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Alberta, IA e interferenze straniere. Perché il separatismo canadese preoccupa Ottawa

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Mosca e ambienti statunitensi vicini alla galassia Maga starebbero amplificando online il separatismo dell’Alberta. Il dossier di Global Centre for Democratic Resilience, Centre for Artificial Intelligence, Data and Conflict e DisinfoWatch avverte: le rivendicazioni locali sono reali, ma la loro manipolazione esterna può diventare un problema di sicurezza nazionale

Il dibattito sull’indipendenza dell’Alberta, provincia occidentale del Canada ricca di risorse energetiche, è diventato un terreno di competizione informativa su cui si muovono attori stranieri, reti di influenza e produttori di contenuti generati dall’intelligenza artificiale.

Il nuovo rapporto diffuso dal Global Centre for Democratic Resilience, dal Centre for Artificial Intelligence, Data and Conflict e da DisinfoWatch e ripreso dalla Bbc, descrive il separatismo albertano come una delle sfide più rilevanti per l’unità nazionale canadese degli ultimi decenni.

Il report

Il nodo, secondo i ricercatori, è quando le istanze oggetto del dibattito sull’indipendenza vengono rilanciate, deformate o inserite in cornici narrative esterne. In quel caso la questione non resta più confinata alla politica provinciale, diventando un problema di integrità democratica, sicurezza nazionale e sovranità cognitiva, cioè la capacità dei cittadini canadesi di decidere senza coercizioni o manipolazioni straniere.

Il rapporto individua tre categorie di attori. La prima è la Russia, il cui intervento “coperto”, coerente con una dottrina di lungo periodo, è volto a sfruttare le divisioni interne delle democrazie occidentali. Fra gli elementi citati ci sono infrastrutture informative allineate a Mosca, siti collegati alla rete Storm-1516, contenuti riconducibili al network Pravda e una produzione ricorrente di messaggi sull’Alberta, sulla sua presunta marginalizzazione e sulla possibilità che la separazione dal Canada sia più vicina, più popolare e più sostenuta all’estero di quanto dicano i dati politici disponibili.

La seconda categoria riguarda gli Stati Uniti. Qui, sostiene il dossier, l’interferenza non sarebbe tanto occulta quanto esplicita: dichiarazioni pubbliche, contatti politici e soprattutto l’amplificazione da parte dell’ecosistema mediatico vicino al mondo Maga. Il rapporto cita figure come Tucker Carlson, Steve Bannon, Benny Johnson e Tim Pool, accusate di aver dato visibilità a narrazioni separatiste o annessioniste, compresa l’idea dell’Alberta come possibile “51esimo Stato”.

Il valore geopolitico

Il Canada è un alleato storico degli Stati Uniti, ma la retorica annessionista e l’uso politico delle divisioni interne canadesi rischiano di trasformare una tensione federale in un dossier di sovranità. Non a caso, il rapporto registra una crescente preoccupazione dell’opinione pubblica canadese per il ruolo americano: circa quattro intervistati su cinque giudicano inappropriato che figure politiche statunitensi sostengano movimenti separatisti in Alberta, mentre due su tre considerano le dichiarazioni di Donald Trump sul Canada un rischio da moderato a serio per l’unità nazionale.

La terza categoria è meno ideologica ma non meno insidiosa: gli “opportunisti economici”. Sono reti che usano intelligenza artificiale generativa, video, voci sintetiche o attori pagati per produrre contenuti politici apparentemente autentici, spesso pensati per massimizzare engagement e ricavi pubblicitari. Il rapporto parla di un modello ibrido, a metà fra manipolazione informativa e business dell’attenzione, capace di confondere il confine tra commento legittimo e propaganda inautentica.

Il contesto politico rende tutto più delicato. Una petizione promossa da un gruppo favorevole all’indipendenza avrebbe raccolto le firme necessarie per spingere verso un referendum, che potrebbe tenersi già in autunno. La data indicata dalla Bbc è il 19 ottobre. Ma il consenso alla secessione resta minoritario ed i sondaggi citati parlano di circa un quarto degli abitanti dell’Alberta favorevoli all’indipendenza.

Anche nell’ipotesi di una vittoria del fronte separatista, il percorso sarebbe tutt’altro che automatico. La legge canadese prevede criteri stringenti: una domanda referendaria chiara, una maggioranza “chiara” e il coinvolgimento della Camera dei Comuni. Solo dopo si aprirebbe una trattativa complessa con il governo federale sulle condizioni dell’eventuale separazione. Il tutto cercando di scongiurare che un dibattito interno venga trasformato in un moltiplicatore di sfiducia, radicalizzazione e instabilità.


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