Dalla Georgia all’Azerbaigian, fino all’Armenia, Pechino sta ampliando la propria presenza nel Caucaso meridionale attraverso banche, sistemi di pagamento e investimenti in renminbi. Una penetrazione silenziosa che ha implicazioni economiche, ma soprattutto strategiche
Al di fuori dalla luce dei riflettori, la Cina continua a espandere silenziosamente la propria influenza nella regione caucasica, preferendo alle basi militari e alle pressioni esplicite l’uso di banche, sistemi di pagamento, investimenti in renminbi e strumenti finanziari alternativi a quelli dominati dall’Occidente. È questo il quadro che emerge da un’analisi della Jamestown Foundation, che ricostruisce i filoni attraverso cui Pechino starebbe ampliando la propria presenza economico-finanziaria in Georgia, in Azerbaigian e, anche più lentamente, in Armenia. Una strategia che ha sì un valore economico, ma anche il chiaro obiettivo geopolitico di ridurre la dipendenza regionale dal dollaro e dalle infrastrutture finanziarie occidentali.
Il caso più evidente è quello della Georgia, dove già in passato la Repubblica Popolare aveva compiuto mosse concrete. A marzo, quattro banche georgiane sono entrate nel Cross-Border Interbank Payment System (Cips), il sistema di pagamenti internazionali in renminbi supervisionato dalla banca centrale cinese. Pur essendo complementare (e non altenrativo) a Swift, il Cips offre un canale meno esposto al controllo occidentale e potenzialmente utile anche per attenuare l’impatto delle sanzioni. A questo si aggiunge il fatto che la Banca nazionale di Tbilisi ha ottenuto accesso al mercato obbligazionario interbancario cinese e circa il 5% delle riserve valutarie del Paese sarebbe oggi investito in renminbi. Sul piano commerciale, gruppi cinesi come Hualing hanno già consolidato una presenza importante nel sistema bancario locale.
Anche sull’Azerbaigian Pechino si sta muovendo nella stessa direzione. La Cina è ormai il terzo partner commerciale azero, e i due Paesi stanno rafforzando la cooperazione finanziaria attraverso fondi congiunti, accordi monetari e una crescente esposizione del fondo sovrano azero agli asset denominati in valuta cinese. Più lenta, ma comunque significativa, è invece la traiettoria dell’Armenia, che resta il Paese meno integrato nel sistema finanziario cinese, pur mostrando segnali di apertura attraverso circuiti di pagamento, cooperazione bancaria e interesse verso piattaforme multilaterali come Brics e Shanghai Cooperation Organization.
Per i governi della regione, avvicinarsi alle strutture finanziarie cinesi è una scelta soprattutto pragmatica, che mira a diversificare i rischi, attrarre capitali e ridurre i costi di transazione. Ma sul piano strategico, il risultato è un ben diverso, con il Caucaso meridionale diventa sempre più permeabile a una rete economica alternativa a quella occidentale. Che, nel contesto di competizione internazionale odierno, rappresenta una via preferenziale per la penetrazione di attori esterni. Soprattutto per attori come la Repubblica Popolare Cinese.
















