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Minsk torna a parlare apertamente di guerra. Ma potrebbe essere un “trucco”

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Lukashenko evoca apertamente la possibilità di un conflitto, mentre la Bielorussia intensifica esercitazioni, mobilitazione e investimenti militari. Sullo sfondo il tentativo russo di usare la pressione militare come leva negoziale verso Kyiv e l’Occidente

Le forze armate di Minsk devono essere pronte in caso di conflitto. Parola del dittatore bielorusso Aleksandr Lukashenko, che in occasione di un incontro con il ministro della Difesa Viktor Khrenin ha rilasciato alcune dichiarazioni riportate dall’agenzia statale BelTa. “Mobiliteremo alcune unità in modo selettivo per prepararle alla guerra”, ha detto Lukashenko, aggiungendo poi in tono enfatico che “Se Dio vorrà, si potrà evitare [il conflitto ndr]”. Un tono retorico coerente con la narrazione della “non-responsabilità” già ampiamente utilizzata dal Cremlino, che accusa l’occidente di essere il responsabile del conflitto che da quattro anni si protrae in Ucraina.

Le dichiarazioni dell’autocrate che da più di trent’anni guida la Russia Bianca non arrivano ex abrupto. L’apparato militare di Minsk sta infatti portando avanti un ampio sforzo di modernizzazione militare, con una particolare attenzione dedicata alla prontezza al combattimento, ai sistemi di guerra elettronica, ai droni e alla capacità di mobilitazione. Oltre 6.000 riservisti e membri del personale hanno preso parte alle recenti ispezioni ed esercitazioni condotte dal Ministero della Difesa bielorusso e dallo Stato Maggiore, occasioni che sono servite a valutare la prontezza delle truppe, la logistica e le procedure di mobilitazione.

Inoltre, il giorno precedente alle dichiarazioni Lukashenko ha presieduto una riunione separata sul programma statale di armamento della Bielorussia per il periodo 2026-2030, durante la quale i funzionari hanno discusso dei futuri appalti militari e della spesa per la difesa. Nel corso di tale riunione, Lukashenko ha affermato che la Bielorussia deve preparare armi e sistemi militari adatti al proprio territorio e alle proprie condizioni operative, sottolineando al contempo il ruolo della guerra elettronica e dei sistemi aerei senza pilota nella guerra moderna.

Dall’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, la Bielorussia si è confermata un partner fondamentale per il Cremlino, consentendo alle forze russe di utilizzare il proprio territorio per operazioni, addestramento e dispiegamenti militari. Un briefing preparato per il congresso americano ad inizio anno sottolinea come il Paese sia diventato un hub di pre-posizionamento, piattaforma di attacco e avamposto per la deterrenza nucleare russa, con implicazioni che non si limitano al solo conflitto in Ucraina ma in generale alla postura militare russa rispetto all’Europa orientale e all’Alleanza Atlantica.

Tuttavia, l’esercito bielorusso non è mai entrato ufficialmente nei combattimenti. Come leggere allora le parole di Lukashenko? Forse come strumento di pressione. Queste parole arrivano quasi in concomitanza con l’(apparente) apertura di Vladimir Putin ad un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, accompagnata dall’affermazione sulla vicinanza della fine della guerra. Paventare l’escalation è da sempre una delle mosse presenti nel manuale di diplomazia del Cremlino, e implicare, seppur in maniera molto remota, un possibile allargamento del conflitto alla Bielorussia potrebbe essere un tentativo di convincere la controparte a cercare più rapidamente una soluzione negoziale. Che, nonostante gli ultimi sviluppi, al momento rimane ancora lontana.


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