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Intelligence, come trasformare l’incertezza in capacità di preparazione

Di Michela Chioso
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Dai megatrend ai segnali deboli, dalle wild card alla protezione delle infrastrutture energetiche: la seconda giornata della VI Università d’Estate sull’Intelligence ha messo al centro la capacità di anticipare il cambiamento e trasformare la conoscenza in decisione, rafforzando il rapporto tra intelligence, istituzioni, Difesa e sistema produttivo

Il futuro è l’unico spazio che non possiamo conoscere e, proprio per questo, è quello sul quale l’Intelligence deve imparare ad agire prima. È il paradosso attorno al quale si è sviluppata la seconda giornata della VI Università d’Estate sull’Intelligence. Una giornata apparentemente divisa tra due temi – gli studi sul futuro e l’energia – ma attraversata in realtà da una sola domanda: come può un sistema-Paese trasformare l’incertezza in capacità di preparazione? La risposta emersa dal confronto è netta: non attraverso la pretesa di prevedere ciò che accadrà, ma costruendo gli strumenti per riconoscere per tempo i cambiamenti, comprendere le alternative, individuare le vulnerabilità e mettere il decisore nelle condizioni di scegliere.

È, in fondo, una diversa idea di Intelligence: non soltanto capacità di conoscere ciò che accade, ma capacità di arrivare prima.

Il futuro non è profezia

Ad aprire la riflessione è stato il generale Alessandro Ferrara, riportando il tema della “passione del futuro” entro il perimetro proprio dell’Intelligence: quello del rapporto tra conoscenza, analisi e decisione. Il futuro, ha ricordato, non è un oggetto esistente che l’analista possa semplicemente osservare. È un insieme di possibilità rispetto alle quali occorre costruire ipotesi, valutarne la fattibilità e comprenderne le conseguenze. Una distinzione tutt’altro che teorica. L’Intelligence non produce il futuro e non compete al suo analista decidere quale futuro debba realizzarsi. Il compito è piuttosto quello di esplorare le diverse linee evolutive e fornire al decisore una rappresentazione ampia e rigorosa delle alternative. Come è stato sottolineato nel confronto conclusivo, lavorare sul futuro significa proprio individuare tra gli scenari possibili quelli maggiormente coerenti con l’immagine di futuro che il decisore intende perseguire. In questo rapporto si definisce una delle funzioni più delicate dell’Intelligence democratica: informare la decisione senza sostituirsi alla decisione.

È anche per questo che gli studi sul futuro non possono essere confusi con la previsione in senso deterministico. L’intervento di Roberto Paura, Presidente della Fondazione IIF-Italian Institute for the Future, ha insistito sui limiti delle estrapolazioni lineari e sulla necessità di considerare il futuro come spazio di alternative. Le tendenze possono indicare una direzione, ma non garantiscono che quella direzione venga percorsa: il cambiamento interviene quando mutano le condizioni che avevano prodotto quella tendenza.
La conseguenza metodologica è decisiva: l’analista deve smettere di chiedersi soltanto che cosa accadrà e interrogarsi su che cosa potrebbe accadere, quali condizioni potrebbero produrlo e quali segnali consentano di riconoscerlo prima.

Megatrend, segnali deboli, wild card 

È qui che entrano in gioco gli strumenti degli studi previsionali. I megatrend consentono di osservare trasformazioni di lungo periodo secondo una prospettiva multidimensionale, mettendo in relazione società, tecnologia, economia, ambiente e politica. La loro rilevanza deriva dalla persistenza nel tempo e, ancor più, dalla capacità di interagire tra loro e produrre effetti che attraversano più domini. Ma proprio perché il cambiamento strategico raramente si presenta sotto forma di evento evidente, diventa essenziale la capacità di intercettare i segnali deboli. Un segnale debole non coincide con una notizia marginale. È un’informazione ancora poco consolidata, che può assumere rilevanza strategica quando viene collegata ad altri elementi e interpretata come possibile indicatore di una trasformazione più ampia. La sua difficoltà consiste proprio nella distinzione dal rumore: deve essere sufficientemente nuovo, strategicamente rilevante e potenzialmente capace di perturbare l’ambiente di riferimento. Per l’Intelligence questo significa una cosa molto concreta: quando un fenomeno è diventato evidente per tutti, una parte del vantaggio informativo è già stata persa. L’obiettivo è arrivare prima della notizia, prima che il segnale diventi trend, prima che il trend diventi crisi.

Ancora più complessa è la gestione delle wild card, eventi ad alto impatto e bassa prevedibilità, capaci di interrompere traiettorie consolidate. Il problema, è stato osservato, non consiste soltanto nell’identificarne la possibilità: molte crisi considerate “imprevedibili” erano in realtà già contemplate come possibilità. La vera difficoltà sta nella capacità dei sistemi di agire quando ancora non esiste una certezza né necessaria né sufficiente a giustificare una risposta. Il vero vulnus non è necessariamente l’incapacità di prevedere. È l’incapacità di agire sulla previsione. I sistemi complessi tendono strutturalmente a reagire, non ad anticipare. E proprio l’inerzia istituzionale, organizzativa e sociale può impedire di intervenire quando esistono ancora margini sufficienti per modificare una traiettoria. La sfida dell’intelligence, dunque, non si esaurisce nella qualità dell’analisi. Coinvolge la capacità del sistema di trasformare l’analisi in preparazione.

Dalla conoscenza alla decisione

Questa prospettiva restituisce centralità alla funzione dell’analista. L’analista non è un profeta. Il suo compito è rendere più solida la decisione nel presente. Deve, quindi, costruire alternative, mettere alla prova le ipotesi, riconoscere le discontinuità, indicare le vulnerabilità e, soprattutto, evitare che l’incertezza venga scambiata per assenza di informazione. Il futuro, in questa prospettiva, diventa un terreno di responsabilità.

Non esiste una sola traiettoria inevitabile: esistono possibilità, vincoli, opportunità e rischi. La conoscenza serve a ridurre l’incertezza; la decisione serve a orientare l’azione. È questo il punto di intersezione nel quale Intelligence e studi sul futuro si incontrano. E proprio per questo la cultura del futuro non può essere separata dalla cultura dell’Intelligence: entrambe richiedono metodo, capacità critica, conoscenza del passato e disponibilità a mettere continuamente in discussione le proprie ipotesi.

Nel pomeriggio, il ragionamento ha assunto una dimensione operativa con il confronto dedicato a energia e Intelligence. Se al mattino ci si è interrogati sulla capacità di intercettare ciò che potrebbe accadere, nel pomeriggio la domanda è diventata: che cosa accade quando una trasformazione strategica investe le infrastrutture sulle quali poggia la sicurezza nazionale? La risposta passa innanzitutto dal superamento della separazione tra sicurezza dello Stato e sicurezza delle grandi imprese.

Le infrastrutture energetiche – reti, impianti di generazione e stoccaggio, gasdotti, terminali Gnl – costituiscono componenti essenziali della sicurezza energetica. E non sono più realtà esclusivamente fisiche: il loro funzionamento dipende da sistemi digitali che le rendono simultaneamente più efficienti e più esposte a nuove forme di vulnerabilità. La protezione, quindi, deve comprendere la dimensione fisica, digitale, informativa, industriale e, sempre più chiaramente, cognitiva.

Il settore energetico mostra con evidenza la convergenza dei domini: un’infrastruttura può essere colpita materialmente, compromessa attraverso un attacco cyber, condizionata attraverso la disponibilità delle risorse o esposta a operazioni capaci di alterare la percezione del rischio e la capacità decisionale. La sicurezza dell’infrastruttura diventa così inseparabile dalla sicurezza dell’ecosistema che la circonda.

L’intelligence oltre il perimetro  

Fare intelligence significa guardare oltre il proprio perimetro. Per un’impresa strategica non basta proteggere i sistemi e gestire le criticità. Occorre comprendere ciò che avviene nell’ambiente esterno, individuare segnali che possano anticipare una minaccia e comprendere dove intervenire prima che questa produca effetti. È il passaggio dalla cybersecurity alla cyber threat Intelligence: dalla protezione dell’esistente alla capacità di comprendere l’avversario e anticiparne le mosse. La stessa logica vale per le minacce tradizionali.

Terrorismo, conflitti, instabilità geopolitica e competizione strategica non possono essere letti esclusivamente attraverso la lente aziendale. Quando un’impresa opera in Paesi critici o gestisce infrastrutture essenziali, il suo rischio può diventare rapidamente un problema di sicurezza nazionale. La conseguenza è una ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato. Perché la sicurezza nazionale è anche una responsabilità industriale. È stato ricordato come la progressiva evoluzione normativa abbia accompagnato un cambiamento di prospettiva: la tutela degli interessi nazionali comprende ormai in modo esplicito anche la dimensione economica e strategica.

Il rapporto tra Intelligence e imprese non può però dipendere soltanto dalla qualità delle relazioni personali. Occorrono meccanismi istituzionali, protocolli, canali di comunicazione e procedure condivise capaci di trasformare la cooperazione in una componente stabile dell’architettura della sicurezza. La simbiosi tra sicurezza aziendale, intelligence ed energia è stata indicata proprio come una relazione ormai formalizzata e istituzionalizzata. Le imprese che operano in settori critici – va detto con chiarezza – non sono semplicemente soggetti da proteggere. Possono essere anche sensori avanzati dell’ambiente internazionale. Dispongono di informazioni, reti, competenze e presenza sul terreno che, se adeguatamente condivise e interpretate, possono accrescere la conoscenza disponibile per il sistema-Paese. Pertanto, la sicurezza non è più solo ciò che lo Stato garantisce alle imprese. È anche ciò che Stato e imprese costruiscono insieme, ciascuno attraverso le proprie competenze e responsabilità.

Energia e sovranità

Il tema energetico impone una riflessione sulla sovranità. La transizione energetica è questione ambientale e industriale, ma anche di autonomia strategica, perché la disponibilità e la sicurezza dell’energia condizionano la capacità produttiva, la competitività, la continuità dei servizi essenziali e, in ultima analisi, la libertà di decisione di uno Stato. Nel confronto è stata sottolineata la dipendenza italiana dall’estero per una quota significativa del proprio fabbisogno energetico e, di conseguenza, la necessità di leggere la transizione anche come politica di autonomia e sicurezza nazionale. La questione non riguarda, dunque, la scelta di una singola fonte, ma la capacità di costruire un sistema energetico sufficientemente diversificato, resiliente e sostenibile rispetto agli shock. E anche qui torna il futuro. Perché le decisioni energetiche producono effetti su orizzonti temporali assai più lunghi di quelli della politica contingente. Richiedono, quindi, quella capacità di previsione strategica discussa al mattino: comprendere megatrend, dipendenze, innovazioni tecnologiche, disponibilità delle risorse e vulnerabilità delle filiere.

La stessa logica vale per l’industria della difesa. L’industria produce sicurezza, ma proprio per questo necessita di sicurezza. La sua natura strategica rende indispensabile una collaborazione con Intelligence e istituzioni. Il confronto ha evidenziato come il problema investa la disponibilità di capacità industriali, ma anche la qualità delle relazioni tra industria, Difesa e Intelligence e la possibilità di condividere un linguaggio comune. Tema che assume rilievo in un ambiente nel quale la competizione strategica si sviluppa contemporaneamente in più domini.

Il generale Stefano Mannino, presidente del Casd, ha richiamato proprio questa evoluzione, ricordando come la sicurezza nazionale oggi coinvolga il multidominio e comprenda, oltre agli ambiti tradizionali, cyber, spazio e dominio cognitivo. Ha inoltre sottolineato la necessità di investire nelle persone e nella cultura della sicurezza, in un Paese nel quale questa cultura ha storicamente avuto una presenza non sempre adeguata alla rilevanza delle questioni in gioco. La guerra in Ucraina rende questa trasformazione evidente: conflitto convenzionale, impiego massiccio dei droni e guerra cognitiva procedono contemporaneamente. La conquista della mente diventa parte integrante della competizione strategica. La dimensione cognitiva non è quindi un dominio accessorio della sicurezza. È uno dei luoghi nei quali si determina la capacità di una società di comprendere la minaccia, mantenere coesione, sostenere una decisione e preservare la propria capacità di agire.

L’ultima parte del confronto sull’energia ha orientato l’attenzione sul quantum computing. La tecnologia rappresenta un’opportunità straordinaria, ma può diventare anche una vulnerabilità sistemica, soprattutto rispetto alla tenuta degli algoritmi crittografici. La conclusione è significativa perché riporta ancora una volta il discorso alla necessità di agire prima che la minaccia diventi manifesta: i sistemi destinati a proteggere le informazioni devono essere pensati oggi rispetto a capacità tecnologiche che potrebbero essere pienamente disponibili domani. Ovvero, logica dei segnali deboli applicata alla sicurezza nazionale. Non aspettare che una vulnerabilità diventi un incidente per riconoscerne l’esistenza.

Un linguaggio comune per abitare il futuro 

I due percorsi della giornata tornano a coincidere.

Al mattino l’Intelligence ha guardato oltre l’evidenza, interrogando megatrend, segnali deboli, discontinuità e scenari alternativi. Al pomeriggio ha guardato oltre il perimetro, mostrando come energia, infrastrutture critiche, industria, Difesa, cyber e intelligence siano ormai parti di uno stesso ambiente strategico. In entrambi i casi emerge la medesima esigenza: connettere ciò che tradizionalmente viene osservato separatamente.

Connettere il presente al futuro. L’informazione alla decisione. Lo Stato all’impresa La sicurezza fisica a quella digitale. L’energia alla geopolitica. La tecnologia alla sovranità. La conoscenza alla responsabilità. È questa, in sintesi, la lezione più importante della seconda giornata. La sicurezza contemporanea non può essere costruita attraverso compartimenti stagni. Richiede competenze diverse, ma soprattutto la capacità di farle dialogare. Gli accordi e le procedure sono necessari; non sono però sufficienti se non sono accompagnati da una cultura condivisa.

Per questo iniziative come l’Università d’Estate hanno una funzione che valica la formazione specialistica: contribuiscono a costruire un linguaggio comune della sicurezza, condizione preliminare per rendere possibile una cooperazione efficace tra mondi che per lungo tempo hanno operato secondo logiche differenti. Non solo un linguaggio condiviso ma una vera e propria capacità strategica. Perché non basta sapere che esiste una minaccia, occorre essere in grado di riconoscerla, descriverla, condividerne la rilevanza e decidere che cosa farne. In questo senso, la cultura dell’Intelligence non coincide con la conoscenza di informazioni riservate. È la capacità di comprendere la realtà prima che essa diventi evidente, di mettere alla prova le proprie certezze e di trasformare la conoscenza in una decisione responsabile. La seconda giornata della VI Università d’Estate ha consegnato così una conclusione che riassume l’intero percorso: il futuro non si aspetta. Si prepara. E prepararlo significa conoscere prima per decidere prima. E, quando possibile, arrivare prima che il futuro presenti il conto.


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