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Hormuz, sicurezza condivisa e de-escalation. Il messaggio da Londra

Golfo idrogeno

La crisi nello Stretto di Hormuz spinge Europa e partner internazionali a coordinarsi per garantire la sicurezza delle rotte, puntando su soluzioni diplomatiche e multilaterali. L’assenza degli Stati Uniti e i limiti operativi evidenziano però un test cruciale per l’autonomia strategica europea e la tenuta della sicurezza marittima globale

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto oggi una conversazione telefonica con il primo ministro del Regno Unito, Keir Starmer, “per uno scambio di valutazioni sulla situazione di sicurezza nello Stretto di Hormuz”. Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi, spiegando che “nel sottolineare l’interesse della comunità internazionale alla piena tutela della libertà di navigazione, Meloni e Starmer hanno concordato di mantenere un costante coordinamento per iniziative volte alla de-escalation e a garanzia della sicurezza delle rotte commerciali nell’area”.

Nello stesso solco si inserisce la posizione espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha partecipato in videocollegamento alla riunione internazionale convocata da Londra sulla crisi nello Stretto. Roma ha indicato la disponibilità a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, purché dotate di un chiaro mandato delle Nazioni Unite, per garantire il passaggio sicuro delle navi. Tajani ha ribadito la linea italiana: de-escalation immediata, ritorno al dialogo diplomatico e pieno coordinamento con partner europei e internazionali.

La riunione, promossa dal Regno Unito e coordinata dal ministro degli Esteri britannico, ha coinvolto circa 40 Paesi, tra cui Italia, Francia, Germania, Canada, Giappone ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo dichiarato è individuare opzioni diplomatiche e politiche per riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo essenziale per il traffico energetico globale, oggi fortemente compromesso dalle conseguenze della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Gli attacchi iraniani contro navi commerciali, uniti alla minaccia di ulteriori azioni, hanno di fatto paralizzato il traffico in uno dei principali choke point della geoeconomia globale, con effetti immediati sui prezzi del petrolio e sulle catene di approvvigionamento. Secondo dati del settore, nelle ultime settimane si sono registrati decine di attacchi diretti a imbarcazioni civili, con vittime tra gli equipaggi e un drastico calo dei transiti.

Il formato della coalizione è ampio e segnala un tentativo di costruire una risposta internazionale che vada oltre il perimetro euro-atlantico, includendo attori del Golfo e Paesi emergenti. Tuttavia, al centro resta una questione cruciale: le capacità operative. Nessuno degli Stati coinvolti sembra disposto a forzare militarmente la riapertura dello stretto mentre il conflitto è in corso e l’Iran mantiene capacità significative di interdizione, tra missili antinave, droni e mine navali.

In questo contesto, la linea prevalente – esplicitata da Starmer e condivisa da diversi partner – è quella di evitare un’escalation militare diretta. L’ipotesi è piuttosto quella di preparare, anche con il coinvolgimento di pianificatori militari, un dispositivo di sicurezza per la navigazione da attivare in una fase successiva al cessate il fuoco, combinando presenza navale, strumenti diplomatici e cooperazione con l’industria marittima.

Il vertice rappresenta anche un segnale politico rivolto a Washington. Il presidente americano, Donald Trump, ha infatti escluso un coinvolgimento diretto nella sicurezza dello Stretto, sostenendo che non spetti agli Stati Uniti garantire la protezione della rotta. Una posizione che si inserisce in una più ampia postura di riduzione dell’impegno americano e di pressione sugli alleati europei affinché assumano maggiori responsabilità.

Le dichiarazioni del presidente francese, Emmanuel Macron, vanno nella stessa direzione di cautela operativa: un’azione militare per forzare il passaggio nello Stretto viene considerata irrealistica e potenzialmente controproducente, anche alla luce delle capacità dell’Iran e dei rischi per il traffico civile. Da qui l’insistenza su un canale diplomatico diretto con Teheran come opzione più sostenibile.

Nel complesso, la crisi di Hormuz si configura sempre più come un test rilevante per la sicurezza marittima globale e per la capacità europea di agire in modo coordinato in uno scenario ad alta intensità. La libertà di navigazione, principio cardine dell’ordine internazionale, si intreccia con dinamiche di potere, limiti militari e ridefinizione degli equilibri transatlantici, rendendo evidente come la gestione delle rotte commerciali sia oggi al centro della competizione strategica globale.


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