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Populismo, autocrazie e cyberspazio. Le sfide alla democrazia liberale secondo Aznar

Di José María Aznar

“La forza dei nemici della democrazia nasce spesso dalla debolezza di chi dovrebbe difenderla”. L’intervento integrale dell’ex-primo ministro José María Aznar, ospite d’onore dell’edizione 2026 della “Franco Frattini Lecture” organizzata presso la Camera dei Deputati su iniziativa della Fondazione InGENIO

È così rara la vera gratitudine che temo di incorrere nel peccato di vanità se comincio dicendovi che non appartengo al numero degli ingrati e che conserverò sempre un ricordo commosso dell’onore che mi concede la Fondazione Ingenio invitandomi a prendere la parola davanti a voi.

Desidero ringraziare in modo particolare la sua presidente, Stella Coppi, per la gentilezza di avermi scelto per la seconda edizione di questi incontri, nei quali evochiamo la figura di un politico e giurista di statura europea.

Conservo della mia relazione con Franco Frattini il ricordo migliore. Lo conobbi quando entrambi condividevamo responsabilità e l’onore di far parte del governo.

Uniti, sostenevamo un’impostazione europeista di grande respiro che mirava a rendere compatibili la permanenza degli Stati-nazione in un’Europa integrata, la liberalizzazione economica del continente e il rafforzamento del legame atlantico.

Quella convergenza fu feconda perché aprì la strada alle proposte di riforma economica conosciute come Agenda di Lisbona, il cui obiettivo era trasformare l’Europa nell’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo. Non è questa l’occasione per ricordare perché quella strada non fu poi seguita.

In queste materie Franco fu sempre un interlocutore tanto onesto quanto competente, un servitore pubblico dotato di virtù che oggi non sono più così diffuse.

Come politico riuniva, a mio giudizio, le qualità che Cicerone esigeva dall’oratore perfetto: vir bonus dicendi peritus, l’uomo buono esperto nell’arte della parola.

Per pura associazione di idee, sapendo che questo evento si sarebbe svolto nel Senato italiano, mi è tornato in mente il celebre affresco di Cesare Maccari che rappresenta la scena culminante della prima Catilinaria: Cicerone che denuncia Catilina.

Ciò che Cicerone denunciava era una congiura contro la libertà della Repubblica. Una congiura sostenuta da quel programma che Sallustio descrive come: “la riduzione o abolizione dei debiti, la proscrizione dei ricchi, l’ottenimento di sacerdozi e magistrature, il saccheggio e tutto ciò che il capriccio del vincitore può permettersi”.

Certamente la Repubblica romana non era una democrazia liberale. Tuttavia ciò che Cicerone difendeva in quel discorso, e ciò che teorizzò nei suoi trattati, rappresenta una delle formulazioni più efficaci della libertà ordinata: il concetto di legge come regola generale; l’idea che dobbiamo obbedire alla legge se vogliamo essere liberi; il giudice come voce attraverso la quale parla la legge.

Da Cicerone sappiamo che la libertà dipende dall’impero della legge. Marco Tullio è il non così lontano antenato dello Stato di diritto e del costituzionalismo moderno.

Purtroppo anche Catilina ha avuto una discendenza molto prolifica. I demagoghi di oggi hanno tutto il diritto di rivendicare quella eredità.

Ed è proprio di questo che vorrei parlare: delle sfide che la democrazia liberale affronta nel presente.

In Europa e in tutto l’Occidente, negli ultimi anni assistiamo all’ascesa di formazioni e personalità politiche che mettono apertamente in discussione l’ordine liberale che, dopo la caduta del Muro, alcuni avevano considerato definitivo, quasi post-storico.

Questa messa in discussione include, direttamente o indirettamente, la stessa democrazia liberale e rende quindi urgente tornare a interrogarsi sulla sua definizione, sull’identità dei suoi nemici e sulle ragioni che giustificano la sua difesa.

Credo che la prima sfida della democrazia sia interna: se dimentichiamo in cosa consiste e quali sono i suoi presupposti, probabilmente la praticheremo male e finiremo per metterla in pericolo.

Raymond Aron preferiva definire la democrazia in termini istituzionali piuttosto che metafisici, caratterizzandola come un sistema di competizione pacifica per il potere. Un sistema “costituzionale-pluralista”, nel quale la competizione parte dal rispetto dell’avversario e da regole del gioco previamente concordate alle quali tutti i partecipanti si sottopongono.

Ciò non significa che la democrazia liberale sia un sistema puramente procedurale, privo di valori. I valori sono presenti nei suoi fondamenti e vivono in una certa tensione reciproca, tensione che talvolta genera crisi gravi.

Ad esempio la sovranità popolare implica il predominio del principio maggioritario. Ma fino a che punto? Fino al punto di ignorare la protezione dovuta alle minoranze?

No, se ricordiamo che una democrazia liberale è un sistema di governo limitato, nel quale il sostegno della maggioranza conferisce un potere legittimo di governo ma non dà la ragione né conferisce infallibilità.

I voti non decidono una disputa sulla Verità, ma stabiliscono la titolarità di un potere fondato sul consenso esplicito dei cittadini. È ciò che distingue la democrazia liberale da quella che Talmon chiamava “democrazia totalitaria”.

Anche libertà e uguaglianza vivono in tensione. Così come i valori dell’apertura e della coesione sociale. O, nell’era della globalizzazione, l’universale e il particolare. Per molti anni queste tensioni si risolvevano attraverso l’alternanza di proposte che non oltrepassavano un certo limite. Ma la frammentazione dei sistemi di partito verificatasi un po’ ovunque ha accentuato le linee di frattura e polarizzato le posizioni.

La democrazia è fragile perché implica un delicato sistema di equilibri. Anche il compromesso tra avversari che competono per il potere necessita di equilibrio, perché può essere snaturato sia per eccesso sia per difetto.

Per eccesso, quando si ammette chiunque alla competizione. Un esempio è quando i democratici stringono patti con i nemici della democrazia per integrarli. È un grave errore, perché si dimentica che per questi ultimi tali accordi saranno sempre provvisori.

Per difetto, quando si utilizza il compromesso democratico per distruggere la democrazia stessa. È il caso di chi accetta nominalmente la democrazia liberale ma in realtà la subordina alla realizzazione di un programma escatologico, a una promessa di redenzione totale che giustifica qualsiasi sacrificio, anche quello del regime politico che obbliga a convivere con chi dissente.

La democrazia, nel suo funzionamento ordinario, tende invece alla moderazione e parte da un’idea quasi scettica: è difficile concepire e concordare il “sommo bene”, ma è molto facile immaginare il sommo male, uno stato in cui la vita è, come diceva Hobbes, “solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve”.

Alla fine la politica aspira a essere un rimedio più che una panacea. Da qui la famosa definizione di Churchill della democrazia come il peggior sistema di governo, eccezion fatta per tutti gli altri.

Uno dei principali pericoli per la democrazia liberale proviene dalle autocrazie, che cercano di presentarsi come alternative al modello democratico. È il caso della Russia di Putin o della Cina di Xi Jinping: sistemi nei quali uomini forti sostenuti da oligarchie economiche controllano l’economia, manipolano il processo elettorale e conducono una politica estera aggressiva.

Un’altra minaccia deriva dalla rivoluzione digitale, che ha indebolito le tradizionali istituzioni di mediazione. Infine c’è la corrosione populista, una minaccia interna che accompagna la democrazia fin dall’antichità.

Nonostante tutto, non dobbiamo disperare sul futuro della democrazia liberale. Si tratta di un sistema politico che si fonda sulla vitalità del corpo sociale, non sul talento straordinario dei suoi dirigenti. Disperare della democrazia significherebbe disperare di noi stessi.

Dobbiamo rafforzare lo Stato di diritto, ricostruire una vera convivenza nazionale e restare fedeli alle alleanze che hanno costruito il mondo libero.

Non viviamo più nel mondo del dopoguerra, ma ciò che deve restare come garanzia del futuro è la nostra fede nella libertà. Una fede che può nutrirsi solo della virtù civica dei cittadini.

Il nostro compito più urgente è forse restituire alla politica il senso autentico dell’istituzione. Le istituzioni sono le forme durature della nostra vita comune, i quadri entro i quali si svolge ciò che facciamo insieme.

Rispettarle, rafforzarle e riformarle è il compito dell’uomo di Stato. Servirle quotidianamente è il compito del giurista e del funzionario.

Franco Frattini lo fece in modo esemplare durante la sua lunga vita politica. Fu egli stesso un’istituzione, simbolo di ciò che dura: fedele alle sue idee, alla libertà, all’Italia e all’Europa.

Che il ricordo del suo esempio possa ispirarci tutti.

Grazie mille.


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