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Tra Usa e Cina, l’Europa come cerca la sua via nella salute globale?

La presa di posizione dell’Ue contro l’approccio America first in ambito sanitario apre una questione più ampia. Mentre Bruxelles prende le distanze dall’approccio Usa, il contesto è già cambiato: la nuova grammatica della salute globale è sempre più allineata ai domini strategici

Le parole pronunciate a Bruxelles dal commissario europeo per i partenariati internazionali, Jozef Síkela, fotografano bene la tensione del momento nel campo della salute globale. Commentando le nuove iniziative statunitensi in Africa durante un’audizione al parlamento europeo, Síkela avrebbe messo in guardia contro il rischio di legare gli aiuti sanitari a interessi geopolitici, citando il caso – riportato dal New York Times – di possibili pressioni sullo Zambia per condizionare fondi contro l’Hiv all’accesso alle risorse minerarie. “Non è il mondo a cui vogliamo partecipare”, ha affermato. Ma, qualcuno potrebbe dire, è già il mondo in cui siamo.

La svolta americana: la grammatica strategica della salute

I numeri aiutano a capire la portata del cambiamento. Al 13 marzo, Washington, all’interno dell’America first health strategy, ha siglato 26 accordi bilaterali di salute globale per un valore complessivo di oltre 20 miliardi di dollari, coinvolgendo una lunga lista di paesi – in gran parte africani – e prevedendo un significativo co-investimento da parte dei partner. Non è un rafforzamento dell’assistenza sanitaria internazionale “classica”. Il tratto distintivo è il formato: accordi bilaterali, negoziati caso per caso, spesso integrati con altri dossier – dalle materie prime alla sicurezza, fino alla condivisione di dati sanitari. La salute entra così nella stessa grammatica di altri domini strategici – energia, tecnologie critiche, supply chain – culminando la sua trasformazione da politica pubblica a strumento di posizionamento.

Un precedente sottovalutato: la strategia cinese

Questa evoluzione, tuttavia, non nasce oggi. E soprattutto non nasce negli Stati Uniti. La Cina aveva già integrato la salute nella propria proiezione internazionale ben prima della pandemia da Covid-19, attraverso la cosiddetta Health silk road, una delle diramazioni della Belt and road initiative. Un’iniziativa che è stata concepita già nel 2015 come parte di una strategia sistematica di espansione dell’influenza globale .

La Health silk road combina assistenza sanitaria, formazione, ricerca, standardizzazione e presenza industriale, con un obiettivo esplicito: rafforzare il ruolo della Cina nella governance globale della salute e nelle catene del valore della bioeconomia.

In questo schema, la cooperazione sanitaria si intreccia con l’accesso a conoscenze, dati e mercati. La salute diventa un vettore attraverso cui espandere influenza, costruire relazioni e posizionarsi nei segmenti più avanzati dell’innovazione biomedica.

Il nodo strategico: dati biologici e sovranità

È proprio qui che emerge il punto più delicato della nuova competizione. Gli accordi sanitari contemporanei sempre più spesso includono la condivisione di dati, campioni biologici, sistemi di sorveglianza, oltre la sfera tradizionale legata a ospedali, farmaci e programmi di prevenzione. In un contesto in cui la bioeconomia globale è destinata a crescere rapidamente e in cui l’intelligenza artificiale accelera la scoperta di nuovi farmaci, questi elementi assumono un valore strategico. I dati sanitari diventano una risorsa, non diversa per importanza da energia, minerali critici o infrastrutture digitali.

Non sorprende quindi che alcune critiche manifestino cautela. Non tanto rispetto alla cooperazione in sé, quanto alle condizioni: chi controlla i dati? Chi beneficia dei risultati? Dove si concentrano proprietà intellettuale e capacità produttiva?

L’Europa tra ambizione, tradizione e vincoli

In questo contesto, l’Unione europea si trova in una posizione particolare. Da un lato, rivendica un approccio distinto, basato su multilateralismo, rafforzamento dei sistemi sanitari e cooperazione equa. La nuova Global health resilience initiative, attesa nei prossimi mesi, dovrebbe muoversi in questa direzione, insieme a iniziative su supply chain, prevenzione e contrasto alla disinformazione.

Dall’altro lato, emergono due limiti evidenti. Il primo è finanziario: le risorse disponibili sono limitate, soprattutto nel quadro del bilancio pluriennale 2028–2034. Il secondo è strategico: mentre il contesto internazionale si muove verso modelli sempre più trasversali e competitivi, l’Europa rischia di continuare a esprimersi in termini normativi e più cooperativi, strictu sensu.

Non significa che sia un errore. Ma, senza negare il valore degli investimenti in salute globale – risale all’anno scorso un articolo pubblicato su The Lancet che sottolineava come ogni euro investito in salute globale renda diciannove volte tanto – ciò può manifestare un disallineamento di Bruxelles rispetto al paradigma emergente in ambito di cooperazione sanitaria.

Riconoscere il campo di gioco

Il punto, in ultima analisi, non è stabilire un modello “giusto”. Gli Stati Uniti stanno rendendo esplicita una logica di integrazione tra salute e interessi strategici. La Cina ha costruito da tempo una propria architettura in cui cooperazione, industria e influenza si sovrappongono. Mentre l’Europa preserva un approccio conservativo.

Tre visioni diverse, che riflettono priorità differenti e differenti letture dell’attuale contesto. Tutte però si muovono nello stesso campo: quello in cui la salute non è più neutrale.

Dopo energia e tecnologie, sono le scienze della vita a diventare infrastrutture di potere a pieno titolo. Per l’Europa, la sfida è come partecipare a questo gioco (e non se partecipare), mantenendo coerenza con i propri principi, ma senza rinunciare alla capacità di incidere. Anche perché, come sottolineato dallo stesso Síkela, la finestra per agire si sta chiudendo.


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