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L’Iran ha un posto nel G2. Araghchi va a Pechino predicendo l’arrivo di Trump

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La visita di Abbas Araghchi in Cina anticipa il confronto tra Donald Trump e Xi Jinping, con Washington che chiede a Pechino di usare la propria leva su Teheran. Il dossier iraniano emerge come banco di prova della competizione tra le due potenze, tra interdipendenza tattica e rivalità strategica

Annunciata in mattinata, a pochi giorni dal tour che lo aveva portato a Mosca, la visita a Pechino del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, arriva in un momento di crescente pressione su Teheran e di ridefinizione degli equilibri tra le grandi potenze. Formalmente, i colloqui con il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, sono dedicati alle relazioni bilaterali e agli sviluppi regionali. Nella sostanza, rappresentano un passaggio preparatorio a un confronto più ampio tra Washington e Pechino, atteso nelle prossime settimane con un possibile summit tra Donald Trump e Xi Jinping – i leader del G2, che si vedranno il 15 maggio.

Il viaggio di Araghchi si inserisce in una fase in cui i negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran mostrano segnali limitati di progresso (anche legati a faglie strutturali del mediatore, il Pakistan), mentre le tensioni nel Golfo continuano a incidere sui mercati energetici globali. Le recenti dichiarazioni dello speaker del Parlamento iraniano sulla “insostenibilità” dello status quo nello Stretto di Hormuz, unite alla decisione irachena di abbassare i prezzi del greggio per incentivare rotte alternative, segnalano un contesto di crescente instabilità operativa, che segue le mosse emiratine per l’uscita dall’Opec. Emirati che sono tornati ieri nel mirino iraniano, con attacchi – a cui hanno risposto le difese aeree di Abu Dhabi – che si legano a una postura diversa della Repubblica Islamica nei confronti degli Uae – “Gli Emirati Arabi Uniti sono stati trattati come un partecipante attivo nella pressione post-cessate il fuoco sull’Iran”, spiega Nicole Grajewski di SciencesPo.

Ma dietro agli attacchi delle ultime ore, potrebbe esserci anche una consapevolezza: l’Iran potrebbe essere convinto che può stressare il tavolo negoziale, perché Trump non intende arrivare a Pechino con la guerra aperta – un inequivocabile segnale di debolezza che si somma ad altre debolezze che intaccano il consenso sia interno che internazionale.

Per Pechino, la partita non è meno complessa. L’Iran è un asset strategico, e la militarizzazione del suo dossier è un problema. Negli ultimi anni, la Cina ha trasformato la relazione con Teheran in un gancio della propria architettura mediorientale: energia a basso costo, resilienza alle sanzioni e capacità di proiezione indiretta attraverso reti di milizie. Il partenariato venticinquennale firmato nel 2021 ha consolidato questa narrazione,  rendendo contemporaneamente l’economia iraniana sempre più dipendente dai flussi finanziari e tecnologici cinesi.

È in questo quadro che la visita di Araghchi assume un significato ampio. Le difficoltà interne del regime iraniano — pressione economica, svalutazione della valuta, erosione della deterrenza militare dopo le operazioni israeliane e americane — pongono Pechino davanti a un dilemma: sostenere un junior partner indebolito o accettare una riduzione della propria leva nella regione.

Probabilmente sarà la prima opzione, con tutte le variabili del caso (in generale, un disimpegno generalizzato dal destino di Teheran), anche perché l’apertura del conflitto da parte di Trump ha trasformato la leva in qualcosa che va oltre il contesto regionale. Un esempio: ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sollecitato Pechino a utilizzare la propria influenza su Teheran per contribuire alla de-escalation. La richiesta riflette una valutazione pragmatica: la Cina, in quanto principale acquirente del petrolio iraniano e partner economico dominante, dispone di strumenti di pressione che Washington non può esercitare direttamente. E Trump prima di visitare Pechino è costretto a chiedere un aiuto a Xi.

Questa dinamica introduce un elemento di interdipendenza competitiva. Da un lato, gli Stati Uniti mirano a contenere l’Iran e ridurre la sua capacità destabilizzante; dall’altro, riconoscono implicitamente che il successo di questa strategia passa anche attraverso la cooperazione — o almeno la non opposizione — cinese. Per Pechino, accettare un ruolo attivo significherebbe muovere le leve di un attore che, finora, ha funzionato anche come fattore di logoramento per gli interessi americani nella regione.

Il risultato è un delicato gioco di equilibri. La Cina beneficia di un Iran capace di esercitare pressione asimmetrica sugli Stati Uniti, ma rischia di perdere un partner chiave se il regime dovesse indebolirsi ulteriormente. Gli Stati Uniti, al contrario, cercano di smantellare questa architettura, ma devono al tempo stesso coinvolgere Pechino per evitare un’escalation incontrollata.

In questo contesto, la visita di Araghchi a Pechino appare meno come un episodio diplomatico isolato e più come un tassello di una negoziazione indiretta tra le due principali potenze globali. Il dossier iraniano si sta progressivamente trasformando in un importante banco di prova per il rapporto tra Washington e Pechino, anticipando i temi che potrebbero emergere in un eventuale incontro tra Trump e Xi.


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