La febbre da Ipo è sempre alta tra le società cinesi che vogliono portare gli umanoidi in Borsa. Eppure a Pechino continuano a pensare che sia molto meglio ostacolare lo sbarco sui listini, piuttosto che incentivarlo
La storia è sempre la stessa, da una parte si rivendica la supremazia della robotica formato AI, dall’altra si fa di tutto per rendere la vita più difficile a tutte quelle startup che vogliono portare gli umanoidi in Borsa. In Cina l’Intelligenza Artificiale continua a essere una gigantesca contraddizione. A un mese esatto dal debutto record di Unitree, l’unicorno cinese della robotica che ha guadagnato sui listini il 460% in più del suo valore originario al momento dell’approdo in Borsa, Pechino torna a fare i conti con i fantasmi di un’AI fuori controllo, ingovernabile, anche per il partito comunista stesso.
L’autorità di regolamentazione del mercato mobiliare cinese, infatti, sta cercando in tutti i modi di inasprire i requisiti per le startup di robot umanoidi che mirano alla quotazione in borsa. Per il momento si tratterebbe di linee guida informali, le quali stabiliscono che i richiedenti la quotazione in borsa devono dimostrare di avere ricavi e ordini commerciali stabili, di poter ridurre le perdite e possedere tecnologie chiave, come un cervello o delle mani robotiche. Per l’universo della robotica cinese si tratta comunque di un bel problema.
Almeno una ventina di aziende operanti nel settore dei robot umanoidi e dell’Intelligenza Artificiale incarnata hanno infatti presentato domanda di quotazione a Hong Kong e molte di esse sono ancora in attesa del disco verde. Ora, in Cina operano oltre 100 aziende nel settore dei robot umanoidi. Non a caso, gli investimenti nel settore hanno raggiunto i 47 miliardi di yuan, pari a 6,95 miliardi di dollari, nel secondo trimestre. Si tratta di una cifra più che doppia rispetto al primo trimestre e oltre sei volte superiore a quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente.
Unitree da sola ha raccolto circa 6,1 miliardi di yuan durante la sua Ipo a Shanghai il 19 agosto. Nel suo primo giorno di negoziazione, le sue azioni, come detto, sono aumentate di oltre il 460% chiudendo a 845 yuan, ma lunedì il loro prezzo si era quasi dimezzato a 459,65 yuan. Le azioni di Ubtech, quotata a Hong Kong, hanno perso oltre il 40% dall’inizio dell’anno, mentre la perdita operativa della società per il primo semestre è ammontata a 279 milioni di yuan.
Le avvisaglie di una Cina in stato confusionale si erano comunque già manifestate fin dalla scorsa estate, quando il segnale politico era arrivato dall’alto, con il vicepremier cinese He Lifeng ha chiesto ai principali datori di lavoro del Paese, gruppi tecnologici, banche, case automobilistiche e altre grandi imprese, di valutare quale impatto l’IA avrebbe potuto avere sui loro organici. Alcune aziende hanno risposto che la nuova tecnologia avrebbe potuto creare nuove mansioni nei prossimi anni, ma anche cancellare, una volta pienamente applicata, il 30% o più dei ruoli esistenti.
Ora, da quel confronto è maturata una linea che oggi sta prendendo forma attraverso direttive amministrative, casi giudiziari e orientamenti dei governi locali: le aziende possono innovare, ma non possono usare l’automazione come giustificazione automatica per ridurre il personale. Alla fine dello scorso anno, il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale cinese ha avvertito in particolare le imprese tecnologiche, dove la forza lavoro è più giovane, di non procedere a licenziamenti legati all’introduzione dell’IA. Alle aziende viene chiesto di spiegare i tagli e, in alcuni casi, di dimostrare che non siano semplicemente il risultato della sostituzione dei lavoratori con sistemi automatici.
















