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Cosa ci dicono i casi di Manus AI e MiroMind sulla strategia IA della Cina

Le due aziende sono sotto stretta osservazione per via della loro espansione in Occidente. Pechino teme di perdere società e talenti nazionali, che tramite alcune operazioni cercano di recidere i legami con la madrepatria per accedere ai finanziamenti globali. In questo modo, verrebbe sconfessata la narrativa governativa

Quel che vale per uno, deve valere per tutti. È un po’ questo il messaggio che la Cina fa filtrare alle sue aziende tecnologiche. Soprattutto quelle che sono nate da poco, ma che promettono di diventare presto grandi. La vicenda che accomuna le due società di intelligenza artificiale, MiroMind e Manus AI – quest’ultima in trattative con Meta per la sua acquisizione (valore dell’operazione: 2 miliardi di dollari), ma Pechino ha aperto un’indagine -, deve servire come monito. Ai dirigenti di Manus Xiao Hong e Yichao Ji è stato impedito di lasciare il paese e lo stesso potrebbe accadere a chiunque abbia in mente di trasferire tecnologia in Occidente. L’inchiesta sulla trattativa con Meta non è infatti tanto per la violazione di alcune norme. A muoverla, piuttosto, è la preoccupazione di vedere un’azienda nazionale recidere i legami con la madrepatria.

Il governo cinese ha più volte spinto le proprie aziende a espandersi all’estero. Un incentivo che però non deve essere frainteso. Allargarsi è un bene, ma senza tagliare i ponti con la Cina. In una parola: scorporarsi. Di casi pratici ce ne sono diversi. Il più famoso è quello di TikTok. O meglio di ByteDance, la sua azienda madre. Pur avendo sedi a Singapore e Los Angeles, ha mantenuto la sua casa-base a Pechino. Lo stesso si può dire di MiniMax, che incassa più all’estero che in patria, ma non per questo ha spostato la sede di Shanghai. Per Pechino, questo mix è benvenuto. Quanto sta provando a fare Manus, invece, molto meno.

Il fine è di non contrastare la narrativa del governo centrale. Pechino è sempre pronta a ribadire che il suo ecosistema tecnologico ha tutti i mezzi per competere con quello americano. Vedere le aziende che se ne vanno all’estero potrebbe dunque sconfessare questa verità. Come scrive il Washington Post, quello che si vuole spezzare è il China-shedding, una pratica con cui le aziende interrompono i rapporti con la Cina per andare a caccia di capitali americani. Il processo viene anche definito Singapore washing, un modo in cui le aziende aggirano alcune restrizioni cinesi per accedere più facilmente ai capitali internazionali. Per fermare questa pratica: se si vogliono prendere finanziamenti globali, allora bisogna creare un’azienda al di fuori del Paese. Il che vuol dire non godere dei benefici che presenta il sistema tecnologico cinese.

La prossima a farne le spese potrebbe essere appunto MiroMind. Pur avendo personale cinese e lavorando in lingua cinese, non ha più lavoratori in Cina e sta raccogliendo fondi negli Stati Uniti. Insomma, va nella direzione opposta rispetto a quella indicata dal suo Paese. Che, però, potrebbe essere più benevolo. Rispetto a Manus, infatti, MiroMind è già conosciuta nell’ambiente istituzionale, avendo anche fatto parte della Conferenza consultiva politica del popolo cinese.

La Cina considera il settore tecnologico come uno dei più strategici, parte integrante della sua sicurezza nazionale – la stessa visione che hanno in America. Per cui Pechino valuta i propri talenti come un patrimonio da tutelare, non da disperdere in giro per il mondo.


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