base, però, è evidente, e i numeri qui servono poco, perché si tratta di un fenomeno molto diffuso di cui chiunque abbia a che fare con la cultura ha immediata esperienza, che la presenza di lavoratori “non a tempo determinato” sia considerevole.

Le cause sono tantissime, e metterle in ordine è un’operazione ardua e forse poco concludente: dal costo del lavoro all’eccesso di offerta (i lavoratori) rispetto alla domanda, dal livello di overeducation (che porta laureati e dottorati a partecipare a concorsi per posti a bassa intensità di conoscenza) sino al basso valore aggiunto per addetto che presentano alcuni segmenti delle ICC. Senza considerare alcuni limiti strutturali, che spaziano da una difficoltà di grandi aree della nostra economia culturale e creative a subentrare all’interno di catene di distribuzione internazionali, ai vincoli che è in ogni caso necessario rispettare in termini di rapporti tra impresa privata e pubblica amministrazione e alla tendenzialmente bassa soglia di consumi culturali pro-capite.

Fatto sta che ad oggi la condizione può essere più o meno riassunta come segue: sul fronte dell’occupazione la cultura presenta criticità strutturali, e tali criticità derivano da un lato da una dimensione regolamentale, e dall’altro dalla strutturazione del mercato.

La grande immissione di capitali che è stata sviluppata in questi anni attraverso il Pnrr ha agito, chiaramente, in misura prevalente sulle componenti infrastrutturali, che in ambito culturale e soprattutto in termini di patrimonio culturale tendono a presentare una domanda di risorse economiche ingenti e significative.

Ciò tuttavia implica che gli impatti di questi investimenti sul fronte occupazionale saranno necessariamente limitati e diluiti nel tempo.

Di contro, il nostro Paese continua a sostenere l’importanza strategica del nostro Patrimonio Culturale, così come delle industrie culturali e creative. Importanza strategica sicuramente corretta, perché cultura, turismo, creatività condizionano in modo molto positivo la nostra immagine nel mondo, e ciò si riflette in una serie di partite commerciali che sono significative per la nostra economia.

Allo stesso tempo, la cultura non viene soltanto evocata come un asset industriale, ma anche come uno degli elementi identitari della nostra nazione, e il tratto identitario ha un valore fondante in una democrazia, ancor prima che in un’economia.

Tensioni e nodi che andranno sicuramente analizzati e sciolti nei prossimi anni, perché nel frattempo il nostro Paese sta conoscendo una sempre maggiore emigrazione di persone in età lavorativa e con livelli di educazione formale avanzata, sia a livello interregionale, sia a livello internazionale.

Tali scelte incidono non solo sull’occupazione, ma anche sulla forma della nostra società, ed è importante tenerne conto, soprattutto con gli indicatori demografici che la nostra collettività presenta, oggi ed in tendenziale.

Questi elementi non potranno essere a lungo procrastinati, soprattutto in visione della conclusione del Pnrr, con tutte le conseguenze in ambito di finanza pubblica che tale condizione comporterà.

Quello che però bisogna comprendere è che una scelta assunzionale, e una riforma straordinaria legata al settore avrebbe dei costi importanti sotto il profilo fiscale, ma genererebbe anche delle dimensioni macroeconomiche significative e positive.

Si pensi alla propensione al risparmio e all’investimento, si pensi alla propensione al consumo, e a come questi valori tendono naturalmente a variare a seconda della condizione contrattuale. Si pensi all’acquisto di beni durevoli, si pensi alla possibilità di accedere a mutui, e alla naturale visione di costruire un nucleo familiare e dei figli.

Si pensi al gettito fiscale e contributivo che potrebbe emergere da tutte queste azioni.

Sul lato privato, però, questo richiederebbe anche un incremento dei ricavi per la società, perché assumere una persona implica dei costi, e tali costi vanno recuperati attraverso maggiori ricavi, altrimenti la società chiude. E questo ci porta alla dimensione dell’export, ma anche all’incremento necessario di consumi culturali “pagati” da parte dei cittadini, o direttamente con le proprie risorse, o indirettamente attraverso delle convenzioni con enti pubblici e con soggetti privati.

Sarebbe interessante, in questo senso, che i centri studi sviluppassero delle microsimulazioni legate ad un incremento dell’occupazione a tempo pieno all’interno di uno dei settori più importanti per la nostra economia e la nostra società, così da poter comprendere quale sia il costo pro-capite che ognuno di noi dovrebbe sostenere per sviluppare una politica espansiva sul versante culturale, meno legata alla temporaneità e più sviluppata su dinamiche di medio-lungo periodo.

Sarebbe interessante scoprire quali potrebbero essere gli effetti di un piano di assunzione straordinario che consentisse di assorbire gli autonomi, i precari, gli stagionali, e comprendere quali possano essere gli effetti positivi, e i costi per la collettività.

Chiaramente, un’operazione di questo tipo difficilmente potrebbe autosostenersi, ma sarebbe importante iniziare a comprendere le grandezze coinvolte, i limiti da superare, le condizioni da rispettare.

Una valutazione “per assurdo”, a partire dalla quale iniziare davvero a ragionare su come rendere l’assurdo sempre più realistico.

Le attuali condizioni hanno senza dubbio degli effetti positivi sui dati dell’occupazione in serie storica, e questi dati sono essenziali anche in termini macroeconomici e come credibilità del nostro Paese sui propri fondamentali, con effetto diretto sulle dimensioni finanziarie che gravano sulla nostra economia.

Eppure, tali condizioni potrebbero risultare un boomerang di lungo periodo.

Forse, un piano B dovremmo iniziare a considerarlo.

 

 


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