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Il cessate il fuoco che non convince Kyiv. Cosa si sono detti Trump e Putin

La telefonata tra Trump e Putin riporta sul tavolo l’ipotesi di un cessate il fuoco temporaneo in Ucraina, legato alle celebrazioni del 9 maggio. Kyiv però resta prudente e chiede chiarimenti

Una telefonata lunga un’ora e mezza, in cui si è parlato molto di Iran, ma anche di Ucraina, arrivando addirittura a paventare una tregua temporanea. Il colloquio tra Donald Trump e Vladimir Putin riporta al centro del dossier ucraino l’ipotesi di un cessate il fuoco. Secondo quanto riferito da Mosca, il Cremlino sarebbe pronto a dichiarare una pausa nei combattimenti in concomitanza con le celebrazioni che commemorano la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale. Una proposta accolta con favore da Trump, che ha parlato della necessità di fermare, anche solo temporaneamente, un conflitto che continua a causare perdite umane significative.

Resta però da chiarire la portata concreta dell’intesa e, soprattutto, la posizione di Kyiv. Il governo ucraino, infatti, ha reagito con cautela, sottolineando la necessità di comprendere nel dettaglio i contenuti della conversazione prima di esprimere una valutazione ufficiale. “Ho incaricato i nostri rappresentanti di contattare la squadra del presidente degli Stati Uniti e di chiarire i dettagli della proposta russa per un cessate il fuoco a breve termine. L’Ucraina cerca la pace e sta compiendo gli sforzi diplomatici necessari per porre fine a questa guerra una volta per tutte” ha scritto questa mattina su X il leader ucraino Volodymyr Zelensky, “chiariremo di cosa si tratta esattamente: poche ore di sicurezza per una parata a Mosca, o qualcosa di più. La nostra proposta è un cessate il fuoco a lungo termine, una sicurezza affidabile e garantita per le persone e una pace duratura. L’Ucraina è pronta a lavorare in tal senso in qualsiasi formato dignitoso ed efficace”. Un atteggiamento comprensibile alla luce dei precedenti, come ad esempio la tregua pasquale ortodossa, durante la quale le accuse reciproche di violazioni avevano rapidamente svuotato di significato l’accordo.

L’iniziativa si inserisce in un contesto politico più ampio, segnato da un progressivo disallineamento tra Washington e diversi alleati europei. Se questi ultimi continuano a sostenere con decisione Kyiv, l’amministrazione Trump ha ridotto sensibilmente il supporto militare e finanziario all’Ucraina, accompagnando questa scelta con una retorica sempre più critica nei confronti della leadership ucraina e, al contempo, più accomodante verso il Cremlino. Non è un caso che, secondo la versione russa del colloquio, entrambi i leader abbiano condiviso una lettura simile delle responsabilità del conflitto, attribuendo all’Europa un ruolo di incentivo alla prosecuzione delle ostilità. Una narrativa che riflette la convergenza tattica tra Washington e Mosca su alcuni elementi chiave, ma che rischia di approfondire le fratture all’interno del fronte occidentale.

Sul piano simbolico, la scelta del 9 maggio non è secondaria. Il Giorno della Vittoria rappresenta uno dei pilastri dell’identità nazionale russa e un momento di forte legittimazione per Putin. Quest’anno tuttavia le celebrazioni saranno ridimensionate rispetto al solito, con l’assenza di equipaggiamenti militari pesanti nelle parate. Segnale implicito, per molti, della vulnerabilità russa di fronte alle capacità di attacco a lungo raggio dell’avversario ucraino.

Più che un passo verso la pace, la tregua proposta appare dunque come uno strumento di gestione del conflitto e di comunicazione strategica. Per Mosca, un modo per rafforzare la propria narrativa interna ed esterna; per Trump, un’opportunità per rilanciare la propria promessa di porre fine alla guerra. Ma senza un coinvolgimento pieno e convinto di Kyiv, e senza garanzie credibili sul rispetto degli impegni, il rischio è che anche questa iniziativa si aggiunga alla lunga lista di cessate il fuoco falliti.


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