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Da cosa nasce il (dis)equilibrio europeo tra Usa e Cina. Scrive Zeneli

Di Valbona Zeneli
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La sicurezza europea è sempre più legata alla Cina: commercio e investimenti generano squilibri, con oltre un quinto delle importazioni Ue da Pechino e un deficit sopra i 400 miliardi. Sussidi, sovraccapacità e restrizioni su materie prime espongono a vulnerabilità. L’analisi di Valbona Zeneli, nonresident senior fellow presso Europe Center dell’Atlantic Council

Le ambizioni globali della Cina, nel contesto di una rinnovata competizione tra grandi potenze, pongono sfide crescenti agli interessi strategici ed economici di Stati Uniti e Unione europea. Il coordinamento transatlantico, tuttavia, resta complesso, complicato dai diversi ritmi e modelli di adattamento perseguiti da Usa e dall’Ue in risposta all’emergere della Cina come rivale sistemico. Washington ha individuato nella Cina il principale rivale strategico, passando già dal 2017 dall’engagement al bilanciamento. Bruxelles, invece, si è ricalibrata più lentamente, con una risposta spesso disomogenea e segnata da esitazioni e incoerenze interne. Nel frattempo, la Cina ha rafforzato la propria presenza economica in Europa con obiettivi strategici chiari: acquisire tecnologie avanzate, influenzare le catene globali del valore e consolidare posizioni in settori critici, dalla manifattura occidentale alle infrastrutture nel sud Europa fino ai rapporti politico-economici nell’Europa centrale, orientale e nei Balcani, anche attraverso iniziative come il 14+1 e la Via della seta, con implicazioni strutturali per il Vecchio continente.

Il primo punto è economico: è in gioco la sicurezza europea. Sebbene commercio e investimenti con la Cina restino centrali, sono anche fonte di squilibri: oltre un quinto delle importazioni europee proviene da Pechino e il deficit supera i 400 miliardi di dollari. Sussidi, sovraccapacità e restrizioni su terre rare e input critici hanno esposto vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento, mentre il peso economico globale si è spostato a favore della Cina. La quota cinese nell’economia globale è salita al 20%, mentre quella dell’Ue è scesa al 14%. L’approccio europeo del de-risking, non decoupling ha introdotto nuovi strumenti, ma potrebbe non bastare a ridurre le dipendenze strategiche e contenere l’influenza cinese.

Il secondo punto riguarda la tecnologia, fulcro della competizione. La dipendenza europea da semiconduttori, 5G, IA e materie prime cinesi crea vulnerabilità strategiche, mentre Pechino rafforza la propria leva tramite standard, sussidi ed ecosistemi integrati. La risposta europea include il toolbox sul 5G, controlli alle esportazioni più stringenti e il coordinamento con gli Stati Uniti sulla governance tecnologica. Tuttavia, il ritmo e la portata dell’attuazione variano ampiamente tra gli Stati membri.

In terzo luogo, la sicurezza è colpita indirettamente, ma in modo significativo: la leva economica cinese condiziona decisioni, sanzioni e catene di approvvigionamento, rischi accentuati dal sostegno di Pechino alla Russia. Pur definita “rivale sistemico”, l’Ue ha adottato poche misure operative, limitandosi a rafforzare controlli, coordinamento Nato e presenza nell’Indo-Pacifico, con risposte divergenti tra Stati membri. In risposta, l’Ue è passata dall’engagement a una competizione cauta con la Cina. L’assertività di Pechino, le tensioni sui diritti umani, le fragilità emerse con il Covid-19 e l’allineamento della Cina con la Russia hanno consolidato questa svolta. Già nel 2019 Bruxelles aveva definito la Cina partner, concorrente e rivale sistemico. Inoltre, la rivalità Usa-Cina ha spinto Washington a chiedere maggiore allineamento europeo. Tuttavia, l’incertezza sull’impegno statunitense, dovuta alla polarizzazione interna, indebolisce il coordinamento transatlantico sulla Cina.

Nella politica verso la Cina, Stati Uniti e Ue mostrano convergenze, ma anche divergenze. Su commercio e investimenti condividono strumenti come screening, restrizioni sul lavoro forzato, diversificazione delle materie prime e sussidi ai semiconduttori. Divergono però su approccio commerciale e politica industriale: gli Usa sono più protezionistici e restrittivi verso la Cina. Sul piano tecnologico vi è convergenza su sicurezza e controlli, ma differenze su export control, 5G, IA e cyber-sicurezza. In ambito sicurezza, l’allineamento è ampio sulla natura della sfida cinese, ma persistono divergenze su Intelligence, Indo-Pacifico e gestione dei rischi nelle infrastrutture critiche.

Bruxelles persegue una strategia di de-risking per ridurre le vulnerabilità senza interrompere i legami economici, ma restano tre sfide strutturali. Primo, la frammentazione istituzionale e la divisione delle competenze tra Ue e Stati membri rallentano le decisioni e ne complicano l’attuazione, spesso in modo disomogeneo. Secondo, gli interessi nazionali divergono: le grandi economie bilanciano commercio e sicurezza, mentre altri Paesi privilegiano investimenti o diritti umani, rendendo difficile il consenso. Terzo, le pressioni interne generano incoerenze, tra esigenze di accesso al mercato e timori di dipendenza strategica. Per essere efficaci, le risposte politiche devono operare sia a livello nazionale sia multilaterale. L’assertività della Cina, le pratiche coercitive, la mancanza di reciprocità e l’allineamento con la Russia hanno avvicinato l’Europa agli Stati Uniti, rafforzando la necessità di un’unità transatlantica, pur in presenza di differenze. La questione centrale è come attuarla.

Innanzitutto, Washington e Bruxelles dovrebbero creare un coordinamento ad alto livello per la sicurezza economica, con iniziative su minerali critici, semiconduttori, screening degli investimenti e valutazioni condivise delle minacce. Ciò implica piattaforme comuni per il de-risking delle catene di approvvigionamento e maggiore convergenza su controlli alle esportazioni e regole sui sussidi. Inoltre, l’allineamento tecnologico è urgente. Serve rafforzare la cooperazione su export control, semiconduttori, IA, tecnologie quantistiche e beni dual-use, puntando su regole comuni ed enforcement. La leadership tecnologica Usa e il potere normativo europeo sono complementari, ma le divergenze su politica industriale e autonomia strategica vanno superate per evitare arbitraggi transatlantici.

Infine, il coordinamento sulla sicurezza va rafforzato: contrastare il sostegno cinese alla Russia, potenziare controspionaggio e cyber-difesa e allineare le strategie euro-atlantiche e indo-pacifiche. Washington e Bruxelles dovrebbero puntare su applicazione congiunta delle misure, risposte coordinate alle attività cinesi e un approccio condiviso all’Indo-Pacifico, incluso lo stretto di Taiwan. Se ben allineate, le economie di Usa e Ue possono plasmare standard globali, rafforzare le catene di approvvigionamento e contrastare la coercizione economica. Un coordinamento transatlantico più stretto consentirebbe di sostenere una strategia coerente e duratura verso la Cina, principale sfida geopolitica del XXI secolo.

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