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Lo spazio diventa politica industriale. La scommessa strategica del governo

Di Alberto Cossu  
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Con il Libro Bianco Made in Italy 2030 il governo segna un cambio di paradigma: il settore spaziale non è più considerato soltanto un comparto ad alta tecnologia o un ambito di eccellenza scientifica, ma una leva strategica per rafforzare la competitività del Paese, sostenere l’innovazione e accrescere l’autonomia tecnologica nazionale. Il commento di Alberto Cossu

Per la prima volta lo spazio entra ufficialmente tra i pilastri della politica industriale italiana. La scelta compiuta dal Governo con il Libro Bianco Made in Italy 2030 segna un cambio di paradigma: il settore spaziale non è più considerato soltanto un comparto ad alta tecnologia o un ambito di eccellenza scientifica, ma una leva strategica per rafforzare la competitività del Paese, sostenere l’innovazione e accrescere l’autonomia tecnologica nazionale.

La decisione è accompagnata da un impegno finanziario di circa 7,8 miliardi di euro entro il 2028, tra risorse economiche destinate all’Agenzia Spaziale Europea, all’Agenzia Spaziale Italiana e fondi nazionali, compresi quelli del Pnrr. Si tratta di uno dei più consistenti investimenti pubblici mai realizzati dall’Italia nel settore aerospaziale. Ridurre questa scelta a un semplice sostegno a un comparto industriale sarebbe però fuorviante. Il significato politico ed economico è molto più ampio.

Negli ultimi anni la politica industriale è tornata al centro delle strategie delle principali economie mondiali. La pandemia, la guerra in Ucraina e la crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina hanno mostrato i limiti di un modello fondato esclusivamente sulla globalizzazione delle catene del valore. Oggi le grandi potenze puntano a rafforzare le proprie capacità produttive nei settori ritenuti strategici, riducendo le dipendenze esterne e investendo nelle tecnologie che determineranno la competitività dei prossimi decenni.

Gli Stati Uniti hanno inaugurato questa stagione con il Chips and Science Act e l’Inflation Reduction Act. La Cina continua a perseguire una strategia di lungo periodo orientata alla sovranità tecnologica. Anche l’Unione europea, attraverso i rapporti Letta e Draghi, ha riconosciuto la necessità di rilanciare una politica industriale capace di coniugare crescita, innovazione e sicurezza economica. In questo contesto si inserisce la scelta italiana di attribuire allo spazio una funzione strategica.

La vera novità consiste nel modo in cui viene interpretato il settore spaziale. Non più un comparto verticale, ma un’infrastruttura abilitante dell’intero sistema economico. Oggi telecomunicazioni, navigazione satellitare, monitoraggio ambientale, logistica, reti energetiche, agricoltura di precisione, servizi finanziari e difesa dipendono in misura crescente da infrastrutture spaziali. L’economia digitale e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale richiedono dati, connettività e capacità di osservazione della Terra che soltanto i sistemi satellitari possono garantire su scala globale.

È questa consapevolezza che giustifica gli investimenti pubblici. Le risorse stanziate non finanziano soltanto satelliti o missioni spaziali, ma la costruzione di un ecosistema industriale. Il rafforzamento della partecipazione italiana all’Esa, il sostegno all’Asi, la realizzazione delle nuove Space Factory e gli investimenti destinati alle piccole e medie imprese mirano a consolidare un’intera filiera produttiva, favorendo il trasferimento tecnologico, la nascita di startup innovative e la crescita di competenze ad alto valore aggiunto.

L’Italia dispone già di una base industriale di primo piano. È il terzo contributore dell’Agenzia Spaziale Europea e può contare su grandi gruppi come Leonardo, Thales Alenia Space e Telespazio, affiancati da una rete di imprese altamente specializzate e da centri di ricerca di eccellenza. La sfida, tuttavia, non consiste soltanto nel preservare questo patrimonio, ma nel trasformarlo in un vantaggio competitivo duraturo.

La politica industriale del XXI secolo, infatti, non si limita a sostenere singoli settori produttivi. Costruisce le infrastrutture che rendono possibile l’innovazione negli altri comparti. Nel Novecento erano l’acciaio, l’energia, le reti ferroviarie e i porti a rappresentare le fondamenta dello sviluppo economico. Oggi questo ruolo è svolto da semiconduttori, capacità computazionale, reti digitali, intelligenza artificiale e infrastrutture spaziali. Lo spazio entra così a far parte di quell’insieme di tecnologie che determinano la capacità di un Paese di competere nell’economia globale.

Per l’Italia questa scelta assume anche una valenza geopolitica. La posizione al centro del Mediterraneo, la crescente importanza dei corridoi energetici e digitali, il Piano Mattei e il progetto Imec richiedono strumenti avanzati di osservazione, telecomunicazione e monitoraggio. La politica spaziale diventa quindi un elemento della proiezione economica internazionale del Paese, oltre che della sua sicurezza economica.

La decisione del Governo rappresenta dunque molto più di un investimento nell’aerospazio. È il riconoscimento che la competizione internazionale si gioca sempre meno sulla disponibilità di risorse materiali e sempre più sul controllo delle infrastrutture tecnologiche. La vera sfida inizierà adesso: trasformare gli ingenti stanziamenti pubblici in un ecosistema capace di generare innovazione, attrarre investimenti, sviluppare nuove competenze e rafforzare il ruolo dell’Italia nelle filiere strategiche del XXI secolo.


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