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Il vero dopoguerra nel Golfo si giocherà a Hormuz. L’analisi di Vicenzino

Di Marco Vicenzino

Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran ha aperto una pausa operativa, ma non ha prodotto un vero ordine postbellico. Il rischio è che il Golfo entri in una fase più lunga di instabilità gestita, con Hormuz trasformato in leva permanente di pressione. La riflessione di Marco Vicenzino

Anche se le principali ostilità dovessero attenuarsi, il Golfo non tornerà alla normalità. Il regime residuo iraniano potrebbe usare lo Stretto di Hormuz come uno strumento permanente di leva, bloccando la regione in una nuova era di instabilità gestita con conseguenze globali.

Nelle sue recenti dichiarazioni pubbliche, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiarito soprattutto un punto: Washington non ha ancora definito un ordine postbellico stabile. Ciò resta vero anche dopo che gli Stati Uniti e l’Iran hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane, legato alla riapertura dello Stretto di Hormuz e all’avvio di colloqui su un più ampio quadro negoziale. Trump è così passato da un ultimatum di immediata escalation a una pausa diplomatica temporanea. Ma una pausa non è una soluzione, e una riapertura a tempo dello Stretto non equivale a un assetto politico stabile. Dal punto di vista strategico, questo conta. Una guerra priva di un chiaro stato finale raramente produce una vera chiusura. Più spesso apre una fase negoziale più lunga, sotto l’ombra della forza.

Per questo il più grande errore, una volta cessate le ostilità maggiori, sarà pensare che la guerra sia finita solo perché si sono fermati i bombardamenti più intensi. Non sarà finita. Sarà semplicemente entrata in una fase più durevole e, per certi aspetti, più pericolosa.

Il Golfo del dopoguerra non sarà definito da un equilibrio ristabilito, ma da un nuovo status quo in cui l’incertezza stessa diventerà il fatto strategico centrale. Ciò che potrebbe emergere non è né una pace stabile né una guerra ininterrotta, ma qualcosa di intermedio: una prolungata condizione di instabilità gestita, nella quale l’escalation rimane latente, la coercizione resta disponibile e l’instabilità continua a propagarsi nei mercati, nei flussi energetici e nei calcoli strategici.

Questo conflitto si comprende meglio per fasi: la frattura del 7 ottobre; l’allargamento del confronto attraverso proxy, milizie e interruzioni marittime; il passaggio dalla guerra nell’ombra allo scontro diretto Israele-Iran; la fase della pressione militare diretta statunitense e israeliana sull’Iran e della strumentalizzazione di Hormuz; e, infine, una fase postbellica centrata sul regime residuo.

Questa espressione conta. È più probabile che l’Iran si contragga piuttosto che recuperare una normalità statuale. Un regime residuo non è un regime a proprio agio. È un regime in modalità sopravvivenza: meno sicuro di sé, più duro d’istinto, più ristretto nella propria legittimità e più dipendente dagli strumenti coercitivi che dall’autorità politica. In termini pratici, ciò indica un sistema ancora più centrato sulla sicurezza e una cultura strategica plasmata meno dalla statualità di lungo periodo che dalla gestione permanente della crisi.

Un simile regime non ha bisogno di vincere in modo decisivo per restare pericoloso. Gli basta negare la normalità. E in nessun luogo ciò è più facile che nello Stretto di Hormuz.

Hormuz può diventare la leva decisiva del nuovo status quo. La vecchia convinzione era che lo Stretto contasse soprattutto nei momenti di chiusura totale o di grande crisi militare. Oggi questo è troppo riduttivo. La questione centrale del dopoguerra non è se Hormuz sia formalmente aperto o formalmente chiuso. Questa alternativa binaria è troppo rozza. La vera questione è se la via d’acqua diventi durevolmente condizionata: tecnicamente navigabile, ma politicamente oscurata; formalmente aperta, ma strategicamente insicura; utilizzabile, ma solo a un premio di rischio persistente. Un chokepoint non ha bisogno di essere completamente sigillato per esercitare leva. È sufficiente che resti abbastanza rischioso da far sì che ogni transito comporti costi, cautela e incertezza aggiuntivi.

Questa potrebbe essere l’essenza del nuovo ordine del Golfo. Non guerra permanente. Non pace stabile. Ma una condizione intermedia. Il cessate il fuoco di due settimane modifica il quadro operativo immediato, ma non la logica strategica di fondo. In questo contesto, la leva di un ordine iraniano indebolito ma ancora pericoloso non consiste nel chiudere permanentemente lo Stretto, bensì nel preservare una credibile capacità di interrompere, minacciare, molestare e politicizzare selettivamente il passaggio. Una garanzia temporanea di transito sicuro può allentare la pressione, ma sottolinea anche il punto più profondo: l’accesso a Hormuz è ormai diventato qualcosa da negoziare, condizionare e riaprire, non più qualcosa da dare semplicemente per scontato.

Questo conta anzitutto per gli Stati del Golfo. Anche dopo la sospensione dei bombardamenti, il problema della sicurezza resterà acuto. La questione non è soltanto se lo Stretto possa essere riaperto in senso formale, ma se la regione entrerà in un lungo periodo in cui la vita commerciale resterà possibile ma strategicamente condizionata. In un simile ambiente, l’assicurazione marittima non è mai puramente commerciale. Le esportazioni energetiche non dipendono mai soltanto dalla domanda e dall’offerta. La fiducia degli investitori è plasmata non solo dalla sicurezza fisica, ma anche dalla possibilità costante di nuove molestie, sabotaggi o segnali di escalation.

Ma le conseguenze non si fermano nel Golfo. I flussi attraverso Hormuz nel 2024 e nel primo trimestre del 2025 hanno rappresentato oltre un quarto del commercio mondiale di petrolio trasportato via mare e circa un quinto del consumo globale di petrolio e prodotti petroliferi. Anche circa un quinto del commercio mondiale di Gnl è transitato attraverso lo Stretto nel 2024. Gran Bretagna ed Europa difficilmente avvertiranno la fase successiva anzitutto sotto forma di drammatica scarsità fisica. È più probabile che la sentano attraverso la riprezzatura del rischio: noli, assicurazioni, costi del carburante, aspettative d’inflazione e più ampia volatilità di mercato. Anche l’Asia ne risentirà attraverso crescita, manifattura e catene di approvvigionamento. In un mondo frammentato e multicentrico, l’insicurezza di Hormuz non resta confinata a Hormuz.

È anche per questo che la prossima fase metterà alla prova l’atteggiamento delle potenze esterne. La vera questione è se gli attori esterni considerino Hormuz soprattutto come un teatro di pressione continua o come un sistema che deve essere stabilizzato. Per gli Stati del Golfo, questa distinzione conta enormemente. Una strategia fondata unicamente sulla coercizione può prolungare l’incertezza anche quando ha successo sul piano tattico. Una strategia centrata sulla stabilizzazione deve comunque mantenere la deterrenza, ma con una visione più chiara della sicurezza marittima, della continuità commerciale e della credibilità strategica.

Il cessate il fuoco conta precisamente in questo senso. Non ha prodotto un quadro postbellico definito. Ha prodotto un corridoio negoziale temporaneo. La svolta di Trump verso una pausa di due settimane, e l’accordo di Teheran su due settimane di transito sicuro mentre i negoziati proseguono, segnano un importante passo diplomatico. Ma non eliminano l’architettura di pressione sottostante. Se Washington resta in modalità di negoziato coercitivo mentre Teheran esce dalla guerra più insicura e più radicale, allora gli incentivi su entrambi i lati continuano a puntare non verso un equilibrio ristabilito, ma verso un ordine provvisorio più fragile. Il campo di battaglia può anche quietarsi prima che si quieti il confronto strategico.

E il pericolo non si limita a una classica contrapposizione navale. La fase del regime residuo può essere caratterizzata dall’ambiguità: passaggi selettivi, sabotaggi negabili, molestie al traffico commerciale, attività dei proxy, pressione cibernetica, rivendicazioni giuridiche e quasi-giuridiche sul transito, e periodici segnali militari pensati per ricordare al mondo che lo Stretto resta contingente.

È per questo che l’espressione “dopo la guerra” può rivelarsi fuorviante. Implica una linea netta di separazione tra conflitto e ripresa. È improbabile che il Golfo la offra. Ciò che seguirà alle ostilità maggiori potrebbe non apparire come guerra nella sua forma più drammatica, ma potrebbe comunque funzionare come una prosecuzione del conflitto con altri mezzi.

Il Golfo del dopoguerra, dunque, non dovrebbe essere descritto come post-conflittuale. Dovrebbe essere compreso come la Fase 5 di una più ampia guerra regionale: la fase del regime residuo e del nuovo ordine di Hormuz. Il vecchio status quo è finito. Ciò che viene dopo è un equilibrio più duro, in cui il regime residuo iraniano sopravvive non ristabilendo la fiducia, ma preservando l’incertezza. Il rally di sollievo seguito al cessate il fuoco ha mostrato quanta pressione immediata possa rimuovere una riapertura di Hormuz. Ma il successivo indebolimento delle borse europee, il nuovo rialzo del petrolio e la persistente disfunzione del traffico marittimo indicano una verità più profonda: i mercati stanno ancora prezzando una tregua fragile, non una soluzione durevole. La guerra potrà anche attenuarsi. La nuova instabilità, molto probabilmente, no.


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