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Can che abbaia non morde? Cosa succede quando Trump minaccia la Nato

Di Edoardo Carta

A prescindere dall’effettiva uscita degli Usa, il danno all’integrità dell’Alleanza è già quantificato. La vulnerabilità dell’Articolo 5 è oggi un campanello d’allarme per i competitor strategici: Russia e Cina osservano un Occidente dove la capacità di dissuasione rischia di essere vincolata ad una logica personale. L’analisi di Edoardo Carta (Programma Italia ed Europa, Centro Studi Geopolitica.info)

Aprile 2026: la principale istituzione difensiva dell’Occidente affronta la sua crisi più profonda, innescata dalla contesa nello Stretto di Hormuz. Per la prima volta nella storia dell’Alleanza, un presidente degli Stati Uniti richiede un intervento militare fuori dai canoni geografici del Trattato, scontrandosi con il pragmatismo delle cancellerie europee. Roma, Parigi e Berlino hanno declinato la chiamata di Trump in uno scenario non coperto dall’Articolo 6, scatenando l’ira del 47esimo inquilino della Casa Bianca.

Poiché l’Articolo 6 limita la mutua difesa al quadrante Nord-Atlantico e Mediterraneo, ogni pretesa di automatismo a Hormuz deraglia dal Trattato, trasformando la Nato da alleanza difensiva a strumento d’intervento globale unilaterale. La reazione del tycoon, definire la Nato una tigre di carta e minacciare il disimpegno, è vista dagli analisti come un punto di non ritorno strategico, che supera le provocazioni precedenti.

Lo stallo attuale è il culmine di tensioni mai sopite. Sebbene Washington abbia ufficialmente smentito un piano operativo per il ritiro formale, ostacolato peraltro dal Congresso con un intervento legislativo nel 2023, la postura del Presidente rimane strettamente transazionale. Il vertice dell’Aja del 2025, che ha fissato l’obiettivo della spesa militare al 5% del Pil, è visto come il preludio di una stagione segnata da imposizioni che hanno logorato i rapporti transatlantici. In questo clima, le minacce di disimpegno prefigurano uno svuotamento dell’Articolo 5: il rischio non è tanto il ritiro della firma del Trattato, quanto l’irrilevanza politica e militare nei teatri che gli Usa non ritengono più prioritari.

A prescindere dall’effettiva uscita degli Usa, il danno all’integrità dell’Alleanza è già quantificato. La vulnerabilità dell’Articolo 5 è oggi un campanello d’allarme per i competitor strategici: Russia e Cina osservano un Occidente dove la capacità di dissuasione rischia di essere vincolata ad una logica personale. All’interno, la reazione è altrettanto frammentata e pericolosa. Il disimpegno delle truppe americane dal fronte est ha innescato una corsa all’autodifesa nazionalista. Le recenti dichiarazioni di Donald Tusk sulla necessità di un’autonomia nucleare polacca e il piano di Macron per una “dissuasione avanzata” europea a guida francese minano l’ombrello nucleare continentale. Indipendentemente dai prossimi sviluppi, la Nato vede oggi erodersi il suo bene più prezioso: la credibilità della deterrenza.


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