In sette giorni di aprile quattro accordi tra Amazon, Google, Microsoft, OpenAI e Anthropic hanno spostato il baricentro dell’intelligenza artificiale dal modello al calcolo. La candidatura italiana dipende da come il Mimit terrà insieme IT4LIA, la Top500 e i contratti cloud delle imprese. L’intervento di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro economia digitale
Sette giorni di aprile, quattro accordi, un mercato che cambia regole. Il 20 Amazon ha versato cinque miliardi di dollari freschi in Anthropic, con altri venti condizionati e l’impegno di Anthropic a spendere oltre cento miliardi su AWS in dieci anni. Il 22 EuroHPC ha firmato a Bologna il contratto da 290 milioni per IT4LIA, l’AI Factory italiana coordinata da Cineca, sette mesi dopo l’avvio operativo presieduto da Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione per la Tech Sovereignty, e dalla ministra Anna Maria Bernini.
Il 24 Google ha annunciato fino a quaranta miliardi di dollari sempre in Anthropic, sua diretta concorrente attraverso Gemini. Il 27 Microsoft e OpenAI hanno chiuso quasi otto anni di esclusiva: licenza non esclusiva fino al 2032, quota di ricavi a Microsoft fino al 2030 con cap negoziato, clausola sospensiva legata alla dichiarazione di AGI cancellata.
In sette giorni il capitalismo dell’intelligenza artificiale ha spostato il proprio baricentro dal modello al calcolo. Per due anni la narrazione dominante, dal World Economic Forum al policy debate continentale, è stata che vince chi addestra il sistema migliore. Lo Stanford AI Index 2025 schierava il modello come variabile decisiva. Aveva un fondo di verità. È stata superata dai numeri. Lo prova l’aritmetica del deal Google-Anthropic. Mountain View entra a una valutazione di 350 miliardi mentre il mercato secondario prezza Anthropic oltre 800: 450 miliardi di sconto implicito in cambio di cinque gigawatt di capacità di calcolo TPU su cinque anni.
Sommati ai cinque firmati con AWS, fanno dieci gigawatt: il fabbisogno elettrico annuo del Belgio, prenotato in due settimane da una sola società di intelligenza artificiale. Il capitale di frontiera oggi paga in valuta calcolo, prima ancora che in equity. Il modello vale, ma senza energia e senza chip non gira. Il livello più sottile è quello che al Ced abbiamo chiamato Coopetizione nel rapporto del 2024: la pratica di concorrenti diretti che cooperano su singoli anelli della catena del valore mentre continuano a competere su altri. In mercati ad altissima intensità di capitale, nessun operatore può più controllare tutta la filiera da solo. Sui dati brevettuali abbiamo misurato una crescita del 159% delle invenzioni collaborative tra concorrenti diretti tra il 2003 e il 2022.
Il deal Google-Anthropic ne è la trasposizione finanziaria alla scala dei capex dell’IA. Mountain View riconosce che Claude può vincere dove Gemini è più debole, l’enterprise e il coding agentico, e si copre. Se prevale Gemini, fa profitto sui propri modelli; se prevale Claude, fa profitto da socio e fornitore di TPU. Una doppia opzione che protegge una parte dei 175-185 miliardi di dollari di capex Alphabet annunciati per il 2026 nella guidance del 4 febbraio. La fine dell’esclusiva Microsoft-OpenAI lavora sulla stessa logica con segno opposto: il rilascio del legame esclusivo con Azure apre la distribuzione su AWS e Google Cloud, mentre Microsoft mantiene la quota azionaria del 27%, una cap sui ricavi e l’esposizione diretta al business OpenAI fino al 2032. Tutti competono, tutti partecipano, tutti incassano sul calcolo.
Il punto è la scala dell’asimmetria. Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta e Oracle hanno pianificato investimenti in conto capitale stimati attorno ai 700 miliardi di dollari nel solo 2026. Stargate punta a mobilitarne 500 in quattro anni con OpenAI, SoftBank, Oracle e MGX. La Commissione europea ha messo sul piatto 20 miliardi di euro con InvestAI per finanziare fino a cinque AI Gigafactory, contando di attivare fino a 200 miliardi di investimento privato attraverso una leva uno a dieci.
Una sola operazione americana ne mobilita il doppio. I 700 miliardi americani comprano due cose insieme: capacità industriale e potere di scrivere lo standard contrattuale globale del calcolo. Chi paga il calcolo, alla fine, decide come si paga il calcolo.
È a partire da questa asimmetria che va misurato il discorso europeo sulla Sovranità Tecnologica. Il quadro regolatorio si è mosso. Il Council Regulation (EU) 2026/150 del 16 gennaio, entrato in vigore il 20, modifica il regolamento EuroHPC includendo esplicitamente le AI Gigafactory nel mandato del Joint Undertaking, fissa il contributo Ue al 17% del Capex e introduce un pilastro dedicato al quantum.
Il bando ufficiale è atteso nel primo trimestre. La call esplorativa ha già raccolto 76 soggetti, sessanta siti in sedici Stati membri, oltre 230 miliardi di euro di interesse privato dichiarato. La domanda industriale c’è. Manca l’architettura che la trasformi in offerta competitiva. L’Italia, dentro questa partita, ha tre carte. La prima è IT4LIA, ora con il contratto da 290 milioni firmato il 22 aprile e oltre 160 exaflops di prestazione di picco sull’inferenza, ospitato al Tecnopolo di Bologna in consorzio con Austria e Slovenia.
La seconda è la Top500 di novembre 2025: con diciotto sistemi in lista, l’Italia è il quarto Paese al mondo per potenza di calcolo installata, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Due macchine fra le prime dieci, HPC6 di Eni a Ferrera Erbognone in sesta posizione, immediatamente dietro a Eagle di Microsoft Azure, e Leonardo del Cineca a Bologna in decima.
Da quasi tre anni un sistema commerciale di un hyperscaler americano siede stabilmente nella Top 5 mondiale, accanto a El Capitan, Frontier e Aurora: la frontiera fra supercalcolo pubblico e infrastruttura privata sta scomparendo. La terza carta è la candidatura unitaria sulla Gigafactory, costruita dal Mimit del ministro Adolfo Urso con Leonardo ed Eni come capofila industriali, FiberCop e altri partner di rete e infrastruttura, AI4I e Cineca sul versante scientifico, su un modello federato territoriale che integra Lombardia e Puglia.
Roma ha presentato l’unico dossier nazionale unitario in Europa. Resta la condizione dirimente che le tre carte, oggi, non garantiscono. Un’infrastruttura senza domanda contrattualizzata nasce sottoutilizzata. Il rapporto High-Tech Economy del 2025 ha misurato che in Europa un euro di valore aggiunto in settori High-Tech genera 3,9 euro di Pil in tre anni per via demand-pull. Senza l’aggancio industriale, anche i miliardi pubblici diventano sussidio. IT4LIA e la Gigafactory pesano per il sistema-Paese solo se giocate insieme ai contratti cloud che le imprese italiane firmeranno nei prossimi mesi. Il fronte aziendale non è secondario.
Quattro grandi operatori americani concentrano oggi la maggior parte del mercato cloud europeo. Molte imprese italiane stanno costruendo processi critici sopra un’infrastruttura che non controllano direttamente. È un rischio strutturale, e si manifesta solo dopo anni: nella libertà di scelta che si perde tre anni dopo, quando cambiare fornitore costa due o tre volte il contratto iniziale. Albert Hirschman, già nel 1970, aveva mostrato che dove non c’è possibilità di uscire, non c’è possibilità di far valere la propria voce. La regola vale per le democrazie come per le imprese dentro un contratto cloud. La risposta operativa è disponibile: mappare i processi davvero critici, negoziare oggi le clausole di portabilità che fra dodici mesi non si otterranno più, arrivare a strategie multi-fornitore.
Dani Rodrik, già nel Globalization Paradox del 2011, definiva la sovranità come la capacità di scegliere chi si vuole essere. Negli appalti, nei contratti di fornitura, nelle alleanze industriali. La finestra italiana è quella dei prossimi sei mesi, fra il bando ufficiale Ue e la selezione finale dei dossier vincenti, attesa entro la fine dell’anno. Chi presenta il dossier sceglie il perimetro del gioco. Chi arriva dopo si trova a giocare in un perimetro disegnato da altri. Sette giorni di aprile hanno mostrato come si gioca con i miliardi e con i gigawatt. La partita italiana si decide entro fine anno.
















