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Come liberarsi del ricatto degli estremisti e dei filo-russi. La versione di Parsi

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Le nuove parole di Giuseppe Conte su Russia e riarmo riaprono la frattura nel campo largo. A Formiche.net il politologo Vittorio Emanuele Parsi spiega perché la politica estera rappresenti il vero nodo irrisolto del centrosinistra e mette a confronto le ambiguità dell’opposizione con la maggiore compattezza del centrodestra sui dossier internazionali

Con Mosca ancora nel cuore. Nel campo largo la politica estera continua a rappresentare la faglia più profonda. Le ultime dichiarazioni di Giuseppe Conte sul riarmo e sulla Russia hanno riacceso uno scontro che attraversa da tempo il centrosinistra e che investe direttamente la leadership dem di Elly Schlein, chiamata a sciogliere il nodo della linea internazionale della coalizione. Mentre il dibattito si concentra sulle possibili alleanze, resta infatti aperta una questione più sostanziale: quale postura dovrà assumere il fronte progressista sui grandi dossier geopolitici, dall’Ucraina alla Nato, fino alla sicurezza europea. Per Vittorio Emanuele Parsi, politologo e professore di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano, il problema è ormai politico prima ancora che elettorale. Un tema che affronta anche nel suo ultimo libro, Contro gli imperi (Bompiani), approdato in libreria. A Formiche.net Parsi analizza le tensioni nel centrosinistra, le ambiguità sulla Russia e il diverso approccio del centrodestra sui temi della politica estera.

Professore, le parole di Giuseppe Conte sul riarmo e sulla Russia hanno riaperto il dibattito nel campo largo. Che lettura ne dà?

La politica estera è un problema enorme per il centrosinistra. O Conte non sa di cosa parla, oppure lo sa benissimo e rilancia consapevolmente determinate posizioni. In ogni caso, oggi manca una linea condivisa sul tema più importante del momento. E questo non è un dettaglio.

È una frattura che riguarda direttamente il rapporto tra Pd, Movimento 5 Stelle e Avs?

Assolutamente sì. Il problema non è se si possa allargare l’alleanza a Calenda o a Renzi. La questione è capire se Conte preferisca costruire un asse con Avs e Potere al Popolo. È Elly Schlein che deve decidere cosa vuole fare del Partito democratico.

Anche perché la politica estera rischia di diventare un elemento identitario della coalizione.

Esatto. E ci sono anche segnali politici che parlano da soli. Schlein, ad esempio, non ha mai messo piede a Kyiv. È un’assenza che assume inevitabilmente un significato politico.

Lei sostiene che gli elettori abbiano diritto a maggiore chiarezza. È così?

Ma certo: gli elettori devono sapere dove si colloca il fronte progressista. Devono poter capire quale sia la linea sulla Russia, sull’Ucraina, sulla Nato e sulla sicurezza europea. Solo così possono scegliere consapevolmente chi votare e chi non votare. Quali sono le linee della coalizione, dei partiti. Al momento, in particolare a sinistra, le ambiguità si sprecano.

Perché, in questo momento storico, le frasi di Conte sulla Russia sono il vero spartiacque?

Non è ammissibile immaginare una forza politica con ambizioni di governo che non riconosca la pericolosità della Russia. Conte è arrivato persino a distorcere una dichiarazione della Nato per sostenere che Mosca non rappresenterebbe una minaccia. È una posizione molto seria, che il Pd continua a non affrontare davvero, sperando di spostare la questione oltre le elezioni e di affrontarla una volta conquistato il governo. Una follia.

Sta dicendo che il Pd sta rinviando il problema?

Ribadisco, ho l’impressione che il Partito democratico stia chiudendo gli occhi, sperando che queste questioni esplodano soltanto dopo le elezioni. Ma non funziona così. Se Meloni non fa la sciocchezza di imbarcare il generale, i filorussi presenti nel centrodestra pesano circa il 5%; Conte, invece, è accreditato di un consenso almeno tre volte superiore. È evidente che il tema non possa essere ignorato.

Nel centrodestra, invece, la situazione appare più lineare?

È più tranquilla sul piano della politica estera. Salvini continua a essere ambiguo e credo provi nostalgia dei tempi del governo con Conte (l’amore per Putin è condiviso), ma non sarà lui ad assumere la leadership della coalizione. Meloni, con tutti i suoi limiti, finora ha mantenuto una linea coerente. E Guido Crosetto, a mio giudizio, è il miglior ministro di questa Repubblica: sulla Difesa ha sempre espresso una posizione chiara.

Nel dibattito pubblico si parla spesso del possibile ruolo destabilizzante di Roberto Vannacci nel centrodestra. Lei guarda altrove.

Sì, perché tutti parlano di Vannacci, ma chiunque abbia davvero a cuore il bene dell’Italia dovrebbe augurarsi che Alessandro Di Battista diventi l’alter ego di Vannacci. In questo modo gli estremismi finirebbero per auto-escludersi dalla prossima coalizione di governo.

Qual è allora la soluzione che immagina?

La verità è che un pareggio consentirebbe di liberarsi del ricatto degli estremisti e dei filo-russi. Io sono favorevole a una grande coalizione di forze responsabili, capace di isolare gli estremi, se non si è in grado di costruire alternative più solide.

Intanto è tornato anche il dibattito sulla legge elettorale. È il momento giusto per cambiarla?

No. Sono contrario. Nessuno ha mai vinto o perso le elezioni per la legge elettorale. Continuare a cambiarla a ogni legislatura nella speranza di ottenere un vantaggio politico è un errore. Benché oggi nelle democrazie parlamentari occidentali sia difficile vincere due elezioni consecutive.

Quindi il centrodestra non avrebbe bisogno di modifiche?

A Giorgia Meloni, paradossalmente, basta il campo largo così com’è per avere concrete possibilità di vincere. Non è la legge elettorale il vero problema della politica italiana.


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