Il report presentato oggi dalla Luiss Business School fotografa il peso delle aziende farmaceutiche statunitensi in Italia: oltre 9,2 miliardi di produzione, 6,3 miliardi di impatto economico e quasi 180 milioni investiti nella ricerca clinica. Ma il dato più rilevante è politico: l’Italia resta attrattiva per competenze, produzione e qualità scientifica, mentre continua a perdere terreno su burocrazia, tempi e strategia industriale
I numeri ci sono. La domanda, semmai, è se l’Italia abbia deciso cosa farne. Il report L’innovazione delle imprese farmaceutiche e biofarmaceutiche statunitensi in Italia – promosso dall’American chamber of commerce in Italy e presentato oggi dalla Luiss business school sul contributo delle aziende farmaceutiche statunitensi nel nostro Paese – dice che il comparto pesa su produzione, occupazione, ricerca clinica e farmaci innovativi. Ma dice anche altro: che senza una regia più chiara su regole, tempi, dati e capitale umano, l’attrattività italiana rischia di restare un vantaggio incompleto.
Il peso delle imprese Usa
Secondo il report, realizzato con il contributo non condizionante di alcuni dei principali attori del settore (AbbVie, Bristol Myers Squibb, Gilead, Incyte, Lilly, Pfizer e Vertex), nel 2024 le imprese farmaceutiche a capitale statunitense operanti in Italia hanno generato un valore della produzione superiore a 9,2 miliardi di euro, pari a circa il 16,5% del totale del valore della produzione farmaceutica nazionale. Nello stesso anno l’occupazione diretta ha raggiunto circa 11.400 addetti, con una crescita di circa il 20% rispetto al 2015. Se si guarda all’effetto complessivo sull’economia italiana, il valore aggiunto generato arriva a circa 6,3 miliardi di euro, mentre l’impatto occupazionale totale, tra diretto, indiretto e indotto, è stimato in circa 22.600 addetti.
Questi numeri dicono una cosa semplice: non siamo davanti a una presenza marginale o solo commerciale. Le aziende americane sono una componente strutturale del tessuto farmaceutico italiano, con una presenza coerente con la geografia industriale del settore – Lombardia e Lazio in testa, seguite da Toscana ed Emilia-Romagna – e con una dimensione media elevata. Ma dirlo non sono solo i numeri. È anche la lettura che ne dà Matteo Caroli, associate dean for sustainability and impact della Luiss business school, secondo cui la capacità di attrarre nuovi investimenti richiede ormai una strategia nazionale organica su regolazione, infrastrutture, competenze, dati e incentivi.
Non solo produzione, ma innovazione
La parte forse più rilevante del report riguarda però la ricerca clinica. Le imprese del campione analizzato hanno indicato per il 2024 investimenti complessivi in innovazione pari a 251,5 milioni di euro: 176,5 milioni nella ricerca clinica e negli studi osservazionali di real world evidence, a cui si aggiungono 75 milioni destinati a innovazione e crescita delle strutture produttive. Circa l’83% dell’investimento in ricerca riguarda studi di fase I, II e III, mentre il restante 17% è destinato agli studi osservazionali.
Il peso delle aziende statunitensi emerge ancora più chiaramente se si guarda alla capacità di fare rete con il sistema italiano. Il report stima circa 1.086 accordi attivi con strutture sanitarie e di ricerca, in larga parte concentrati nelle regioni con ecosistemi scientifici più forti. Sui dati Aifa relativi al 2023, le imprese americane risultano inoltre promotrici del 49,4% degli studi clinici sponsorizzati in corso in Italia e rappresentano il 50,4% delle aziende coinvolte nella ricerca clinica nel Paese.
Anche sul terreno dei farmaci innovativi il contributo è rilevante. Il report evidenzia che circa il 25% dei farmaci innovativi presenti nell’elenco Aifa al 31 agosto 2025 è riconducibile alle aziende del campione, quota che sale a circa il 40% se si considerano più in generale le aziende americane. A questo si aggiungono 31 nuovi principi attivi lanciati in Italia nel triennio 2022-2024 e 33 attesi nel periodo 2025-2027.
L’attrattività a metà
È qui, però, che il report introduce il suo punto più politico. L’Italia viene considerata una localizzazione vantaggiosa per produzione e operations grazie alla qualità delle tecnologie produttive, delle competenze e del tessuto di Pmi industriali. Meno positiva è invece la percezione sull’attività di ricerca. Tra le imprese americane prevale una valutazione intermedia, e il 71% del campione segnala che negli ultimi tre-cinque anni le condizioni offerte dall’Italia per la ricerca sono peggiorate.
Il problema non è la qualità scientifica. Anzi, il report insiste sul livello elevato dei ricercatori, sulla reputazione internazionale di molti principal investigator e sulla presenza di centri di ricerca altamente qualificati. Il vero limite è altrove: tempi lunghi per autorizzazioni e avvio degli studi, procedure ridondanti, scarso coordinamento centrale, regole sulla privacy che rendono difficile l’uso secondario dei dati, insufficienza di personale dedicato alla ricerca clinica e assenza di meccanismi realmente incentivanti per medici, ricercatori e strutture sanitarie.
Il giudizio sintetico è netto: in Italia il problema non è fare bene la ricerca, ma riuscire a far partire la macchina. Una volta avviati, i trial raggiungono elevati livelli di qualità. Ma i ritardi e la complessità burocratica rischiano di diventare un fattore di svantaggio rispetto a Paesi che si sono mossi più rapidamente. Il report cita in particolare la Spagna, ma anche Francia e Germania, che si sono dotate di strategie esplicite per rafforzare la capacità di attrarre ricerca e investimenti nelle life sciences.
La questione strategica
È su questo punto che il lavoro della Luiss si sposta dal piano descrittivo a quello delle policy. La conclusione di Caroli è molto chiara: la capacità di attrarre nuovi investimenti deve basarsi su una strategia nazionale organica e coordinata che intervenga su regolazione, infrastrutture, competenze, dati e incentivi. Nel report questa idea viene sviluppata in modo esplicito: l’Italia ha bisogno di una strategia organica per la ricerca clinica e la real world evidence, inserita dentro una più ampia politica per l’intera filiera delle scienze della vita, capace di tenere insieme ricerca, assistenza, produzione e accesso all’innovazione.
In questo quadro, la ricerca clinica non viene descritta come un capitolo accessorio, ma come una componente rilevante del sistema sanitario: utile a offrire prima ai pazienti terapie migliori, a generare evidenze concrete sull’impatto dei trattamenti e a rendere più efficiente anche la spesa. Per questo il report insiste su tre linee di azione prioritarie: rafforzare l’attrattività complessiva del Paese per le imprese farmaceutiche, migliorare le condizioni di realizzazione della ricerca clinica e ridurre i tempi di accesso dei farmaci ai pazienti.
Dal dato economico alla governance
Le osservazioni emerse oggi dal dibattito vanno nella stessa direzione. Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha richiamato il peso strategico del comparto, ricordando che “l’export farmaceutico, il cui valore si attesta intorno ai 70 miliardi, contribuisce in modo determinante al fatto che l’Italia è il quarto Paese esportatore al mondo”. E ha aggiunto che quella delle imprese statunitensi è “una presenza significativa che ovviamente merita l’approccio sistemico del ministero che, in quest’ultimo periodo, sta abbandonando quella che è la politica “spot”, inquadrando a livello globale il problema, nella fattispecie la governance farmaceutica, e cerca di dare risposte governate e complete a questo mondo”. Nello stesso ragionamento si inserisce anche il nodo della sicurezza industriale. Gemmato ha osservato che “oggi noi siamo dipendenti all’80% dall’India e dalla Cina” per quanto riguarda i principi attivi necessari ad allestire farmaci salvavita, e che l’Italia deve “riappropriarsi della grande tradizione della chimica farmaceutica di base”, anche in chiave geopolitico-strategica.
Su un versante complementare si colloca la linea indicata da Ylenja Lucaselli, deputata di FdI e componente della commissione Bilancio della Camera, che richiama la “necessità di rimuovere gli ostacoli che rallentano il settore: meno burocrazia, tempi autorizzativi più rapidi, più investimenti e una governance della spesa farmaceutica riportata al centro dell’azione pubblica”. È una postura coerente con il nodo che attraversa tutto il report: la competitività non dipende soltanto dalla presenza delle imprese, ma dalla capacità del sistema di accompagnarne ricerca, sviluppo e accesso all’innovazione.
Il passaggio da fare
Alla fine, il punto non è misurare quanto pesa oggi il pharma Usa in Italia ma decidere se questa presenza debba restare un dato favorevole del presente o diventare una leva di politica industriale, sanitaria e scientifica. È su questo passaggio – meno burocrazia, tempi più rapidi, più capacità di coordinare regole, investimenti e accesso all’innovazione – che si giocherà la possibilità per l’Italia di non limitarsi a essere attrattiva, ma di diventare davvero competitiva.
















