Da quando lo scorso luglio Bruxelles ha imposto dazi fino a tre euro sui plichi sotto i 150 euro provenienti da Oriente, le spedizioni di piccola taglia dal Dragone sono state dimezzate. A dimostrazione che quando l’Ue ci si mette, i risultati si ottengono
Forse il primo vero muro non è tanto una questione di appalti, di pannelli solari, di investimenti o di auto. Il 2026 verrà quasi certamente ricordato come l’anno in cui l’Europa ha finalmente cominciato a prendere le misure della Cina e della sua politica industriale orientata alla concorrenza tossica e malsana. Un lento ma costante risveglio che con ogni probabilità consentirà all’Ue di proteggersi un po’ di più dagli artigli del Dragone. Nell’attesa che il sistema immunitario venga rafforzato, però il primo vero grande successo è quello registrato sul fronte delle spedizioni provenienti dall’Oriente.
L’Ue, infatti, ha dimezzato i pacchi a basso valore in arrivo dalla Cina, dopo l’introduzione, sul finire della scorsa primavera, di una tariffa doganale fissa di tre euro. Una misura pensata a tavolino per frenare l’invasione di pacchi cinesi, specialmente legati all’e-commerce e dunque a colossi quali Temu e Shein. I dati dell’ufficio doganale olandese, parlano chiaro: il numero di piccoli pacchi dal valore inferiore a 150 euro in arrivo in Europa è diminuito di quasi il 50% dal primo luglio. Addirittura, in Belgio, il numero di piccoli pacchi è diminuito del 53% rispetto all’anno precedente, secondo i dati delle autorità belghe. Insomma, la diga ha funzionato. Ed è stato meglio così.
Secondo i dati della Commissione europea, nel 2024 sono stati infatti importati nell’Ue circa 4,6 miliardi di articoli di basso valore sotto i 150 euro, pari in media a dodici milioni di pacchi al giorno. Si tratta di un forte aumento rispetto ai 2,3 miliardi arrivati nel 2023 e agli 1,4 miliardi del 2022. Ma forse si può fare di più, di meglio. “Il dazio d’importazione temporaneo di tre euro in vigore dal primo luglio ha già ridotto in modo significativo il flusso di pacchi, ma non è ancora sufficiente”, ha dichiarato l’eurodeputato olandese Dirk Gotink, responsabile della riforma doganale per conto del Parlamento europeo.
“Con la nuova legge, l’Ue e le autorità doganali nazionali avranno finalmente gli strumenti per proteggere in modo efficace imprese e consumatori. Il lavoro delle dogane europee sarà inoltre modernizzato, con un unico centro dati centrale, un’Autorità doganale europea a Lille, più controlli basati sul rischio e una cooperazione più stretta tra le autorità”. Gotink si riferiva alla più ampia riforma doganale che l’Ue sta per attuare, pensata per facilitare la tracciabilità dei prodotti in arrivo da fuori dell’Ue. E chissà se c’è di mezzo la Francia, il primo Paese in Europa a prendere di mira il fast fashion cinese che peraltro inquina e nemmeno poco.
Con un provvedimento che prevede anzitutto l’attribuzione di un punteggio ambientale per ciascun articolo venduto, in base a parametri come emissioni, consumo di risorse, riciclabilità. I prodotti peggiori sono soggetti a un’eco-tassa fino a 5 euro per capo, destinata ad aumentare a 10 euro entro il 2030, fermo restando che l’imposizione non potrà superare il 50% dell’importo richiesto. Ora però è tempo di alzare il tiro e di portare la battaglia nel cuore dell’Europa. Ed è successo.















