Da sempre l’Ariston rappresenta il luogo dove star e meteorine s’avvicendano senza criterio. Da qualche tempo la seconda categoria stellare sopravanza la prima, ma è un dettaglio: da quando gli album non si comprano più e la musica si può cliccare gratis anche soltanto per curiosità, un giro di valzer lo fanno più o meno tutti. Il che non basta per diventare danzatori provetti… La rubrica di Pino Pisicchio
Sanremo, si sa, è una profezia che si autoavvera da 75 anni. Solo che quando la tv, e la radio prima ancora, erano le uniche fonti di refrigerazione che lo Stato-Mamma metteva a disposizione del popolo per adempiere al dovere del “circenses” anche quando il “panem” scarseggiava, appariva del tutto normale che per giorni e giorni s’andasse canticchiando “grazie dei fior” e commentando, tra signore coi bigodi sotto al casco da messimpiega del coiffeur, la mise della Nilla Pizzi.
Oggi un po’ sorprende tutto questo trambusto magnetico per una kermesse malata di gigantismo, a meno che davanti alla tv non siano rimaste sempre le stesse signore tifose di Nilla Pizzi.
Il che statisticamente è improbabile, considerata l’entità dello share e l’età che avrebbero le suddette signore.
Tuttavia credo che sia utile partire da qui per capire (e imparare) la fenomenologia del festival nell’attuale tempo futuro (in cui siamo), scoprendo che grandi passi dal tempo passato (in cui eravamo) questo enorme carrozzone non ne ha fatti.
Ha perso qualche milione di spettatori, certo: segno di una stanchezza fisica, prima ancora che del prodotto.
Sanremo in purezza – cioè senza programmi accessori e collaterali che lo spingono e lo commentano ossessivamente dal mese di gennaio- dura non meno di tre ore e mezza-quattro ore: roba da schiantare un cavallo giovane e forte, figurarsi il pubblico agèe che si mette davanti al teleschermo come Fantozzi davanti alla partita dell’Italia (mutandoni, frittatona, birrona e “rutto libero”).
Perché il motore trainante, nonostante l’abbuffata di rapper de noantri atterrati fuori tempo massimo sull’hip hop e ragazzini acclamati come fossero De Andrè e Battiato, mentre sono autori di testi e di musica assurti al sublime prima ancora di imparare la grammatica italiana e la lettura degli spartiti, resta quello dell’adultità.
E questo pubblico alla fine non ce l’ha fatta ed ha dichiarato forfait: con una bella tisana alla camomilla è andato a nanna, sconvolto dal peso di una settimana di Sanremo sul groppone.
E, per favore non chiedete giudizi di valore: da sempre l’Ariston rappresenta il luogo dove star e meteorine s’avvicendano senza criterio.
Da qualche tempo la seconda categoria stellare sopravanza la prima, ma è un dettaglio: da quando gli album non si comprano più e la musica si può cliccare a gratis anche soltanto per curiosità, un giro di valzer lo fanno più o meno tutti. Il che non basta per diventare danzatori provetti.
Quest’anno la sensazione di rimasticato, che in genere assale l’ascoltatore, è stata più acuta, ma, ribadiamo: quando mai Sanremo si è distinto per l’allineamento di prodotti eccelsi?
Piuttosto è spettacolo e questo è il punto dolente: può ancora reggere una formula che, in fondo, è figlia del varietà anni cinquanta con qualche parentela con gli show che allestiscono da sempre a Las Vegas, con crooner, bluebell e barzellettieri con tanto di sketch e siparietti?
In fondo è la formula che impostò Pippo Baudo, genio della Rai tv, in un tempo in cui la tv di Stato era egemone se non addirittura solitaria. Anni luce fa.
Sarebbe il caso di pensarci un po’ sopra, riflettendo sul fatto che, se la serata che trova gradimento è quella delle cover ci sarà pure un motivo. O no?
È vero, il business è il business e il resto non conta (direbbe Trump), ma è vero pure che la tv di Stato ha, per contratto di servizio, anche altri compiti che sopravanzano il rastrellare 75 milioni di euro di pubblicità (questa è l’attesa degli incassi), quali, per esempio, fare cultura e aiutare la formazione civile dei cittadini.
Obiettivi che andrebbero perseguiti sempre.
Dal tritacarne monstre del festival è difficile far uscire insieme qualità, prodotto per telespettatori seguaci di Patty Pravo e per adepti del Dito nella Piaga, divertissement, informazione, cultura e musica con un occhio aperto sul mondo.
La sera dell’incoronazione di Da Vinci il mondo viveva il trauma delle bombe in Iran.
Non che ci aspettassimo chissà cosa, tipo le uscite di Bruce Springsteen o di Bono Vox degli U2 o almeno del Piero Pelù di una volta. Nossignore.
In compenso abbiamo commentato Tony Pitony, l’uomo semimascherato che impazza nella rete.
Che sa perfino cantare e ballare e col suo sarcasmo ha ragione da vendere: mai prendere sul serio una kermesse come Sanremo.
















