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La crisi dell’occupazione giovanile può frenare le ambizioni globali dell’India?

Di Alberto Cossu
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L’India è tra le grandi economie a più rapida crescita, ma fatica a trasformare questa espansione in occupazione formale e qualificata per una popolazione giovane e sempre più istruita. Tra debolezza della manifattura ad alta intensità di lavoro, automazione, intelligenza artificiale e competizione per il pubblico impiego, il dividendo demografico rischia di diventare una vulnerabilità. Una sfida interna che condiziona anche le ambizioni globali di New Delhi. L’opinione di Alberto Cossu

L’India incarna uno dei grandi paradossi del nostro tempo. È tra le economie a più rapida crescita del mondo, dispone di capacità nucleari e spaziali, costruisce una propria autonomia tecnologica e rivendica un ruolo da protagonista nella trasformazione dell’ordine internazionale. Deve però fare i conti con una questione meno visibile sui tavoli della geopolitica, ma decisiva per il futuro del Paese: la difficoltà di creare occupazione sufficiente e di qualità per una popolazione giovane in continua espansione.

Non è soltanto un problema sociale. La capacità dell’India di trasformare il proprio dividendo demografico in capitale umano produttivo condizionerà la sostenibilità delle sue ambizioni globali. Per New Delhi la demografia è al tempo stesso una risorsa di potenza e una possibile vulnerabilità.

Al centro della questione c’è quello che viene definito jobless growth: una crescita che fatica a generare posti di lavoro formali, produttivi e qualificati nella stessa misura in cui si espande la forza lavoro. L’India ha seguito un percorso diverso da quello delle economie dell’Asia orientale, che accompagnarono lo sviluppo con un’industrializzazione capace di assorbire milioni di lavoratori: ha invece sviluppato precocemente servizi molto competitivi, dall’information technology alle attività per le imprese, senza attraversare con la stessa intensità una fase di industrializzazione manifatturiera di massa.

Il modello ha prodotto crescita e una nuova classe media urbana, ma ha un limite: i servizi avanzati generano grande valore aggiunto senza creare, però, posti di lavoro nella quantità richiesta da un Paese con un’età mediana di appena ventotto anni. A ciò si aggiunge il problema dell’employability: l’espansione dell’istruzione superiore non ha colmato il divario tra qualifiche formali e competenze richieste dalle imprese. Milioni di famiglie associano alla laurea aspettative di mobilità sociale che il mercato del lavoro non sempre riesce a soddisfare, e la competizione per il pubblico impiego — con le proteste legate alle irregolarità nelle selezioni — mostra come la questione occupazionale possa trasformarsi in un problema di governance.

Il governo di Narendra Modi ha individuato nella manifattura una delle possibili risposte: incentivi alla produzione nazionale, attrazione degli investimenti e inserimento nelle catene globali del valore puntano a costruire una base industriale capace di assorbire occupazione. Ma l’India si industrializza in condizioni diverse da quelle in cui si svilupparono Cina, Corea del Sud o Giappone: automazione, robotica e intelligenza artificiale permettono oggi di produrre di più impiegando relativamente meno lavoratori. La manifattura resta fondamentale per costruire potenza economica e tecnologica, ma potrebbe non avere più la capacità di assorbimento occupazionale delle precedenti industrializzazioni asiatiche.

La risposta di New Delhi, però, non si limita alla politica economica interna: è qui che occupazione e geopolitica cominciano a intrecciarsi. L’India sta trasformando la mobilità internazionale della propria forza lavoro in uno strumento geoeconomico.Non si tratta più soltanto di emigrazione spontanea: sta prendendo forma una vera e propria politica di internazionalizzazione del capitale umano. Nel 2026 il NITI Aayog ha elaborato un quadro dedicato alla mobilità internazionale dei lavoratori qualificati, mentre il Ministero degli Esteri ha individuato 25 Paesi prioritari, identificando settori e professioni caratterizzati da carenza di manodopera. Gli Skill India International Centres preparano inoltre lavoratori destinati all’estero attraverso formazione professionale, linguistica e culturale.

Sta emergendo una vera e propria diplomazia del lavoro. New Delhi mette in relazione una delle proprie principali risorse – una popolazione giovane e una forza lavoro ancora in espansione – con uno dei maggiori problemi strutturali delle economie avanzate: invecchiamento demografico e scarsità di manodopera.

L’Europa costituisce uno degli spazi naturali di questa complementarità, e il rapporto con l’Italia ne è un esempio significativo. L’accordo bilaterale sulla migrazione e mobilità riconosce la complementarità tra la disponibilità indiana di lavoratori qualificati e la carenza italiana di manodopera: per il periodo 2026-2028 sono previste ogni anno, per i cittadini indiani, 5.000 quote per lavoro stagionale e 7.000 per lavoro non stagionale, per un potenziale di 36.000 ingressi nel triennio.

Questa politica non amplia soltanto gli sbocchi occupazionali, ma genera anche consistenti flussi finanziari: nell’anno fiscale 2025 l’India ha ricevuto 135,4 miliardi di dollari di rimesse, confermandosi il principale Paese destinatario al mondo. Esiste però anche una dimensione strategica: la presenza di professionisti, tecnici, ricercatori e imprenditori indiani nelle economie avanzate costruisce reti che rafforzano il soft power e l’influenza internazionale di New Delhi.

La mobilità diventa così parte della strategia di potenza. L’India dispone di ciò che molte economie avanzate stanno progressivamente perdendo: capitale umano giovane. Trasformare questa asimmetria demografica in accordi di mobilità e relazioni economiche significa convertire una potenziale pressione interna in una risorsa geoeconomica.

La stessa logica attraversa altre scelte strategiche. La ricerca di approvvigionamenti energetici alle condizioni più favorevoli, compreso il petrolio russo, risponde anche all’esigenza di contenere i costi della crescita. Anche nella difesa New Delhi cerca di accompagnare le grandi acquisizioni con trasferimenti tecnologici, produzione locale e partecipazione dell’industria nazionale: difesa, spazio, elettronica, semiconduttori e tecnologie dual use possono creare occupazione qualificata e aumentare l’autonomia strategica. Politica estera, sicurezza e sviluppo industriale tendono così a intrecciarsi sempre più strettamente.

Rimane, tuttavia, una questione di scala. La diplomazia del lavoro può aprire nuovi mercati occupazionali, le rimesse sostenere l’economia, la diaspora amplificare il soft power; la manifattura avanzata e la difesa possono creare nuovi poli tecnologici. Ma nessuno di questi strumenti può sostituire la creazione di occupazione produttiva all’interno del Paese.

La vera partita, quindi, continua a giocarsi dentro l’India. New Delhi dovrà migliorare la qualità dell’istruzione, ridurre il divario tra formazione e domanda delle imprese e costruire una base manifatturiera e tecnologica capace di generare occupazione nell’era dell’intelligenza artificiale. Il vantaggio demografico, infatti, non si traduce automaticamente in potenza: acquista valore strategico solo quando una popolazione giovane viene trasformata in capitale umano, produttività, innovazione e capacità industriale.

Se questa trasformazione non avverrà, il dividendo demografico rischia di diventare progressivamente un fattore di vulnerabilità. Le aspettative di una popolazione giovane, istruita e connessa, in assenza di adeguate opportunità di lavoro e mobilità sociale, potrebbero alimentare tensioni e imporre crescenti costi politici, economici e sociali. Il principale vincolo alle ambizioni globali dell’India potrebbe dunque non trovarsi nell’Oceano Indiano o lungo il confine con la Cina, ma al proprio interno. Sarà anche dalla capacità di affrontare questa sfida interna che dipenderà la sostenibilità dell’ascesa dell’India come potenza.

 


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