L’attacco all’America è apparso come uno spartiacque della storia. Con le Torri gemelle è andato in fumo anche l’ottimismo di Fukuyama, che dopo la vittoria degli Usa nella Guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica aveva teorizzato la fine della storia. Combatterlo è apparso subito un’impresa destinata a richiedere non solo un’offensiva militare contro gli autori dell’attacco, ma anche un ripensamento del delicato equilibrio tra sicurezza e libertà. L’analisi del giornalista Claudio Pagliara
“It was a beautiful day”. Tutti i testimoni ricordano che era cominciato con questa sensazione, quel giorno, l’11 settembre 2001. New York si era svegliata sotto un cielo di un blu intenso. La temperatura era mite, l’aria limpida: tutto lasciava presagire una splendida giornata di fine estate. Sembrava quasi che la natura avesse preparato il più crudele degli inganni. Alle 8:46 un rombo lugubre, seguito da uno schianto spaventoso – quello del primo aereo dirottato contro la Torre nord del World trade center – ha segnato l’inizio di una sequenza che nessun regista dell’apocalisse aveva mai immaginato.
Diciassette minuti dopo, con le telecamere ormai puntate sulla prima torre in fiamme, un secondo aereo si è schiantato nella Torre sud, come un coltello nel burro. In rapida successione, un terzo aereo di linea colpì il Pentagono. Un quarto, diretto a Washington, si schiantò in Pennsylvania per la ribellione degli eroici passeggeri, che decisero di affrontare i dirottatori. Di fronte al mondo sotto choc, una dopo l’altra, le torri sono crollate, seppellendo gli impiegati in fuga e i pompieri venuti a soccorrerli. Tremila morti, compresi passeggeri e gli equipaggi degli aerei dirottati, i cui nomi oggi sono incisi sulla balaustra delle due piscine che occupano l’area esatta dove sorgevano le torri. L’attacco all’America è apparso subito come uno spartiacque della storia.
Con le Torri gemelle è andato in fumo anche l’ottimismo di Francis Fukuyama, che appena un decennio prima, dopo la vittoria degli Stati Uniti nella Guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, aveva teorizzato addirittura la fine della storia: il definitivo prevalere delle democrazie liberali sui loro antagonisti ideologici. Un nemico fino ad allora sottovalutato si manifestava in tutta la sua ferocia: il jihadismo di al Qaeda, che sotto la guida di Osama bin Laden era riuscito a sferrare un colpo potenzialmente mortale all’occidente. Combatterlo è apparso subito un’impresa titanica, destinata a richiedere non solo un’offensiva militare contro gli autori dell’attacco, protetti dal regime oscurantista dei talebani in Afghanistan, ma anche un ripensamento del delicato equilibrio tra sicurezza e libertà.
A venticinque anni di distanza, le conseguenze di quell’attacco sono sotto gli occhi di tutti, mentre il bilancio della guerra al terrorismo resta un foglio sul quale luci e ombre continuano a contendersi lo spazio. Le misure di sicurezza sono aumentate enormemente, non solo negli aeroporti. Gli Stati Uniti – e, in misura diversa, molti altri Paesi occidentali – hanno rafforzato gli strumenti di sorveglianza sulle comunicazioni digitali, sacrificando una parte della privacy dei cittadini. La collaborazione tra i servizi di Intelligence si è intensificata e, nella lotta al terrorismo, si è fatto ricorso con maggiore frequenza a strumenti straordinari, come la detenzione preventiva dei sospetti. Osama bin Laden è stato eliminato. Al Qaeda è stata fortemente ridimensionata. Ma la guerra più lunga della storia americana, quella in Afghanistan, si è conclusa cinque anni fa, dopo un pesantissimo tributo di sangue e duemila miliardi di dollari spesi, con un’ingloriosa ritirata, il ritorno dei talebani a Kabul e milioni di donne nuovamente imprigionate sotto il burqa.
Il sogno americano di esportare la democrazia è naufragato anche in Iraq, dove il caos seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein ha favorito la nascita dello Stato islamico. E non si può parlare oggi dell’11 settembre senza ricordare il 7 ottobre 2023, “la peggiore atrocità commessa contro il popolo ebraico in un solo giorno dalla Shoah”, per usare le parole del presidente Joe Biden. Né si può dimenticare la lunga sequenza di attentati jihadisti compiuti dai cosiddetti “lupi solitari”, che hanno insanguinato le strade d’Europa e di altre parti del mondo. Il quarto di secolo si chiude con una constatazione amara.
Se l’11 settembre provocò un’ondata pressoché universale di solidarietà nei confronti degli Stati Uniti, lo stesso non è accaduto dopo il 7 ottobre, quando non sono mancati tentativi di minimizzare le atrocità compiute da Hamas ancor prima che la reazione militare israeliana producesse il suo drammatico bilancio di vittime. Lo stesso schema si ritrova, talvolta, nei tentativi di attribuire gli attentati dei cosiddetti lupi solitari esclusivamente a fragilità personali, trascurando il ruolo della propaganda jihadista. Ed è doloroso constatare che il principio, sacrosanto, secondo cui il terrorismo non è mai giustificabile sembri oggi meno saldo di quanto fosse venticinque anni fa.
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