Mentre si susseguono gli appelli di Amodei, Altman, Hassabis, Musk e via dicendo, che chiedono di rallentare nello sviluppo dell’AI, Huang e Zuckerberg suggeriscono il buon senso alle regole. Le loro sono voci fuori dal coro. Quelle che Trump vorrebbe sempre ascoltare
“Correte il più veloce che potete”. Jensen Huang si differenza dalla massa. Rispetto agli altri colleghi della Silicon Valley, il ceo di Nvidia chiede di accelerare il passo sull’intelligenza artificiale. Non mostrando alcuna paura per il futuro, anzi. Chi non adotterà l’AI, avverte, rimarrà indietro e ne pagherà le spese. Piuttosto che chiedere un intervento del governo per fare un po’ di ordine in mezzo al caos, le aziende dovrebbero regolarsi da sé. Basta un po’ di buon senso, ovvero evitare di rilasciare i propri modelli fino a quando non hanno certezze sulla loro sicurezza. A condividere il suo pensiero è Mark Zuckerberg. Il patron di Meta ha riassunto la sua visione in un post social, ricordando come la sua azienda abbia “ritardato il lancio di Muse per diversi mesi per concentrarsi su sicurezza e protezione. Non abbiamo chiesto a tutti gli altri di farlo prima di noi. L’abbiamo semplicemente fatto come parte del nostro lavoro quotidiano perché era chiaramente la cosa giusta per le persone e per noi”. Tradotto: non demandare ad altri quello che potresti fare da solo.
Le loro sono voci fuori dal coro. Da giorni si susseguono gli appelli dei grandi imprenditori tecnologici affinché si rallenti lo sviluppo di nuovi strumenti di AI. A dire il vero gli avvertimenti sono ben più datati, ma è cambiato tutto da quando, la scorsa settimana, il ricercatore di Anthropic Jacob Coxon ha rassegnato le dimissioni perché la startup non stava mettendo alcun argine all’Apocalisse. Dario Amodei (Anthropic), Sam Altman (OpenAI), Demis Hassabis (DeepMind) ed Elon Musk si sono susseguiti in una serie di appelli per trasmettere lo stesso identico messaggio: fermatevi, prima che sia troppo tardi.
Amodei ha ribadito il concetto martedì e, per farsi capire meglio, ha utilizzato una metafora. Se un’azienda automobilistica subisce un incidente collegabile alla sicurezza, ad esempio un guasto ai freni, le altre aziende dovrebbero fermarsi per rivedere le proprie procedure. “È molto allettante attaccare i propri concorrenti e sostenere che non siano sicuri. Ma credo che il modo più responsabile di rispondere sia: guardiamo al nostro operato, potremmo non avere avuto questo incidente, ma sicuramente non siamo perfetti”. La solidarietà è però tutt’altro che scontata.
La questione appare però come una sorta di lotta di potere tra Big Tech. Le stesse aziende che lavorano con l’AI sono le stesse che chiedono meno AI: o siamo di fronte a un qualcosa che non comprendiamo oppure, più logicamente, la velocità con cui viene sviluppata l’AI è talmente rapida che i vari laboratori iniziano già a mettere le mani avanti, cercando al contempo di mostrarsi come responsabili. C’è tuttavia un problema. O meglio, un riflesso: come le persone metabolizzano questi allarmi. Il senso di spaesamento è inevitabile, visto che parliamo di un argomento altamente sofisticato per cui è lecito aspettarsi che, chi lo maneggia tutti i giorni, abbia anche la soluzione alle conseguenze negative. Quella che può innescarsi è una sfiducia nell’intelligenza artificiale, già ampiamente diffusa in un paese come gli Stati Uniti.
Esattamente l’opposto di ciò che vorrebbe Donald Trump. Il presidente vorrebbe vedere maggior ottimismo attorno all’AI. Tra le priorità della sua agenda politica c’è la costruzione di nuovi data center, ma la popolazione è riluttante a vederli nelle proprie comunità per i costi energetici ed ambientali che comportano. A Trump dunque la narrazione che si è instaurata sulla tecnologia non piace. A differenza di quella portata avanti da Huang e Zuckerberg.
Lunedì, durante il summit All-In a Los Angeles, il presidente lo ha chiamato proprio mentre l’imprenditore era sul palco. Impossibile non rispondere. Huang ha messo il vivavoce per far sentire al pubblico cosa Trump avesse da dire. Anzitutto, che le paure attorno all’AI altro non sono che “bufale”. Il loro unico scopo è quello di avvantaggiare la Cina. La risposta del capo di Nvidia è stata perentoria: “Faremo in modo che in America tutti vincano nella corsa all’AI”.
















