Il diniego italiano all’uso della base di Sigonella per attaccare l’Iran è un atto politico, ma dettato dalla necessità di tenere il Paese fuori dal conflitto in Medio Oriente. Non una rottura con gli Usa, ma un atto di tutela dell’interesse nazionale. L’intervista di Airpress all’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo
Il diniego italiano all’utilizzo delle basi da parte degli Stati Uniti segna indubbiamente un cambio di linea politica, ma va letto con cautela, evitando interpretazioni automatiche in chiave di rottura totale con Washington. Più che un gesto di discontinuità strategica, si tratta di una decisione politica maturata in condizioni inusuali e con tempi compressi, che riflette l’esigenza di bilanciare la prudenza diplomatica e la tutela dell’interesse nazionale in un contesto di alta tensione. L’intervista di Airpress all’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, presidente della Nato defence college foundation e già vice segretario generale della Nato.
Ambasciatore, l’Italia ha negato l’utilizzo delle sue basi ai velivoli Usa per colpire l’Iran. Quali sono le sue impressioni a caldo?
Beh, innanzitutto è stata una cosa che mi ha preso un po’ di sorpresa, se vogliamo. Fino a questo momento il tema non si era posto, anzi, tutto era tranquillo, perché gli americani non ci avevano chiesto nulla in tal senso. Quindi partivamo da una situazione di assoluta serenità. Improvvisamente, è comparsa questa richiesta e il ministro della Difesa ha deciso di rifiutare. Bisognerebbe capire chiaramente la richiesta riguardasse un passaggio occasionale, un rifornimento tecnico, oppure un uso continuativo legato alle operazioni verso l’Iran. Questo è un dettaglio che forse dovrebbe essere chiarito direttamente dal ministro Crosetto. Ciò che invece penso è che effettivamente ci sia stato un cambiamento di linea politica da parte del governo, e questo può piacere o non piacere, ma è evidente. In passato, simili richieste erano rare, ma ricordo ad esempio nel 2020 che fu concessa l’uso di Sigonella per un lancio di droni, e quelle decisioni venivano prese dal governo, dal ministro della Difesa, dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri, senza certo passare per il Parlamento.
Secondo lei si tratta di una decisione politica o di un atto dovuto?
Direi che si tratta chiaramente di una decisione politica. Normalmente, per le operazioni Nato, l’Italia partecipa in automatico: se fossimo in un’operazione Nato, non ci sarebbe dubbio, l’aeroporto italiano sarebbe utilizzato per fini operativi, come è successo in passato in Kosovo o in Bosnia. Qui, invece, parliamo di una questione bilaterale con gli Stati Uniti. In questo caso serve l’autorizzazione delle autorità italiane. Non credo ci sia bisogno di andare in Parlamento. Il governo governa, e ha pieno diritto di decidere. Però resta una decisione politica, perché implica valutazioni su tempi, modalità e impatto diplomatico.
La richiesta americana è arrivata con modalità inusuali, praticamente quando gli aerei erano già in volo. Come interpreta questo aspetto?
Sì, questo è un elemento importante. Normalmente queste richieste arrivano con largo anticipo, così da permettere al governo di esaminarle e decidere con tempi adeguati. In questo caso, invece, le autorità italiane hanno ricevuto la notizia quando gli aerei erano già praticamente in volo. Ciò conferma il cambio di linea politica, perché il governo ha dovuto prendere una decisione rapida, pur senza avere tutti i tempi tecnici. Detto questo, bisogna anche evitare di saltare a conclusioni eccessive: il fatto che questi velivoli fossero diretti al Medio Oriente non implica automaticamente che si trattasse di operazioni offensive. Potrebbero aver chiesto di atterrare semplicemente per questioni tecniche, come carburante o altre esigenze logistiche. Non possiamo interpretare ogni dettaglio come un’azione bellica.
Se il governo italiano dovesse confermare un diniego permanente all’uso delle basi per le operazioni legate all’Iran, quali conseguenze ci sarebbero per i rapporti bilaterali?
Sarebbero conseguenze abbastanza serie. Un rifiuto permanente costituirebbe un vero cambiamento di politica e provocherebbe certamente critiche significative da parte americana. Non sto dicendo che l’Italia debba concedere ogni richiesta, ma bisogna misurare gli effetti a lungo termine e ragionare in termini di interesse nazionale. L’Italia ha rapporti con gli Stati Uniti che durano da oltre 80 anni e rompere tutto per un episodio, per quanto grave, non porterebbe benefici al nostro Paese. L’alleanza con gli Stati Uniti ha una logica consolidata; ci sono stati momenti difficili, sì, ma resta un pilastro fondamentale della nostra sicurezza e della nostra politica estera.
E in questo momento, con le conseguenze indirette del conflitto che interessano anche l’Italia, come si tutela l’interesse nazionale?
L’interesse nazionale, a mio avviso, è tutelato dal governo, che cerca un equilibrio molto delicato. L’Italia non è parte della guerra, non è stata consultata e non ha alcun obbligo di intervento. Il governo sta cercando di prendere le distanze, evitando di esporsi, ma mantenendo un rapporto corretto con l’alleato tradizionale. Non si tratta di condividere le azioni di Trump o Israele, né di dare un giudizio morale, ma di vedere ciò che conviene al nostro Paese nel lungo periodo. L’Italia deve restare fuori dal conflitto in Medio Oriente, proteggere la propria sicurezza e al tempo stesso mantenere rapporti solidi con gli alleati. Questa decisione riflette prudenza, equilibrio e pragmatismo. Non si tratta di un giudizio morale sull’azione altrui, ma di valutare razionalmente come tutelare gli interessi italiani oggi e domani.
















