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Il governo non è in crisi e (deve) durare fino alla fine. Campo largo? Prima il programma. Parla Adornato

Tra referendum divisivi, riforme in stallo e tensioni internazionali, la vera sfida per il governo è la tenuta nel tempo. Adornato difende la necessità di arrivare a fine legislatura, invoca una legge elettorale che garantisca stabilità e avverte: senza chiarezza programmatica, anche l’alternativa rischia di non essere credibile

Non è la crisi a fare paura, ma l’abitudine all’instabilità. In un’Italia che negli ultimi decenni ha spesso confuso il conflitto politico con la paralisi decisionale, la vera novità — oggi — è un governo che prova a durare. Tra referendum che dividono, riforme in salita e un quadro internazionale che complica ogni scelta, la tenuta dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni diventa il primo test di maturità per l’intero sistema. Di questo, e non solo, parliamo su Formiche.net con Ferdinando Adornato, già segretario della Camera e più volte deputato.

Adornato, che stato di salute ha oggi il governo?

Credo sia naturale una fase di sospensione del giudizio. Bisogna aspettare almeno un mese dopo il referendum per esprimere una valutazione che abbia un minimo di senso. Per ora non mi sembra ci sia una situazione particolarmente complessa. Anche le dimissioni rientrano nella fisiologia, soprattutto in un anno elettorale: Giorgia Meloni ha cercato di togliere possibili argomenti all’opposizione.

Quindi nessun allarme?

Direi di no. È normale che ci sia un assestamento. La situazione internazionale, del resto, crea difficoltà a tutti i governi del mondo. Ma in questa fase non possiamo permetterci di restare senza un esecutivo, e fortunatamente questo rischio non c’è.

Meloni deve arrivare a fine legislatura?

Può e deve arrivarci. Uno dei meriti più riconosciuti di questo governo è proprio la durata. Ha iniziato a introdurre un elemento di stabile normalità, che dovrebbe diventare la regola. Se così non fosse, l’Italia rischierebbe di scivolare verso una democrazia limitata. I referendum si possono vincere o perdere, ma la vita delle istituzioni deve proseguire. Il giudizio su Meloni lo si darà alle elezioni politiche, non prima.

Sul fronte opposto, il cosiddetto Campo largo appare ancora in cerca di una sintesi. Come ne uscirà?

Le loro vicende interne devono diventare comprensibili per il Paese. Devono riuscire a costruire un programma comune, ed è un’impresa tutt’altro che semplice: dalla politica estera a quella interna, le distanze sono evidenti. Ma l’elettorato deve poter scegliere uno schieramento che sia credibile come forza di governo. Senza chiarezza, il voto diventa incerto.

Il rischio è quello già visto in passato?

Esattamente. È già successo che la sinistra vincesse le elezioni e poi, nel giro di un anno, il governo cadesse, aprendo la strada a esecutivi tecnici, che non rappresentano il massimo della democrazia.

Come si costruisce, allora, questa alternativa?

Con un programma, innanzitutto. Sarà inevitabilmente fatto di compromessi, ma deve offrire una linea chiara, soprattutto in politica estera. Poi si dovrà scegliere il candidato premier. Le primarie? Facessero come credono, ma il nodo vero resta il programma.

Torniamo al governo. Quali sono le priorità per rilanciare l’azione dell’esecutivo?

Il terreno delle riforme è stato minato e oggi non trasmette più la stessa fiducia: penso al premierato e all’autonomia. C’è però un passaggio decisivo: serve una legge elettorale condivisa che garantisca maggioranze stabili. Se vogliamo un bipolarismo che funzioni, questa è la strada. E poi, sul piano economico e sociale, servirà un “coniglio dal cilindro” nella prossima manovra: crescita e riduzione delle disuguaglianze devono tornare al centro, nonostante il peso della guerra.

Infine, il capitolo referendum: che lettura dà?

La mia è un’opinione molto amara. Viene quasi da dire che convenga non farli più. Se vengono bocciate riforme importanti, significa che il Paese è tornato a essere irriformabile. Un tempo si dava la colpa ai partiti, oggi bisogna riconoscere che sono i cittadini a respingere tutto. Siamo di fronte a una democrazia immatura, in cui la polarizzazione — che è un fenomeno globale — finisce per bloccare ogni tentativo di cambiamento.


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