La crisi in Medio Oriente e il blocco di Hormuz stanno ridefinendo gli equilibri monetari globali. L’apertura all’utilizzo dello yuan per le transazioni petrolifere conferisce agli UAE una leva negoziale con gli Stati Uniti e mette sotto ulteriore pressione il “petrodollaro”. L’analisi di Filippo Fabbri (geopolitica.info)
Donald Trump e il suo Secretary of Commerce Scott Bessent hanno espresso apertura all’attivazione di misure di sostegno della valuta e della liquidità emiratina, inclusa la creazione di una linea di swap valutario, qualora formalmente richieste. Nonostante le smentite ufficiali, sarebbe stato lo stesso governatore della Banca Centrale emiratina (Cbuae) a paventare l’ipotesi durante incontri ufficiali a Washington delle scorse settimane, segnalando la possibilità di ricorrere alla denominazione delle esportazioni petrolifere in yuan cinesi (Rmb) o in valute alternative, qualora il protrarsi del blocco dello Stretto di Hormuz o il rinnovarsi degli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche continuassero a comprimere le entrate in valuta estera. Per comprendere il reale significato dell’operazione negoziale effettuata dagli UAE, occorre analizzare il rischio effettivo a cui il paradigma del “petrodollaro” è esposto dall’attuale crisi in Medio Oriente.
La nascita del paradigma del “petrodollaro” risale all’accordo informale del 1974 tra Stati Uniti e Arabia Saudita. In cambio di forniture militari e garanzie securitarie, Riyadh si impegnava a prezzare le proprie esportazioni petrolifere in dollari, reinvestendo il surplus in asset denominati in dollari. L’accordo, cui vennero presto cooptate le altre monarchie del Golfo, ha permesso di consolidare il ruolo del dollaro come valuta del commercio globale. Inoltre, esso ha garantito una fonte stabile di domanda per i titoli del Tesoro statunitensi, con le monarchie del Golfo che si affermarono come la principale fonte di nuovi flussi di credito verso gli US, sostenendone la stabilizzazione macroeconomica.
Il petroldollaro oggi
Il surplus dei Paesi del Golfo è stato progressivamente riallocato verso asset alternativi ai titoli del Tesoro US. Oggi, ad esempio, gran parte del surplus saudita è gestito dal Saudi Arabia’s Public Investment Fund e destinato soprattutto a investimenti domestici e megaprogetti, con analoghe strategie di diversificazione del portafoglio condivisa dagli altri fondi sovrani del Golfo. Tuttavia, l’importanza della denominazione in dollari delle transazioni energetiche per l’egemonia del dollaro come valuta di scambio e di riserva globale è rimasta inalterata. Tale primato è sotto pressione a causa di una serie di dinamiche legate all’erosione dei pilastri del paradigma del “petrodollaro”. In questo contesto, alcune conseguenze dell’operazione Epic Fury rischiano di accentuare tali tendenze, intersecandosi con gli sforzi della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) volti a ridurre la dipendenza dal dollaro e mitigare l’esposizione a strumenti di coercizione geoeconomica statunitense.
Un fattore strutturale di indebolimento del “petroldollaro” è rappresentato dalla netta riduzione delle importazioni energetiche americane dal Golfo, conseguente allo sviluppo della fratturazione idraulica (fracking). L’espansione della produzione domestica ha reso gli Stati Uniti esportatori netti di energia dal 2019. Oggi, circa l’80% dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz è diretto verso l’Asia, includendo una quota pari al 45-50% delle importazioni petrolifere della Rpc prima della crisi. Per tale ragione, Pechino ha intensificato gli sforzi per promuovere meccanismi di regolamento alternativi al dollaro e rafforzare l’integrazione finanziaria con i Paesi del Golfo. Ciò include la promozione del Cips come infrastruttura di pagamento in Rmb alternativa allo Swift americano e l’incentivazione della denominazione in yuan delle importazioni energetiche dal Golfo.
La diversificazione strategica dei Paesi del Golfo
A partire dal primo mandato Trump, le monarchie del Golfo si sono mostrate disposte a differenziare le proprie forme di partenariato strategico, promuovendo una riduzione dell’esposizione al dollaro e un rafforzamento dell’integrazione economica e finanziaria con la Rpc. La Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti (Cbuae) figura tra i partner fondatori del progetto mBridge della Bank for International Settlements (Bis), volto a utilizzare le valute digitali delle banche centrali partecipanti per regolamenti transfrontalieri al di fuori della rete Swift. Tuttavia, il disimpegno della Bis nel 2024 rischia di favorirne un’evoluzione a trazione cinese. L’Arabia Saudita ha aderito al progetto nello stesso anno. Già nel 2023, la Banca Centrale Saudita aveva sottoscritto un accordo di swap valutario con la Banca Popolare Cinese (Pboc) per il valore di 50 miliardi di yuan (6,93 miliardi di dollari), seguita pochi giorni dopo dal rinnovo dell’accordo di swap tra la Pboc e la Cbuae.
Tale strategia è determinata dalla progressiva erosione dei due pilastri del paradigma del “petrodollaro”. Infatti, non solo si sono ridotti gli scambi energetici tra paesi del Golfo, ma si è anche indebolita la credibilità della garanzia securitaria statunitense, a partire dalla risposta americana percepita come insufficiente agli attacchi contro infrastrutture energetiche saudite del 2019. Il via libera di Trump agli attacchi contro l’Iran senza previo coordinamento con gli alleati e nonostante la nota vulnerabilità delle infrastrutture energetiche regionali a potenziali ritorsioni iraniane, ha confermato le preoccupazioni dei Paesi del Golfo, già acuite dal raid israeliano in Qatar del settembre 2025.
Il blocco di Hormuz aumenta le minacce al “petrodollaro”
In tale contesto, il paradigma del “petroldollaro” è stato ulteriormente messo sotto pressione dalla minaccia iraniana di introdurre un sistema di pedaggio in yuan per il transito nello Stretto di Hormuz. Teheran appare consapevole del potenziale impatto che la paralisi del commercio petrolifero internazionale in dollari e l’aumento delle transazioni denominate in yuan possono avere sul ruolo internazionale del dollaro. Tali dinamiche contribuiscono inoltre a chiarire ulteriori aspetti della logica alla base del blocco navale globale imposto dagli US alle petrolifere attive nel commercio di greggio iraniano.
Sebbene tali minacce evidenzino crescenti pressioni sul paradigma del petroldollaro, nel contesto attuale non configurano di per sé un rischio sistemico per la posizione del dollaro come valuta dominante nel commercio globale, alla luce della profondità, ampiezza e liquidità dei mercati finanziari statunitensi e dell’apertura del conto capitale. Tuttavia, gli Uae sono consapevoli che un’eventuale generalizzazione della denominazione in yuan alle transazioni commerciali dei Paesi del Golfo costituirebbe un reale rischio per il ruolo internazionale del dollaro. Un’erosione significativa del ruolo del dollaro nella regolazione delle transazioni energetiche dal Golfo potrebbe contribuire a una riduzione del suo ruolo egemonico e aprire le porte a un “multipolarismo valutario” nel commercio globale, con implicazioni sulla capacità degli Stati Uniti di esercitare leve di coercizione geoeconomica. Proprio la consapevolezza di questo rischio ha ampliato il margine di manovra negoziale dei Paesi del Golfo nei confronti degli US, configurando una vulnerabilità geoeconomica aggiuntiva per Washington. Per tale motivo gli Uae, nonostante le grandi riserve di valuta estera a disposizione, hanno scelto di usare la crescente connettività finanziaria in Rmb come strumento di coercizione economica e statecraft finanziario contro gli Stati Uniti, ottenendo concessioni dall’amministrazione Trump.
















